Lettera: Finale Ligure, 7 Aprile 2007

 

caro *,

ancor di più sono ora convinto da quello che mi scrivi, che il tuo modo di leggere i versi sia quello che cerco per questi versi.
Negli anni ho maturato l’idea che l’ingresso in un’artefatta (quanto ipotetica) società delle Lettere sia una seconda morte, in anticipo su quella del corpo. In una fitta corrispondenza con * ho già esposto questo pensiero, dilungandomi su tutte le pieghe e i risvolti. Ecco allora la domanda sul senso di certe prefazioni, che non s’accompagnano affatto al testo, ma ne anticipano il giudizio, inserendo, in qualche modo, testo e autore direttamente in un’ideale antologia di tutti i tempi: le Lettere ridotte a un cumulo di nicchie sulle quali, come i Santi, arrampicarsi ed occhieggiare.
Non amo giubili e proclami, il rumore alto di parole, la scelta gerarchia di labili legami, le parentele acquisite e quelle figliali, né prima, né dopo i versi. Non credo sia questo che aspetta chi legge, anzi penso dia modo solo di sottrargli il testo, prima o dopo averlo letto.
L’aggiunta di una piccola nota in coda al libro, al di là di alcune che ho già scritto di mio pugno, può invece essere qualcosa in più che l’accompagna, raccontare un’emozione, fornire una interpretazione. Può farlo secondo qualsiasi registro. È forse soprattutto un modo d’invitare chi legge a rompere gli indugi e farsi carico di una struttura complessa, più profonda da scoprire.
Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere la prefazione a un libro di poesie che non conoscevo, di un autore definito in calce «uno di quelli che faranno la storia della poesia in Italia», prefazione dotta, fitta di richiami, labirintica come certe allusioni in Guénon. Alla fine, prendendo a parte i testi, mi sono trovato con un pugno di polvere: un discorso da lavandaia annoiata, da stiratrice che racconta il finale di una soap opera. È chiaro, a questo punto, che proprio sul discorso di una lavandaia – intendo dire sul sonoro registrato – si potrebbe articolare pure una dettagliata analisi di Fourier, coglierne le componenti principali e, con sempre più raffinati espedienti, giungere persino ad isolare un respiro appena un po’ più lungo, nell’ansia del rumore bianco d’acqua sullo sfondo. Quel discorso rimarrebbe, ahimé, sempre una cosa troppo piccola. Ciò che ne risulterebbe invece sì professionale, alto e complesso non sarebbe il contenuto, ma la forma e il contenuto dell’analisi.
Per questo – ti dicevo – se quella è la società e questa la sua via di accesso, preferisco rimanere indietro, a qualche passo, continuare qui per conto mio a cogliere distratto il bianco nello spazio tra i pensieri, scriverne e nient’altro. Dopotutto, se a * continua a interessare ciò che faccio, non sarà con qualche critico artefatto che ci intenderemo meglio. Importa la Poesia, non altro.
E poi ci sarà sempre tempo – e qualcuno più abile di me – per tramutare in oro cenere, la polvere in palazzo.
Ti ringrazio sin da ora della cortesia e della gentilezza e, appena avrò redatto meglio una versione rifinita del lavoro, ti farò recapitare tutto e prenderai allora il tempo che ti occorre.

Un saluto caro
Federico

 

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