Lettera: Finale Ligure, 2 Maggio 2007

 

caro *,

neanche io ho sentito * in questi giorni, ma penso ti spedirà a breve ciò che hai chiesto. Importante era giungere, per ora, alla definizione del formato e completare le bozze, il resto viene poi quasi da sé. In ogni caso, spero di incontrarlo una di queste sere e parlargli di tutto.
Sull’altra questione che poni: quali sono i valori ultimi che fondano continuamente la nostra scrittura, quasi a farne una predestinata? I segni d’infanzia su cui fonda il suo mito? L’esperienza elaborata a simbolo, la favola perennemente rinnovata?
Ecco, noi dovremmo piuttosto imparare ogni volta come si avvicinano le dita al testo, fitto reticolo di righe e costruzioni che lo sorreggono, cercarne il minimo residuo dopo lo scarto e su quello puntarsi, reggerne tutto il peso. Non sottrarsi alla scrittura, ma serbarsi rispettosi, in una prossimità pericolosa gestir(n)e il dolore. Non si tratta più di un rapporto solo con la parola quanto di un attrito consumato tra noi e i luoghi in cui lasciarla esistente, intatta.
Giorni fa, una cara amica che mi legge quasi quotidianamente, ha scritto che in certe pagine si trova l’aria quieta di una casa, appena abitata. Questo vorrei fosse anche nei libri e questo mi rincuora: la presenza di una casa, la sua intima chiarezza. I giorni popolati di parole, cose tenere di fiato da dire e da ascoltare. Che la parola abbia questi luoghi e questo corpo per dirsi. Poterlo fare sempre e davvero, questo preme, quanto è difficile.

Un abbraccio
Federico

 

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