Lettera: Finale Ligure, 17 Febbraio 2008

 

cara *,

ho avuto appena il tempo di sfogliare il libro che mi hai mandato, ma ciò basta a individuare una chiara struttura, entro cui sono collocate e cifrate le sezioni, secondo una sequenza che sembra riprodurre qualche sconosciuto rito cibernetico (Lineamenti di un Apprendistato – Teoria e Tecnica – La Vestizione – L’arte di Dimenticare – Hora Prima). La seconda natura è dunque questa? Robot o cyborg? Mi soffermerò di più sicuramente su alcuni testi (come Pattern recognition, ad esempio), che, alla luce dei miei trascorsi universitari (legati ad algoritmi o hardware in grado di simulare il comportamento adattivo di forme primitive di intelligenza), acquistano un risalto maggiore di altri. Voglio capire sino a dove ti sei spinta nell’accostamento dei linguaggi. Per conto mio, non ho mai apertamente dichiarato nulla di simile, anche se tracce della mia formazione scientifica sono un po’ ovunque chiaramente rinvenibili. Forse solo in alcuni inediti, neppure apparsi ancora su blog, ho pescato liberamente nell’informatica, per costruire significanti completamente diversi, un po’ per gioco, un po’ per esercizio, sicuramente in tutto teso allo stupore di chi si trova di fronte una discarica meravigliosa di segni da sgomberare e riutilizzare.
Alla luce di tutto questo, credo sia stata molto giusta la scelta di tradurre e farti tradurre in Inglese, anzi di creare non un duplicato in lingua di uno stesso testo, ma una risonanza, semmai ancora più vicina al testo in origine da scrivere.
Riguardo a N documenti (in cifra), la metrica continuamente frantumata (a parte alcuni ottonari, come tu stessa hai ravvisato) rende sicuramente difficile la lettura a voce, ma costruisce piano piano un diverso livello del testo, visivo, voluto a richiamare vicinanze, o distanze tra diverse parti. Le prose poetiche, invece, usate per lo più ad introdurre i temi, non andavano toccate: lì il ritmo è ampio e si leggono così come si vedono, senza dover scavalcare fratture o scalini. Su questa falsa riga è anche L’opera racchiusa, ma i versi in questo caso sono ampi e scorrono difilato, l’uno all’altro, e l’idea che si componga un solo corpo su tante spezzature somiglia più a quella di parti articolate, giustamente accostate secondo un chiaro ordine, come vertebre su colonna.
Oggi, esploro ancora le possibilità del frammento, ma altre cose compongo in versi lunghissimi, che non sono prosa. Dipende tutto dalla consistenza di certe immagini che affiorano, dalla quantità delle parole e dalla loro intensità: talvolta è davvero «bello» – nel senso che si produce, a scriverli, una vibrazione interna, vicina a quello che io chiamo a nome di «bellezza» – accostare versi brevissimi fatti di nulla: particelle pronominali, preposizioni, aggettivi. Alla fine, dire anche poco crea l’impressione di un accumulo di polvere in luce al davanzale: si può pulirla, certo, ma si può semplicemente provare a registrarla, osservandola. Amarla così com’è, per quello che un tempo era messa tutta insieme a fare.

Federico

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