Lettere: Finale Ligure, 13 Febbraio 2008

 

Sentirsi nella matura pienezza di sé, né più stanchi, non affievoliti, anzi assolti nella propria poesia: questo bisogna inseguire. Anche andarsene da qui, dall’Italia, oggi o domani, non è sfuggire a qualcosa, ma muovere verso se stessi felicemente, secondo una migliore intenzione a vivere.
Ci sono piante nelle quali la struttura esterna in aria e luce è surrogato di ciò che le sprofonda, che si addensa sottoterra. In altre invece, strutture ugualmente silenziose, all’opposto il ramo, il frutto – credo – si profilano alla luce, a pieno.
La rete qui ci rende in qualche modo inerti. Bisogna intendersi sul senso delle parole, perché se come rete questo luogo deve restare e non farsi tessuto, allora mi sembra già una trappola in partenza. Rete per farfalle o pesci. In questo la Macchina preconizzata da Carmelo Bene è diventata qualcosa di immateriale ora, in qualche modo non meno forte, ma aspra. Anzi, proprio nell’invisibile nasconde altre morti.
Le proprie ossessioni – ciascuno ne ha, qualcuno le coltiva come i fiori più puri del giardino, altri cercano invece di strapparle – rischiano di diventare, come tu dici, il solo metro di giudizio tra sé e gli altri.
Bruciare ponti, strade, alle proprie spalle o semplicemente abbandonarli come letti in cui si è dormito una sola notte, senza tracce, non dare seguito ai fantasmi, chissà che sia davvero mai possibile, continuamente prestando ad essi ognuno il proprio volto.

Un caro abbraccio
F.

 

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