Lettera: Finale Ligure, 30 Gennaio 2008

 

caro *,

ho letto anch’io la consueta bagarre scaturita dalla pubblicazione dell’ennesima antologia, con il solito corollario di vivissime felicitazioni da parte di alcuni e risentite partecipazioni alla causa da parte di alcuni altri. È inutile che ti ripeta qui ciò che ci siamo già detti meglio altre volte: le parti si invertiranno completamente all’uscita della prossima raccolta, in cui gli esclusi di ora saranno ripescati e gli inclusi estromessi, gettati a mare. Insomma, c’è davvero qualcosa di nuovo? A me, sinceramente, non pare. Tra chi propone il gioco delle diadi (poeta–non poeta), chi le gradazioni (bravo-bravino-ottimo) e chi il gioco della torre con regole rivedute per l’occasione (buttane giù uno per metterne sopra un altro), permettimi di dire che non vedo niente di diverso da quello che mi annoia nelle competizioni sportive, lavorative, politiche e persino affettive talvolta.
Forse la spiegazione a tutto questo è in quello che scriveva Pavese nel suo diario, quando distingueva tra vocazione poetica e vocazione etica: l’una non porta necessariamente all’altra o la via non è retta e ci si perde in cammino. Il viceversa ancora mi pare più paradossale. Con ciò si spiegherebbe anche il senso di vuota pesantezza che dà la boria ecumenica in certi ambienti.
Di tutte le questioni, però, la più paradossale mi pare addirittura la critica – mai passata di moda – rivolta alla Collana Bianca di Einaudi degli ultimi dieci (o venti? o più?) anni, tacciata di essere priva di una reale, chiara, politica culturale. Ora, stante il fatto che tutto ciò che, in qualche modo, risulta politico in questo Paese mi riesce naturalmente sgradevole e sospetto, mi sono posto alcune domande, per cercare di giungere alle radici di questa ennesima “penosa” situazione editoriale.
Se a colui che riconosce tale lacuna nella Collana fosse proposta l’opportunità concreta di pubblicarvi un testo, esiterebbe ad accettare, chiedendo prima di vagliare il piano editoriale dei prossimi dieci o venti anni, onde constatare se, effettivamente, la politica culturale sia giunta ad una svolta? O accetterebbe senza pensarci su, ben conscio che, in fondo, il proprio lavoro, una volta pubblicato, colmerà questa voragine (o almeno una piccola lacuna in essa), farà scuola, tracciando finalmente una linea chiara e precisa in fatto di poetica? O rifiuterebbe per coerenza, riconoscendo il rischio di andare ad alimentare la sin troppo confusa e deplorevole pluralità di voci già a catalogo?
Ti ho posto la domanda, ma la risposta mi pare altrettanto ovvia.
Allo stesso modo, mi chiedo perché non ci sia un po’ più di sano relativismo nel proporre le opinioni, laddove mi pare invece siano imposte come verità assolute, quasi sempre seguite da neanche troppo velati accenni a un curriculum accademico, che, di per sé, non dice nulla di nuovo, perché al mondo ci sono persone almeno altrettanto competenti, che potrebbero sostenere idee opposte e a ragion veduta. Forse che i casi di continua ri-scoperta, ri-valutazione di autori un tempo etichettati minori tout court, non mostra che siano già stati commessi parecchi errori di giudizio in passato, per la cecità delle stesse ragioni? È pur vero che esprimere un giudizio implica sempre entrare nel merito del testo, confrontandolo con altri, ma, dico io: se ho una sferetta di piombo e una sfera di polistirolo, come faccio ad essere così perentorio nel dire quale delle due è la “maggiore”? Si trattasse del volume o si trattasse del peso potrei dover rispondere all’opposto. O la Letteratura ha finalmente raggiunto un tale grado di oggettività dall’essersi liberata da tutti i pluralismi? E in questo punto, come vedi, non invoco nessuna ragione sentimentale o di gusto a sostegno delle mie ragioni o dei miei torti. Forse un po’ freddamente dico che, non dichiarando gli strumenti, né la grandezza da misurare, qualsiasi dichiarazione è priva di fondamento, ammesso, in ogni caso, di voler discutere ancora su cosa significhi “misurare” una poesia, anzi che provare a capirla, interpretarla e, dove possibile (per quel poco che è possibile), tradurla, per renderla un po’ meno sola.
Sono discorsi vecchi, lo so, ma come leggi anche tu in giro, i giovanissimi devono farsi crescere anzitempo la barba, a trent’anni, perché non sanno che farsene di quel po’ di gioventù in esubero che ancora resterebbe.

Un caro abbraccio a te e a tua figlia
F.

 

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