Lettera: Finale Ligure, 27 Gennaio 2008

 

cara *,

sino a qualche settimana fa mi entusiasmavo al pensiero del Carnevale a Stoccarda e Norimberga, la sua bolgia lasciva, il gioco di corrispondenze, ma vi ho rinunciato, rimandando così a un’altra stagione quel sentimento. Un fitto scambio di maschere, dunque, in un futuro ancora defilato e incerto come in un film di Kubrick.
Nel suo potere vacillante, la parola ritorna ogni volta antica e fragile ed è un ritorno continuo che fa il mondo insieme sulla bocca, in se stesso, dei giorni che lo hanno fatto. Veramente viva è allora solo quella parola che si è custodita non detta, per tutto il tempo che l’ha preceduta, che non si è scoperta, non si è neppure contemplata a lungo, prima. Perché l’esitazione, fosse anche degli occhi, sa esserle fatale. Le cose, quasi, non si dovrebbero vedere, neppure desiderare pensandole, perché capitino davvero secondo volontà.
Qui la primavera è arrivata in ben altro tempo, ha tutte le sue circostanze già preparate da consuetudine, ma ancora io cerco negli angoli scampoli d’inverno. La neve resiste al confine più alto dell’Appennino. Non sono pronto – o lo sarò d’improvviso – a tutto quello che chiede, alla poetica lussuriosa di prime fronde, dei suoi fiati tiepidi d’aria in mezzo alle dita, di prime luci riemerse dai giorni, gli stessi di ieri come lo sono oggi. Lascio tutto questo al tempo, però, lentamente.
Più che la mancata testimonianza nella vita altrui, mi coglie di sorpresa la presenza oggi nei luoghi della mia vita, che fu o fu sognata. Quelle case in cui ho incontrato qualcuno, le stanze familiari illuminate, ora abitate da altri, che furono piene invece di angoli per l’amore, di un’oscurità gradita, ora ferita di tanta luce o, persino, a leggere in queste panchine nomi diversi, i muretti scolpiti, i lampioni incisi, l’incrocio rapido e di un momento con chi mi ha preceduto e, proprio a quel punto in cui ci saremmo potuti incontrare, si è scelto per sé un’altra vita, un altro amore dal mio. Se, anzi che vivere a Genova, i miei genitori avessero tenuto la casa della nonna a Firenze, oggi dove sarei? E con chi, magari? Quali incontri si sarebbero poi ripetuti, quali persi per sempre? E noi?
Riprendendo le ultime tue righe, riporti al mio culto dei morti e a tutto il remoto, impossibile vissuto, alla perduta anteriorità della vita: è questo il senso della mia traduzione di Nika Turbina? Questo unico, delicato rapporto sopravvissuto? Vedi anche tu: ciò che è necessario rimane o viene a cercarti, risale da solo le fila del caso. Non gli importa d’altro. Come la copia di questo libro, dall’America, con la sua firma, la sua scrittura, la dicitura del nome, chissà da chi usata, sfogliata e rimessa in giro tra le copie di seconda mano rivendute a pochi centesimi di dollaro.
Sono tutti segni, con le parole, o, chissà, è questa capacità a vederli tanto diversi, che ci fa sopportare ben altra vita.

Un abbraccio
Federico

 

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s