To watch this dark

In One window eight bars, Rati Saxena, (Cantarena, 2008)
translated from English and seen through the press by Federico Federici

To watch this dark

Words are but this, if incarnation seeks the ancient inspiration it swallowed in the tangle of nerves and blood and bones which the text is made of. Can Life have many incarnations at the same time, like one in many different ones? What is thus left to do if poetry comes with many a root out of the rocks and seeds, breaking the compulsion of innumerable things, under many languages? It’s neither a matter of some part and its counterparts. Nor a fact of sheer imitations, reckless variations, obvious transliteration, sharp nails digging up in search of some deeper tone. Is it worth trying to sink images on the rear dull side of a mirror? What delights in that, not yet descended onto the page?

Here is rather a closest encounter with the many bodies longing for one more body.

«My poems are different from Indian poets’ too, as I write in isolation, so I write what I feel in me – not impressed by contemporary Hindi poetry. That is why your understanding will be good for my poems, they may get a new dimension, see, translation can give a new life to poetry, as when you are taking my poems to Italian readers, they may be talking in new a language, their expression may get a new life. So, do not worry, just ask me if there is any cultural difference or some confusion.» (excerpt from a letter of Rati Saxena)

Assume that you may have now to deal like with a couple of twins: you ask the first and listen to the other answer. So, who is who? They both resemble some truth and seem to attain it at once. Which text brings instead the original inspiration and which gives it back as a minor, rough, borrowed tone of it?
Words, draping all things together under a new whiteness, in-shape the world, though deeply along the thread of Fate, maintain and protect their good conduct to the ripest experiences of life. «Before your arrival / I knew some names / mountain, river, lake, waterfall / You introduced me // […] to myself».
The veiled secrecy of birth and re-birth, of growth and death, is all at once revealed within the eternal enmeshment of spirit and matter, among the planes of heaven, and then «Try talking / everything will come again / flesh, bones and tongue / and sound too». All those bodies are one and only shelter built for Life: «everyone has to make his place / by cutting the hardness without teeth».

As much as the perfect singularity of inspiration resists translation and against the multiplicity of the tensions, the sometimes laborious inventions to create “the” purest language from the one soaked in the other many languages, you need to abandon any strict grammar register, the clean, easy line of the basic structures combination and risk re-writing.
Metaphors are the brown curses of bones, the black branch, after some delight of imagination.

All of one life you read certain verses and write others, but you do as if you had nothing to read, nothing to write, as if you had already heard all the music pause in silence.
New signs swarm instead on your body: you head for the endpoint and gauge you are too heavy, too tall or too thick to pass through. Something must be left behind, thousands of year old.
Let the verses become the awaited guest inside you, beneath the stream of sounds and ideograms, out of the same sheet of music, vibrating on different strings, swallowed by black resonance boxes. Then you cross the thick forest dwelling on their symbols, interpret the thumb on the lips of the child, «While passing through a strange dream / crossing the way full of thorny bushes».

Arms, legs, beaks, feet, wings, fingers, trunks, boughs, roots, rats, worms, moths: not mute parts of a common scene, where the poem is spoken, mouldered, spread out of randomness. They are bred out of Love. All celebrate incarnation. These ones are all bare skin covering the same underlying bones, swinging between the different stages of time: late age and youth, not other than two clearer turns of the same wheel, of the turning world, nodding at any new turn. «Father loved this saying: /“When an ant dies, it grows wings” / He said this whenever our dreams / seemed ready to take–off».
Nothing thus ever comes to a polluted end, fearful, finally accepted as a relief from pain. «In the dark fearful jungle / atop the thorns / a beautiful dream blossoms».

Death is holy, quietly welcomed when it is time, like a guest you took all life to get acquainted with. It establishes itself as a quality which requires some effort, not a violent, enraged, disposal of nature «On the earth / I started decaying / earthworm was also there / where I fall».
The scriptures encourage a joyous release to the heaven worlds. Ashes and remains collected on a tray, white fragments of bones – flowers – the water sprinkled over.
Then it comes with no disbelief, exhuming spirit from its old skinned-shape, like the fragrant secretion from the dried flower, an outer dream, an enlarging bark ring «[…] as soon as I open my mouth, / my dream slips out / and hangs on a branch like a ghoul. // My very own dream, now outside the window. / while I’m inside».

Grafted beyond the window, all trees invite the dead under their green spine to take a seat alone and watch the dark.

Sorvegliare questa oscurità

Le parole non sono che questo, se l’incarnazione cerca l’antica ispirazione, ingoiata nel groviglio di ossa, nervi e sangue di cui si è fatto testo. Può la Vita incarnarsi molte volte allo stesso tempo, come una in molte? Cosa resta allora da fare se la poesia giunge da più di una radice, attraverso semi e pietre, rompendo la costrizione di un numero infinito di cose, vestita di molte lingue? Non si tratta neppure di contrapporre parte a controparte. Né di un fatto di pura imitazione, di inesauribile variazione, ovvia traslitterazione, di affilate unghie, che scavano in cerca di qualche tono più profondo. Ha forse senso provare a far penetrare le immagini nel retro opaco di uno specchio? Che diletto c’è in quello che non è sceso ancora sulla pagina?

Qui si tratta piuttosto di uno strettissimo incontro tra molteplicità di corpi in cerca di un altro corpo ancora.
«Anche le mie poesie sono diverse da quelle degli altri poeti Indiani, perché scrivo in isolamento e per questo scrivo quello che è in me – senza influenze dalla poesia Hindi contemporanea. Ecco perché quello che riuscirai a capire sarà un bene per i miei versi, darà loro una dimensione nuova, perché, vedi, la traduzione potrà dare nuova vita alla poesia, i miei testi parleranno una lingua nuova con chi mi leggerà in Italia e forse questo li farà davvero esprimere con rinnovato vigore. Per questo, non ti devi preoccupare e chiedimi se trovi qualche ostacolo nel porre una cultura nella lingua dell’altra.» (estratto da una lettera di Rati Saxena)

Poni di dover trattare con una coppia di gemelli: fai la domanda al primo e ascolti la risposta dal secondo. Chi l’uno e chi l’altro? Entrambi rassomigliano a qualche verità e sembrano raggiungerla all’unisono. Quale testo porta in sé l’ispirazione originale e quale invece la restituisce in un tono minore, più rozzo, preso a prestito?
Le parole, tutte insieme velando le cose in un nuovo biancore, in-formano il mondo, sebbene in profondità, lungo il filo del Destino, mantengono e salvaguardano la loro buona condotta sino allo stremo della vita. «Prima che arrivassi tu / era solo un nome / la montagna, il lago, la cascata, il fiume / Tu mi hai reso parte // […] di me stessa».
La velata segretezza di nascita e rinascita, di crescita e morte, è improvvisamente rivelata nell’eterna mescolanza di spirito e materia, tra i livelli del cielo e allora « Prova a parlare / e tutto tornerà come allora / la carne, la lingua, le ossa / e pure poi la voce». Tutti quei corpi sono un unico riparo costruito alla Vita: «ognuno deve farsi posto / e fa a pezzi ciò che è duro senza denti».

In quanto il carattere assolutamente singolare dell’ispirazione si oppone a ogni traduzione e contro le molteplici tensioni, occorre abbandonare la grammatica registrata nelle sue linee pulite e chiare, fatte di combinazioni elementari e misurarsi nella riscrittura, talvolta elaborando invenzioni a ricreare purissima la lingua assorbita in altri numerosi linguaggi.
Le metafore sono brune imprecazioni delle ossa, il ramo nero, secondo il diletto dell’immaginazione.

Per tutta una vita leggi certi versi e altri ne scrivi, ti comporti come se non avessi in fondo nulla da leggere, nulla da scrivere, come se avessi già ascoltato tutta la musica posarsi in silenzio.
Nuovi segni brulicano invece sul tuo corpo: ti dirigi verso il punto terminale e giudichi di essere troppo pesante, troppo alto o troppo largo per attraversarlo. Qualcosa deve essere lasciato indietro, qualcosa che dura da millenni..
Lascia che i versi diventino l’ospite che attendevi dentro, sotto la corrente dei suoni, gli ideogrammi, nello stesso spartito, vibranti su diverse corde, ingoiati da scatole di risonanza nere. Attraversa quindi la fitta foresta che abita i simboli, interpreta il gesto del pollice sulle labbra del bambino, «mentre passi in sogno stranamente / in una via di spine tra i cespugli».

Braccia, gambe, becchi, piedi, ali, dita, tronchi, rami, radici, topi, larve, falene: non parti mute di una comune scena, in cui la poesia è pronunciata, sgretolata, cavata fuori al caso, sono invece parti cresciute all’Amore. Tutte celebrano l’incarnazione. Tutte sono pelle nuda che copre le stesse ossa, in bilico tra diverse stagioni del tempo: età adulta e giovinezza, non altro che due più chiari giri della stessa ruota, della circolazione del mondo, incerta ad ogni nuovo movimento: «Mio padre amava questo detto: / “Quando una formica muore, le crescono le ali”. / Lo diceva sempre, quando i nostri sogni / sembravano sul punto di spiccare il volo».
Nulla giunge mai così a un disfacimento, pieno di paura, accettato finalmente con sollievo dal dolore. «Nella giungla
in quella oscurità tremenda / sulle spine fiorisce / la bellezza di un sogno».

La morte è sacra, serenamente accolta bene quando è l’ora, come l’ospite cui si è fatta l’abitudine tutta una vita. S’impone, certo, in una qualità che richiede sforzo, non come rabbiosa, violenta, disposizione di natura « Sulla terra iniziai a disfarmi / anche il verme era con me dove giacevo».
Le scritture incoraggiano un gioioso abbandono ai cieli. Ceneri e resti raccolti su un vassoio, bianchi frammenti di ossa – fiori – l’acqua spruzzata sopra.
Viene allora senza incredulità, lo spirito riesuma dall’antica forma di pelle, come la fragrante secrezione di un fiore secco, un sogno ad occhi aperti, l’anello di corteccia che si allarga «[…] come apro bocca / scivola di fuori il sogno e / si appende come un ghoul al ramo. // Il mio sogno proprio oltre la finestra, / io che resto dentro».

Trapiantati oltre la finestra, tutti gli alberi invitano i morti sotto la loro verde spina, a prendere posto da soli, seduti a sorvegliare questa oscurità.

Federico Federici

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