Lettera: Finale Ligure, 8 Maggio 2007

 

caro *,

capitando oggi sul tuo blog ho visto una cascata di nomi, scritti come sul muro di una stazione. Si parlava di un “canone elettronico della poesia”. Mi sono messo a cercare Elisa Biagini e non l’ho trovata. Poi, finalmente, Giuliano Mesa.
È davvero impressionante la quantità di firme.
In questi ultimi anni – credo – si sia aperto in Italia con grande forza il dibattito non solo sui nuovi media, ma quasi su chi raccoglierà l’eredità dei nomi che vanno a scomparire. Alcuni sono persi già (Raboni, Sereni, Luzi), altri molto avanti con gli anni.
Girando per l’Europa – fisicamente e via web – non ho sentito la stessa urgenza in altri luoghi. Ma forse è solo un’impressione.
Nei paesi di lingua tedesca capita che gli slam abbiano per lo più un’atmosfera giocosa e chi vi prende parte non ha l’aria certo di aspettarsi un’investitura. La “poesia contemporanea”, che pure non ha ovunque così grande diffusione come si potrebbe pensare, non tormenta troppo se stessa con l’ansia di auto-definirsi, di scegliersi dall’interno.
Mi hanno sorpreso, a margine di questo “canone”, alcuni interventi sinceramente risentiti, di persone sorprese di ritrovarsi insieme, lì, ad altre forse sgradite. In fondo siamo già tutti in qualche lista di attesa, insieme, o in un elenco telefonico, anche se forse, in quel caso, non ci si sente scelti o esclusi per merito ed è più facile accettare quella vicinanza solo alfabetica, che non questa in qualche modo ideologica. Anzi, visti i termini della questione, qualcuno avrebbe dovuto richiamare in qualche caso il vecchio detto nomen omen. Sarebbe stata un’uscita certo spiritosa.
Se devo esprimere un sentimento – che è poi un augurio che faccio alla poesia – è quello di giungere presto al superamento di queste barriere, di questi confini. Il che non significa una omologazione dei generi e degli stili, ma proprio la volontà di fare tutti insieme qualcosa, in uno stesso ambito, qui, di popolare tutti lo stesso prato che, si defilasse un filo d’erba dopo l’altro, scoprirebbe solo terra.
Non voglio fare demagogia da pochi spiccioli, solo testimoniare una sensazione. Proprio ieri notte sfogliavo i dibattiti su * e mi sembrava di essere al bar, quando ci sono le partite in televisione e gli uomini si danno con la voce l’uno contro l’altro, tifano all’opposto. Allora qualcosa non mi torna se questo “gioco” qui è la poesia. Dovrebbero allora i poeti smettere di parlare di un fiore che si apre, se tanta diversità c’è tra l’atto discreto e senza giudizio in Natura e l’altro atto (il verso) come pretesto sul corso della storia.
Mi rendo conto della posizione sfrontatamente idealista che esprimo, ma c’è un calcolo fine nello spostamento di una foglia almeno quanto nel moto di un pianeta.
Le metafora raffigura le leggi e prende solo a prestito gli oggetti.
Un caro saluto e un augurio per le cose importanti che stai facendo.

Federico

 

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