Lettera: Finale Ligure, 12 Giugno 2007

 

Caro Precerutti,

ci siamo conosciuti da Crocetti a Torino, il mese scorso alla Fiera del libro.
Promisi che le avrei scritto presto, ma diversi impegni me lo hanno nel frattempo impedito.
Ora, dopo aver finalmente letto di seguito tutto Rovine del cielo, posso confidarle la mia impressione: quella di aver risalito (o disceso) una scala, con regolare passo, al tempo stesso libero però, frutto – credo – dell’agilità che ha la forma classica quando abbandona schemi forzati e pre-sentiti.
Ho ritrovato questa impressione anche in seguito, sfogliando a ritroso – sono un mancino corretto – il libro, quasi misurando a vista i versi, soppesando gli spazi, indagando le simmetrie dei segni (accenti, linee, parole): tutto concorre a questo equilibrio. Anche le sezioni in prosa (specialmente in apertura e chiusura) mi paiono suggerire un preciso impianto, sorta di toponomastica delle parole, luogo comune a tutti versi a seguire.
Un pensiero è andato a Kavafis, certo, non solo per la citazione rifatta e dichiarata nella poesia che abbiamo letto insieme, ma pure per quella tensione al mito, di cui sono spia le parole della natura e altri luoghi citati, preziosi, al di là della biografia (necessaria o immaginaria). In ogni caso, qui la lettura mi coglie più a fondo, lontana grazia, feroce, dall’altra matrice Greca, classica.
Ci sono immagini che, sole, farebbero il libro: la più bella di tutte, in questo ricordo, la neve e la pietra tolta. Vere e proprie impronte di un mito che è caro.
Anche la rosa ricorre, fiore dei fiori e, talvolta, in apparente accostamento, la pietra.
Le chiedo – la domanda mi è suggerita dalla lettura nei giorni scorsi di alcuni brani di Sbarbaro –: l’uso di una lingua esatta (desco, elitre, orfanezza ecc.), fuori però da un contesto unico, unitario (diverso sarebbe, ad esempio, il discorso se si trattasse di poesie che giocano sul lessico bancario o medico, come nel caso di De Angelis), è innesco a un più ampio progetto di poetica sul Novecento? Non citazione, ma continuità, recupero di voci, dopo la frattura di tante avanguardie? Certo non si tratta solo di una ragione etimologica o metrica la sua.
Talvolta rimango infatti interdetto di fronte a poesie che leggo altrove, fatte con nulla, assemblando il parlato quotidiano in una confezione, una superficie tattile, facile da assimilare e che racchiude il vuoto.
Spero di non essere stato troppo prosaico in queste mie annotazioni di lettura e di sentirla presto.

Un caro saluto
Federico Federici

 

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