Risposte a un questionario

Questa sera ho bisogno di una chiacchierata, che sia anche gioco, pettegolezzo. Rispondo così, senza desiderio di emulazione o confronto, alle stesse domande di un questionario sottoposto a suo tempo a Edoardo Sanguineti.
Non è un tentativo di autointervista e l’aver cambiato il “lei” di cortesia in “tu” è solo un atto di confidenza nei confronti di me stesso.

 

 

Il tratto principale del tuo carattere
La sincerità e l’ironia.

La qualità che preferisci in un uomo?
Dipende dal tipo di rapporto che devo instaurare. Se devo però sceglierne una sola a prescindere, direi l’intelligenza.

E in una donna?
Innanzi tutto: la sincerità.

Il tuo principale difetto
L’impulsività, ma anche l’eccessiva comprensione nei confronti del prossimo.

La tua occupazione preferita
Scrivere.

Quale cosa ti è più cara?
Il diario in cui mia madre ha annotato i miei primi mesi di vita. Contiene tutto quello di cui non ho più memoria: la prima parola che ho detto, il giorno in cui l’ho detta, il mio peso mese per mese. C’è anche un piccolo ciuffo dei miei riccioli, la prima volta che li ho fatti tagliare.

Il tuo sogno di felicità
Quello di una notte sul Baltico, come nel 2005 e la casa nel bosco di Zinnowitz.

La tua paura maggiore
Il dolore (esserne la causa o subirlo).

Che cosa possiedi di più caro?
La fiducia nella possibilità, un giorno o l’altro, di un amore.

Primo ricordo di infanzia
L’aria fresca piena di stelle, d’inverno, la sera, mentre accompagnavo mio padre a comprare le sigarette e sapevo che sarei tornato a casa con una macchinina o un altro sacchetto di soldatini.

Il giocattolo che hai amato di più?
Fu anche quello che, apparentemente, mostravo di odiare più di tutti: un pupazzo che mi mettevano nella culla da piccolo, che a volte mordevo affettuosamente alla maniera dei bambini, altre volte cercavo di graffiare. Non ne ho un ricordo preciso, solo qualche foto e i racconti dei miei genitori.

La disgrazia più grande
Non la voglio pronunciare: sarà, prima o poi, inevitabile e già temo ora il dolore che mi porterà.

Che cosa vorresti essere?
Un compositore, un pianista.

Il luogo in cui vorresti vivere
Se una città: Berlino. Se un luogo, più vago, allora il Nord: l’Islanda, la Scandinavia.

L’animale preferito
Il cammello per simpatia, il cane per amicizia.

L’oggetto cui sei più legato?
Un mezzo guscio di noce. Regalai l’altra metà a una persona amata, perché potesse sempre riconoscermi tra tutti gli altri

I tuoi autori in prosa?
Zola, Kafka, Pavese, Gogol’, Tozzi, Mann.

I poeti?
Eliot, Heaney, Grünbein, Luzi, Rosselli, Wright – sono quelli che leggo di più negli ultimi tempi.

I tuoi eroi della finzione
Andrea Sperelli, Bel Ami, l’agrimensore in Das Schloss di Kafka, Tonio Kröger (da ragazzo soprattutto).

La tua eroina della finzione
Nanà, Emma Bovary, Ghisola in Con gli occhi chiusi di Tozzi.

I compositori preferiti?
Dvořák, Pärt, Satie, Cage, Franck.

Pittori?
Modigliani, Segantini, Burri, Chagall, Klee, Schiele, in generale i pittori russi d’inizio Novecento.

I film più amati?
Fahrenheit 451 di Truffaut, Lo specchio di Tarkovskij, Il cielo sopra Berlino di Wenders, Amarcord e Prova d’orchestra di Fellini, L’angelo Azzurro di Sternberg con Marlene Dietrich, i film di Hitchcock e Kubrick.

La canzone che fischi più spesso sotto la doccia?
Non fischio mai, ma quella che ascolto più spesso credo sia Hey you dei Pink Floyd, ma anche Dance me to the end of love nella versione di Madeleine Peyroux. Oh, poi ci sarebbero Do you love me e Weeping song di Nick Cave. Continuiamo a parlare di musica?

La bibita preferita?
Sidro.

E il piatto?
Il fritto di pesce.

Se dovessi cambiare qualcosa nel tuo fisico che cosa cambieresti?
Nulla, sennò sarei un altro e a lui andrebbe allora posta la domanda «Come ti senti?».

I tuoi eroi nella vita reale?
Mio padre, mio fratello, Feynman.

Eroine?
Mia madre, Nika Turbina.

Ciò che detesti di più?
L’ipocrisia borghese, il pre-giudizio religioso, chi parla secondo le proprie aspettative di carriera.

La riforma che apprezzi di più?
La teoria delle stringhe.

Il dono che vorresti avere?
Una migliore intonazione nella voce.

Se avessi un milione di euro?
Potrei dedicarmi solo all’arte.

Come vorresti morire?
Senza fare soffrire nessuno.

Stato d’animo attuale?
Serenamente ironico, con punte di solitudine.

La colpa che ti ispira maggiore indulgenza?
L’amore nascosto (in sé o agli altri, per paura).

Il tuo motto?
È una frase di Philippe Jaccottet che tenevo scritta e incorniciata nella camera sin dai tempi del liceo. Ora conservo quel foglio ancora nel cassetto di un comodino accanto al letto: «La difficulté n’est pas d’écrire, mais de vivre de telle manière que l’écrit naisse naturellement».

 

 

5 comments

  1. E’ l’amore espresso, in modo forse un po’ oracolico, anche in data 10 Dicembre, su “Diiario dei prossimi giorni” (Ovvero, Nextdays). E’ l’amore privo di ogni oggetto d’amore – privo di Dio, al di là di tutto. La visione consolatrice e bella di un “Nulla”, di un’assenza di finalità alte/altre nella creazione, peggio ancora meritocratiche. Non mi sento colpevole, dicevo, della felicità che questo Amore per l’esistenza, svuotata di Dio, mi regala.
    C’è stato un momento, più o meno preciso, della mia vita in cui ho proprio scoperto che l’amore di Dio verso di me era un riflesso di tutto quell’amore che andavo io mettendo ovunque. Era come puntare una luce propria allo specchio e illudersi di essere in due. Il calore che tornava era un po’ diminuito, certo. Ero solo in quell’amore invece. Così come sono e resto solo ora. Un credente potrebbe opporre tante cose a questo mio discorso, su tutte di non aver cercato sino in fondo l’amore di Dio, o addirittura Dio stesso, avergli dato una collocazione fatta di aspettative troppo umane e per questo errate. Ma il Dio di cui mi hanno parlato sempre è stato un Dio allora definito male, perché proprio era così umano da essersi incarnato. E sia. Se però questo “altro” amore che ho scoperto e che va col tempo approfondendosi, dialoga già con le cose -tutte le cose- forse che non sarà tanto diverso da un amore per Dio? Sarà più sregolato, certo, privo di una prospettiva di salvazione, ma a cosa servirebbe ora propormi una salvazione se non mi sento in pericolo? Se *non sono* in pericolo.
    Ricordo un episodio del Luglio scorso: ero alla stazione di Brescia e stavo aspettando un treno per Milano. Iniziò a parlarmi un signore mussulmano, che evidentemente si sentiva molto solo. Mi parlò della *religione*, -non la sua o un’altra- e disse di essere molto preoccupato per come, anche nel suo paese, si stia in fondo diffondendo un atteggiamento molto Occidentale e ipocrita nei confronti della stessa: non l’ateismo, ma qualcosa di simile al cattolicesimo italiano, per lo più. Una cosa mi colpì del suo discorso: fondava la necessità della religione sul bisogno di consolazione che ha l’uomo, sulla paura della solitudine di fronte al mistero e diceva che proprio l’ignoranza di questo mistero -che c’è, non si può rimuovere: la morte c’è, è un fatto, come la nascita- deturpa lo stesso tessuto sociale. Ora, mi sono sentito proprio vicino a queste sue parole, le ho recepite, non solo come parole di un credente preoccupato e triste, ma proprio come quelle di un uomo la cui aspirazione storica, contingente della religione viene a poco a poco rovesciata. Eppure, un fatto -l’esistenza o meno di dio- dovrebbe restare tale, a prescindere che ci sia qualcuno che lo registri o lo ribadisca continuamente, diversamente si tratta di una questione puramente filosofica, di un esperimento del pensiero soggetto alla volubilità dei tempi.
    E’ difficile intercettare veramente anche l’amore di un altro essere umano, a volte perché troppo coperto, ma anche in questo: che cosa dell’amore tra due individui appartiene veramente alla dimensione d’Amore? Ci sono cose che vanno svanendo nel tempo, altre che restano, ma che mi sembrano spesso non più che solide, rispettabili, strutture di sopravvivenza, più vicine all’affetto e alla solidarietà che all’amore, come lo sento. Allora desisto, per ora: resto in attesa di capire se c’è per me qualcosa che scavalchi davvero tutto questo e approdi altrove, oltre. Si cresce lentamente, ci si muove tra equilibri e squilibri continui, ma da parecchi anni ormai, in questa direzione, ho trovato una serenità d’animo e un equilibrio che rasentano la “mistica” a tratti, l’interrogazione continua delle Creato fatta sulla sua bellezza e senza mortificarne i sensi, riconoscendo al corpo il ruolo insieme di porta e di ostacolo.
    Su questo, da ultimo: parlo apertamente del “Creato”. Forse che ci debba essere allora un Creatore? No. Se è vero che l’eternità, l’essere al di là del tempo e delle cose sono caratteri inimmaginabili del Dio e come tali accettati, perché non potrebbe invece essere altrettano inimmaginabile e però plausibile la creazione senza un creatore? E’ un paradosso e come tale non dico di capirlo. Dico che lì, sul primo punto di tutto, resta per me un interrogativo che non sostituisco con un atto di fede. Tutto il resto però, il modo in cui dialogo con le cose tra le quali vivo, dentro le quali vivo, non ne è diminuito.
    Ecco, tutta qui la mia confessione, senza rileggerla :-)
    Un abbraccio

  2. No, non c’è mai stato un vero conflitto con nessuno della mia famiglia e meno che mai con i miei genitori ora che sono anziani, anche se siamo molto diversi.
    Sono sereno e ciò che solo a volte mi turba è l’esperienza di una felicità più alta, che so, che ho conosciuto per attimi soltanto in vita e che vorrei riportare, tenere stretta, a lungo e di essa fare la ragione di tutto il mio essere. Invece manca, sembra continuamente ostacolata dalle accidentali occorrenze degli eventi e – ti confesso – ho imparato nella solitudine un amore tanto profondo e privo di Dio che non mi sento neppure colpevole di quegli attimi di felicità che mi regala, lontano da ogni amore…

  3. non so per quale strana ragione immaginavo un rapporto conflittuale con i tuoi, invece sento un amore profondo e, come dire, “sereno”.
    LAURA

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