Lettera: Finale Ligure, 11 Dicembre 2007

 

Gentile Editore,

mi pare che la risposta alla sua domanda [1] sia, dal mio punto di vista almeno, questa: per la stessa ragione per cui non è l’Editore a scrivere l’opera, ma l’Autore e questa è già la sua scommessa. Credo sia necessaria una distinzione di ruoli nelle cose, in qualsiasi cosa della vita. Diversamente si crea qui una figura di Autore-Manager o, peggio, di Autore a provvigione (variabile, a seconda delle copie commissionate), inutile alla Letteratura (non servono piazzisti) e vicina a derive egocentriche o nevrotiche, in cui alla Poesia si sostituisce piano piano l’immagine pubblica, alla scrittura la performance continua.
A quel punto, se lo schema è scrivere un libro, comprarselo e poi rivenderlo, tanto vale fare sino in fondo tutto da soli e lavorare sui costi: per 120 copie in tipografia, 64 pagine con carta patinata opaca, di grammatura 80 gr., fronte e retro, copertina rigida in bianco e nero, rilegatura in brossura, si può arrivare a 5-6 euro a copia, preventivo alla mano, ma forse, da qualche parte, anche a meno.
Certo, un tipografo non è un Editore, non ha cioè distribuzione, ma il valore del libro non ne è sminuito e la difficoltà di ritagliare alla poesia uno spazio vivo (cioè non un loculo in una qualsiasi libreria, nel ripiano più in basso a destra, né una gif animata su homepage) non è certamente aumentata. Quante copie, del resto, si vendono in distribuzione? Se ne vendessero tante, non sarebbe quel centinaio in più affidate all’autore a fare la differenza, viceversa andrebbe proprio ripensata l’idea di pubblicare quel libro o di pubblicarlo e promuoverlo a quel modo.
Per coprire i costi vivi si potrebbero cercare sponsor, inserire il logo Audi o BMW in copertina – perché no? – o la pubblicità dell’olio, della Coca Cola: in fondo sarebbe anche un modo di segnalare il disagio che vive quel libro, cauterizzarne le ferite del/col marketing, lanciare un urlo che, raccolto o meno, avrebbe comunque un suo senso strettamente economico. Ma, ripeto, di questo aspetto manageriale non credo si debba direttamente occupare l’Autore.
Se le reazioni del mercato (preventivate) sono negative perché non fare print on demand? Stampare solo le copie richieste. Si perde magari un po’ di qualità nel prodotto rifinito, ma si riducono i costi e, in una situazione di crisi come questa, è comunque un’alternativa che il lettore deve abituarsi ad accettare. Perché stampare copie che poi l’Autore deve rivendere ai conoscenti? Ci sono già troppi intermediari in questo processo. E se poi l’Autore non ha intorno a sé tutti questi amanti della poesia? Ché – si sa – i critici e gli amici accettano gli omaggi (salvo poi lamentarsi di avere troppo da leggere e poco tempo), i nemici preferiscono stroncare senza aver letto. Gli altri non leggono.
A sfogliare i cataloghi di tutti gli editori, se ogni poeta ivi incluso avesse 100 lettori di poesia, tutti propri, acquistati per sé anche col trucco delle anime morte in Gogol’, in Italia vi sarebbero già centinaia di migliaia di lettori di poesia, forse milioni, a fronte delle migliaia di poeti. Se, invece, chi legge e chi scrive risultassero gli stessi, tanto varrebbe fare una Coop e scambiare direttamente, senza Edizioni, senza intermediari, i testi, le impressioni. Insomma, comunque lo si giri, è un bel problema che non so se risolverò mai definitivamente a livello personale. Per ora mi muovo in equilibrio tra episodi favorevoli e altri più sfortunati. Di sicuro non voglio contribuire a ingarbugliare una matassa già poco chiara e convulsa di per sé.
La poesia: questo mi interessa. Capirla quanto più posso e scriverla, portarla – se riesco – incontro a/con altre persone. Che poi mi debba accompagnare al logo di uno sponsor o meno, questo è un dato della forma, non della sostanza. Un segno dei tempi: lo accetto, così come accetto oggi di indossare anche blue-jeans. Non voglio però fare il ruffiano, scrivere per forza secondo gusto, per non essere emarginato. Al limite non mi interessa rimanere solo. C’è un percorso che devo invece ogni giorno segnare per trovarne le motivazioni.
Se poi tutta questa sia sana e bella utopia, che posso dire? Amen. Sia così. Per ora sopravvivo, non rosico a vedere i libri degli altri su IBS o in libreria, né ho meno convinzione per questo a rinunciare alla mia strada.
Un caro saluto, con stima
A.D.

 

 

[1] – lettera dell’Editore, cui rispondo con la mia

Gentilissimo,
condivido la gran parte di quello che mi scrive; sono anche d’accordo sulla “prevedibilità” commerciale dell’opera: so bene che un libro di poesie non copre i costi con la vendita, ed è per questo che se una raccolta ci piace e riteniamo utile pubblicarla, chiediamo all’autore di contribuire all’impresa: se l’autore non è disponibile a scommettere sul proprio lavoro, perché dovrebbe farlo l’editore? – il quale, peraltro, già conosce la reazione del mercato.
Cordialità ed auguri di buon lavoro

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