Lettera: Finale Ligure, 27 Giugno 2007

 

Mia cara,

che nome daremo domani al breve viaggio che stiamo per intraprendere, false le carte e falsi i nomi di registrazione agli alberghi, quasi tutto per gioco, ché non ci scopra nessuno vedendoci arrivare? Siamo noi, dissipati a una passione che farebbe orrore a chi ci ama.
Questa casa, le stanze e le cose, le pagine e le parole, sono un lascito ferito, un transito altrove, trasparente, sul quale non riflettersi troppo.
Sto preparando valigie e allora è normale che non ci sia nessuno quando si parte: muro è il silenzio, caro chiudendo la porta, divide da fuori. Le stanze sono fatte di questo, sempre sera e mattina.
Chissà se a Nord la casa di luce resiste alla punta del mare, dove vivere senza strappi, se è sufficiente a proteggerla questa immaginazione. Spesso le cose solo a pensarle sopravvivono, poi ci vuole coraggio sino in fondo a saperle come sono.
Il peso giudica basso il corpo. La vera casa è il corpo, che prepariamo tutta la vita all’abbandono, verso altri, domicili aperti. Continuare tra semicerchi di luce non è concesso.
Ci accompagna la parola dal suo altrove. Ogni tanto trafigge ascoltarla di spalle – con il cuore ti spaventi – esce da noi, di bocca, di punta alle dita, con infallibile ardore e con piacere anche l’abilità di passarci davanti, all’improvviso, sciogliere in distinzione l’alto dal basso, le cose, unirle agli estremi.
Verrà il momento di sfuggire noi stessi in quel corpo, tornare indietro o avanti dove eravamo, dove saremo. Sino a che qualcuno di nuovo ci racconti.
Questi appunti spiccioli ridimensionano i misteri – lo so – e sono crudeli per questo. E per questo, teneramente ti abbraccio. Sino a domani.

F.

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