Lettera: Finale Ligure, 10 Maggio 2007

 

caro *,

conosco Lezioni di Fisica di Pagliarani per averlo letto ai tempi dell’Università, quando ancora seguivo i corsi istituzionali di Teorica. Oggi saprei forse valorizzare meglio le devianze di quel certo formalismo reinventato per applicarlo ai versi, nel quale ravvisai non poche forzature, forse per mancanza di quel tratto icastico e ironico che trovo invece in Sanguineti, quando manipola e proietta materiali linguistici altrettanto distanti in un comune contesto. I ricordi che ho rimandano piuttosto a un dettato poetico millimetrato, che continuamente tenta di articolarsi ad antagonista o tautologia dell’Universo, assimilando vizi e stilemi di un sistema formale.
Sono d’accordo con te sulla critica: talvolta fa di preferenza oggetto di studio se stessa, come in un ultimo atto di compiacenza, senza troppo occuparsi però se vi sia da qualche parte sotteso una sorta di principio d’incompletezza a definire davvero il senso dei propri confini. Trovo che spesso l’ambito umanistico aspiri a farsi scienza, come si trattasse di uno status finalmente accolto e superiore. Raramente, però, a ciò si accompagna uguale coscienza delle altre implicazioni, quali l’abbandono di pur vaghe questioni estetiche, in nome di una reale necessità, anzitutto. Non si tratta solo di possibili vizi di forma, ma di un modo di procedere altrimenti inconcludente. Sarebbe inconcepibile, ad esempio, celebrare la riscoperta di una particella elementare, emarginata in altre epoche e per ragioni misteriose dalla comunità scientifica. Se anche la battaglia tra teorie diverse ed evidenze sperimentali si fa talvolta stringente e dura, la tensione pregiudiziale ha respiro breve e volge comunque verso una comune sintesi, cosa che non risulta altrettanto chiara scorrendo le pagine della Storia della Letteratura.
Quando poi si tratti di mescolare i due ambiti – scientifico e letterario – allora temo sempre un poco per gli esiti, sia che mi tocchi in prima persona di scrivere qualcosa o di leggere cose altrui.
I primi ad operare in coscienza dovrebbero essere proprio gli scrittori. Aspettare che sia il critico a condurre tale conciliazione rischia di spingere a inevitabili forzature perché, in mancanza di un metodo autenticamente scientifico, è ravvisabile in un testo qualsiasi cosa si vada cercando ed è poi solo questione di abilità nello stile conferire intensità alla scoperta e i modi, lo sappiamo bene, ci sono e sono molti e anche piacevolissimi intellettualmente. Penso, per paradosso, a certe osservazioni di Rosselli sulla poesia cubica, cui ho dedicato un certo tempo e che, se pure affascinanti da interpretare, possono anche essere liquidate come risposte di uno studente liceale, che non ha ben compreso il problema quantistico di fondo e ne parla d’istinto, con un certo estro però. Insomma, cambiando contesto e lasciando invariata la forma, si rischia di svalutare oltremodo la sostanza.
Credo che si potrebbe distinguere tra una critica che sistemi da un punto di vista storiografico i testi e una che dia invece interpretazione degli stessi. Sarei propenso, ad esempio, – ma è questo un mio pensiero recentemente affiorato – a far lavorare la prima sui materiali originali (i testi) e solo a posteriori, dopo un certo tempo, al limite dopo la morte dell’autore stesso, su quello prodotto dalla seconda (le interpretazioni).
Talvolta mi pare ci sia, specie di fronte a contemporanei ancora giovanissimi, la tendenza a proiettarli in un quadro storico già rifinito, che li accoglie protagonisti del presente e al tempo stesso icone passate del futuro. È una forma di propaganda o solo ménage habituel? Non so, ma ciò toglie slancio sicuramente, affossa la poesia via via verso una forma di prassi consolidata, al punto che lo scrittore potrebbe non disdegnare quasi di appropriarsi maliziosamente degli strumenti stessi della critica per farne uso, riducendo i propri testi a un’archeologia calcolata, nella quale le radici sono oculatamente nascoste, per essere rinvenute e citate e così via, in un gioco continuo di rimandi, al punto che non si saprebbe più chi sia a scrivere e per chi, quale sia il pretesto e quale la conclusione.
Da alcuni giorni leggo Fiumi di Alessandro Ceni. Avevo da qualche parte trovato un accostamento tra la sua poetica e quella di Campana e, in effetti, ci sono chiare spie in questa direzione, non soltanto in certe immagini, ma proprio strutturalmente, laddove il verso fa uso largo di iterazioni. Stamattina però, improvvisamente, in alcune strofe ho riconosciuto Mesa: il modo di posare certi avverbi, quasi a chiudere in un anacoluto il verso, mi è parso proprio il suo. Questa annotazione, che potrebbe certo impreziosire una nota critica, non mi pare però necessaria a dare una chiave di lettura né di Ceni, né di Mesa. Che cosa condivide, dopotutto, Fiumi con Quattro Quaderni? La forma di qualche avverbio? Mi pare sia tutto interesse per quella critica che non amo molto e non per l’altra.
È un gioco felice, d’accordo, ma è questo e non di più, bisogna riconoscerlo.

Un caro saluto
F.

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