Lettera: Finale Ligure, 4 Marzo 2007

 

caro *,

mi spiace ti sia preoccupato e spero non ci siano stati altri problemi con la corrispondenza. Alcune settimane fa, a causa di una fitta azione di spam su questo indirizzo, ho dovuto disabilitare temporaneamente la ricezione, affidandomi a un messaggio di risposta automatica. Ho già avuto abbastanza incomprensioni per questo e spero davvero che nessun’altra email si sia perduta.
Non sono rimasto male per nulla e anzi credo che il lavoro sia stato fatto come si deve: Innesti è una raccolta bella e rifinita, come si conviene a un poeta della tua sensibilità. Non ho ancora avuto per le mani la copia su carta, ma, appena ultimata la stampa, Mario me ne farà avere un giusto numero perché possa a mia volta contribuire alla distribuzione, come posso, presso chi conosco e sa apprezzare la poesia. Probabilmente ti sei allarmato per alcune mie scritture su “dialoghi muti” – ma pensavo non fossero equivocabili i destinatari. Si tratta per lo più di un’amara riflessione sulle dinamiche interne più alla comunità poetica che alla poesia stessa, nella quale non ho perso mai fiducia. Soltanto ieri, ho letto un articolo piuttosto qualunquista sul ruolo dei blog come aggregatori, come spazi di discussione. Oh, basta con questa farsa, con questo pigolio di falchi che si coprono all’umiltà francescana dei passeri. Non è la rete il luogo per fare di certe vocazioni intellettuali una professione di santità. Come ci fosse qualcuno che si svegliasse alle 4 del mattino per avere il primo posto sulle panche in una chiesa, perché dal fondo il Cristo ha più difficoltà ad ascoltare la voce della preghiera. Provo una profonda avversione verso l’ipocrisia mascherata di buoni intenti.
Per questo ho una stima ammirata e incondizionata per chi, come Mario, fa davvero tutto per amore di farlo e non per altro, proprio perché fa le cose senza occuparsi anzitutto che si sappiano in giro.
Ho poi abbandonato le discussioni nei blog, per il chiasso, la vanità. Non si può parlare di poesia a questo modo, proponendo uno spunto subito sommerso da un’orda di petulanti di passaggio, che si salutano a vicenda, ammiccano, brontolano, accennano all’acidità di stomaco, ai malanni della vecchiaia. Ai matrimoni o ai funerali si va per parlare di sport, sparlare del morto o della sposo o per che altra, santa, ragione finalmente?
Una pagina bianca è più che sufficiente invece per provare a calcolare in quello spazio sbilenco il peso di qualche verso. Il problema dell’edizione, della stampa, vengono dopo e sono, purtroppo, anche necessari se si vuole incontrare qualcuno nel proprio canto, scoprendosi. Veramente è così anche per la mia poesia, che può incontrarsi in qualcuno? O è tanto chiusa in sé, coperta, da decifrare, che solo chi ha la pazienza di un ascolto ripetuto e silenzioso, riesce in cuore a ricavare sapore in questa pietra? Guai ad addentare un ermetico: si sanguina nella radice, alle gengive. Il sapore viene via lentamente, succhiando, anche con distrazione. Si apre per calore qualche poro e ne esce un’essenza, amarissima o dolce, di un qualche sapore estremo però.
Oggi riflettevo sulla punteggiatura in L’anima tema, e, improvvisamente, mi è parsa ingannevole, sbagliata, una trappola per chi volesse dare un senso alla lettura. Domenica proverò di nuovo a cambiarla. Tutto qui.

Federico

 

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