Lettera: Finale Ligure, 27 Dicembre 2006

 

Ho lasciato nella casa sotto le torri, ordinatamente piegato nella polvere come mi chiedevi, il quattordicesimo testo, creaturale, fitto di segni e di ombre, che nessuno dopo di noi riprenderà a memoria. L’ho lasciato cadere in un punto di passaggio, perché tu lo trovassi senza troppo mostrarti imprudente agli altri. Le prime confidenze, le più dolci, contese all’amicizia. Solo sfiorare la voce, che già ha incontrato la mia e le tue parole, da una poesia a questa. Un letto caldo di un altro corpo, desiderare profondamente ora l’oscuro, il segno della luce. Vedi, qui la prosa è sciolta, perché si riprende viva di ogni gesto che ci appartiene.
Il verso, il suo scatto, la frazione breve, è segno nella croce, pieno di pudore. La prosa è lunga invece e fatta per non dare tregua, a viso aperto per cercarti, a ogni perdita di fiato. Qui non temo altro, né dolcezza qui si accompagna meglio al resto, scritto meno di quanto già sia desiderato.

 

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