Lettera: Finale Ligure, 30 Ottobre 2007

 

Il problema della lettura dei testi di * e * (come di quelli di * o degli altri dello stesso gruppo) sta nella messa in atto di una continua, ossessiva destrutturazione sintattica, che appena sfiora il nucleo dell’immagine. A mio parere, si collocano tutti molto al di là del periodo sospeso, in prossimità dell’accumulo puramente evocativo di termini. Il tabulato sinottico di * non è in fondo la stessa cosa? Personalmente, trovo che specialmente * rischi di portarsi verso una forma di scrittura automatica, di assemblaggio dadaista di brandelli, che tutto possono significare o nulla, sostenuti a filo da pretesti sempre più autobiografici, a volte minuzie, come il colore di un cane visto sfilare per strada, sino a giustificare, quasi come pudore, una forma di ermetismo estrema. Leggevo qualche notte fa l’articolo di * che, probabilmente vicino alle stesse posizioni estetiche, insieme ai consueti codici del rito, proponeva un tentativo di « spiegazione » proprio di alcuni versi di *, cosa questa biasimevole sempre, visto che se qualcosa davvero si poteva dire meglio, diversamente e in modo più chiaro, lo si sarebbe forse dovuto dire in partenza, nel corpo stesso della poesia e non altrove, in appendice. In particolare, mi ha colpito l’idea di un verso che, a detta di *, doveva suggerire la presenza di un acquario in una stanza. In realtà, si sarebbe potuta adattare quella descrizione altrettanto bene a un gregge di pecore o una tribù. Ecco, ti chiedo: ha senso porsi così di fronte a un Pollock e fare certi commenti, come chiedersi “Tu cosa ci vedi? Io il collo di una giraffa…” A ciò aggiungi che l’idea di un rigore morale cui sembrava alludere proprio quella poesia mi è ormai odiosa, come uno spauracchio pronunciato sempre e male agito, privo per questo di qualsiasi dignitoso fondamento.
Passando ad altro, ho letto Il silenzio dell’Universo di Cesare Viviani, preso a pochi euro su una bancarella, ancora fasciato nel cellophane, ma venduto come usato. Si tratta di una cinquantina di pagine che, stando alla nota in quarta di copertina, dovrebbero rifarsi a una cristianità primitiva, commista a qualcosa di più esotico, buddista. Ci sono belle folgorazioni, profondità in certi versi, ma pure materiali più inerti per il mio sentimento, frasi risapute (scritte a quel modo) su Dio, l’Amore, il Creatore, le Creature, proprio perché tentano di comunicare un’idea (primitiva anche) di morale con un linguaggio per nulla visivo, che suona al più catechistico. Si tratta certamente di un limite mio, dovuto alle diverse aspettative che riponevo in quel tema, conoscendo l’autore. Mi riprometto, fra qualche tempo, una diversa rilettura, per tentare di penetrare quella semplicità, che oggi mi ferisce come una verità mutilata.
Ieri a Genova, ho invece letto una ricca selezione dal corpus poetico di Sanguineti. Alcuni testi sembrano inavvicinabili davvero. Saranno pure fini divertissement, culturalmente acuti e affinati, ma mi sono sentito respinto al loro cospetto come di fronte a scatole di insetti. Ci sono poi folgorazioni impressionanti, specialmente sul tema del figlio e della donna, laddove l’immagine sembra pescata nel vissuto comune, eppure tanto nuova, inaspettata. Ho scoperto un lato commosso e commovente, mai semplicemente sentimentale, che non conoscevo di questo poeta o che mai avevo posto nella giustezza di quest’altra luce.
L’oltre di cui tu parli, per me ormai ateo (forse posso ora serenamente ammettere questa mia nuova circostanza), è il Nulla – non la morte che, per quanto ne so o immagino, è già qualcosa steso su questo nulla, un atto almeno –, proprio il Nulla. Il non-spazio, il non-tempo, la non-categoria per eccellenza. Dio è proprio questa maschera indossata dal nessuno. Hai mai guardato nei suoi occhi in un giorno che eri povero di idee, di fantasia? Io non riesco più a immaginarmi qualcosa al suo posto.

F.

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