Lettera: Finale Ligure, 25 Ottobre 2007

 

Ti chiedo scusa se scrivo solo ora, con un certo ritardo, ma ho avuto poco tempo per leggere attentamente quello che mi hai mandato nei giorni scorsi: il cortometraggio, i preparativi per la settimana prossima in Inghilterra mi hanno impegnato. Sono però finalmente riuscito a farmene una prima idea, te ne scrivo così, senza l’aggiunta di uno stile critico, alcune sincere impressioni.
La prima lettura mi aveva lasciato insoddisfatto, per quella che mi pareva un’eccessiva ricerca della semplicità, in certi punti addirittura ostentata (il soldato, la cipolla, la casa, la scatola), fermo restando l’aspetto misterioso delle figure collocate in scena (qui più statiche che altrove), che mi è sempre piaciuto in quello che scrivi. Su tutte, mi ha subito catturato l’immagine dell’elefante sottoterra ed è un’immagine che, con l’andare del tempo, si è fissata in me, restringendosi alla sola testa dell’animale, la sua parte frontale, spessa e voluminosa, scura negli occhi, che ho indovinato succhiati via dalla dalla morte, puliti da ere geologiche di acque dilavanti.
Ora che ho avuto invece modo e tempo di rileggere con maggiore attenzione, annoto solo alcune parole che percepisco fuori dal rigo, ma è solo nel mio sentire, questo che ti scrivo. Dici “strega” in “strega bianca””. Ha qualcosa di fiabesco (così come, prima, il Re triste e forse si sentono in lontananza le fate di Giovanna Marmo), ma al tempo stesso, quella collocazione di “strega” sembra un termine messo per allontanare la rischiosa prossimità di “mosca bianca” ed è forse anche così, ma ancora non riesco, arrivato a quel punto, a convincermi che sia giusto, che suoni bene nel mio orecchio. Altrove, nel verso “100 gambe, 300 cervelli, un pensiero solo”, ho risentito la scala dei numeri che c’è forse già nell’ultima raccolta: a memoria, ho presente l’immagine dei segmenti della pancia in un lombrico – mille stelle? – qualcosa del genere, che avevo trovato già allora molto bello. Ecco, forse la presenza in un’altra poesia di “200 teste” (quella precedente, anche se in quel caso il mio orecchio avvicinava la parola cemento al 100, quindi legava in modo metafisico il numero alla pietra, attraverso questa chiave fonetica) rischia di rendere, almeno in una delle due, prevedibile il gioco delle quantità.
Ti scrivo queste cose perché sono solo i dettagli quelli ora su cui mi interrogo, rileggendo. L’impressione che ho da questo estratto, è che invece il discorso fili e si leghi bene al tuo precedente lavoro, sulla linea di un progressivo asciugarsi del verso, in direzione di una semplicità che è però più della struttura che dell’immagine.
Se dovessi individuare un duale pittorico di questi testi, farei riferimento a certe nature morte, di oggetti disposti su ripiani, avvicinati come in De Chirico, in cui l’oggetto in sé ha la superficie lavorata e semplice, (i calchi di gesso sono bianchi e puliti, dove appena si appoggiano gli occhiali da sole), ma l’effetto è comunque straniante, mai banale.
Resta la tua poesia una delle poche che leggo sentendo nel tempo la necessità di una risposta, interna al mio discorso e poetica. Un dialogo cui rispondere attraverso un adattamento, un’assimilazione o una opposizione rinforzata. E questo dice molto su quello che c’è sempre nelle tue parole, anche quando sono meno di quelle precedentemente scritte, sottratte, eliminate, nascoste fino al silenzio, perché, in fondo, anche lì non saranno mai troppo poche.

F.

 

P.S. Sarò via dal 3 all’11 Novembre e poi di nuovo, lo stesso mese, il 22 e il 23. Spero che riusciremo a sentirci negli interstizi, anche solo via mail. Sono curioso degli effetti di questo viaggio: sto scrivendo sempre di più in Inglese, e molti testi solamente in lingua, senza provvedere ad alcuna traduzione, secondo quello spirito autenticamente nordico del sentimento che sta alle radici della mia voce, secondo schemi ed immagini che non saprei gestire allo stesso modo in Italiano. Confido nell’atmosfera londinese e di Canterbury per sapere, al ritorno, se quello che spero ha davvero fondamento, se questa nuova lingua potrà un giorno essere anche madre.

 

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