Lettera: Finale Ligure, 9 Gennaio 2007

 

La prima volta che mi capitò di vedere quell’immagine, pensai si trattasse di un lavoro di Bacon che non conoscevo, ma qui la morte è vera e, insieme, rappresentata.
Fatico a parlarne, perché, da un anno almeno, mi pare che Pasolini sia diventato oggetto di una (a tratti grottesca) messinscena, spartito, fatto a pezzi tra le forzature, ridotto a maschera d’onore, mai veramente testimoniato. Non riesco a dire di lui più di quanto sia già nel suo lavoro e nelle sue ragioni, quelle scritte o quelle agite. E questo dovrebbe bastare. Si appaga invece la frustrazione di molti scrivendone, proprio perché punto in cui si concentra l’attenzione del momento. È lo stesso, infelice, destino toccato a molti, riscoperti con il tempo più attuali e ricollocati in diversa luce. In questo agisce certamente anche la sostanziale povertà di risposte con cui la Letteratura si avvicina al resto della società ed è innegabile che l’ultima figura di rilievo in tal senso sia stata in Italia proprio Pasolini.
Ci sono, come dici tu, tanti Pasolini, la cui tortura più cruda è nel cuore, ma ci sono anche tanti “pasolini” (la minuscola al diminutivo non è solo di riguardo) che si proteggono in suo nome, altri che ne pretendono l’ideologia, altri che – lui in vita – ne hanno forse agevolato l’isolamento ed ora esprimono pubblicamente civile rammarico, senza aggiungere nulla sulle proprie responsabilità di allora, non tanto nella morte quanto nella vita.
Un giorno all’Università ricordo che durante una riunione di Dipartimento un professore di teorica disse: « I geni sono troppo rari per essere utili. » Ecco, “l’utilità” di Pasolini è allora una lotta contro la solitudine? Si trattò allora “solo” di uno di quei pochi che nascono in un secolo? In Un altro Novecento, Asor Rosa sostiene che, avessimo avuto tutta la vita il primo Pasolini, il poeta, quello che si esprimeva in una lingua madre, avremmo avuto in Italia la voce poetica più alta del nostro secolo. Con le stesse, certe, argomentazioni ho incontrato altrove pareri che insistono piuttosto sul cinema e i romanzi.
Per quel che mi riguarda, sai come la penso e sai che si tratta comunque solo di un altro punto di vista ancora. Non so se l’esposizione della sua parola come sindone, il testo come sudario, sia ciò che pubblicamente Pasolini si auspicava per i propri testi, al di fuori di quella visione privata della scrittura che ognuno si fa e che poteva coincidere anche con questo. Non c’è però da stupirsi. Oggi – pensa a * – la dichiarazione pubblica del proprio dolore scavalca il semplice pretesto, diventando baratto, ricatto mediatico (piccolo o grande che sia, dipende dalla visibilità di chi lo propone), comunque aspirazione a una cifra artistica superiore, in una riformulazione letteraria di un celebre motto, qui “molto dolore, grande arte”, laddove sento piuttosto la tendenza all’accatto sentimentale, che non l’esplorazione, anche dolorosa, dell’umana miseria. Non tutti i modi sono uguali di scavare l’infelicità, di esibire la bellezza e c’è volgarità, per me ancora più disgustosa, nell’esibire il proprio cuore nudo a quella maniera che il proprio sesso, per farne oggetto d’uso.

 

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