Lettera: Finale Ligure, 12 Ottobre 2007

 

Non so se la lettura di « tous les livres » porti a qualche tipo di autorità. Temo infatti che molti facciano proprie solo alcune formule di superficie e le ripetano per impreziosire la fine dicitura, senza nulla di fondamentale. Forse in qualche ambito accademico la cosa paga: la citazione è la prima forma di cortesia, dopo la scelta del testo. È una regola aurea che ho imparato, mio malgrado, all’Università e che funziona bene altrove. Mi sono capitati tra le mani articoli di poco più di venti righe, distribuiti su 3-4 facciate, per via di un formidabile proliferare di note, bibliografie, citazioni interne ad altre citazioni, al punto che il discorso “critico” si limitava a un tessuto connettivo, talvolta ridotto a semplice punteggiatura. Insistere in questa direzione, cortocircuitando continuamente punti diversi della memoria, non è molto diverso dalla mania di quei viaggiatori, che a forza comprimono in valigia profumi, biro e indumenti, per portarsi dietro tutto, come non ci fosse altro spazio in cui lasciare vivere le cose, da sé. Abbiamo dunque così tanta paura di scordarle, o di non trovarle più davvero al loro posto? È questa la ragione?
Nella mia esperienza ho incontrato spiriti acuti invece, proprio perché liberi da questo schema. Dopotutto, si fanno scoperte meravigliose pur non conoscendo la dimostrazione di tutti i teoremi, si scrive di città magnifiche non avendo visitato tutti i paesi del mondo, portando in sé piuttosto un senso altro di ciò che si conosce, del viaggio.
« Tous les livres » e non « tutti i libri », non a caso: anche questo scarto nella dicitura suona insopportabilmente nasale in certe conversazioni annoiate o noiose, in cui si preferisce il nome di un oceano a quello di un lago, per ragioni fonetiche, di prestigio o poco meno. « E allora, Signori cari, vi offro l’ascolto di alcune variazioni sul tema per organo di Giovanni Sebastiano Ruscello. Sentite? ».
Tutto ciò che leggiamo costituisce il sottosuolo, certamente la memoria, ma credo nello scavo della pietra (soprattutto), senza la speranza di un’archeologia, necessariamente.

F.

 

2 comments

  1. Lo “scavo della pietra” mi è venuto per suggestione, pensando alla refrattarietà del linguaggio (la lingua come pietraia, discarica, luogo dei mille oggetti mi ha sempre affascinato) e, insieme, all’idea di una città sepolta e sgretolata. Quasi vedevo i mattoni, i muri di pietra delle case via via che si compiva lo scavo.
    Ti ringrazio per avermi dato, attraverso il tuo sito, lo spunto per precisare definitivamente la mia posizione su questo argomento. Altrove lo avevo sfiorato, magari senza la dovuta attenzione, rendendomi però conto di tutti i pregiudizi che la Letteratura ha raccolto in una sola battuta.
    Un saluto
    F.

  2. Yes!

    Così, il tuo pensiero, a piccole linee già esposto, è più articolato e preciso.
    Anche se io non avrei usato la metafora “scavo della pietra” . Ma è appunto una metafora. Ti saluto.

    m

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