Lettera: Finale Ligure, 28 Marzo 2007

« Dare importanza all’arte è vergognoso, se la si intende come desiderio di preminenza, di ‘visibilità’ mediatica. »

Giuliano Mesa

 

Tutto questo è vero, perché traccia un netto segno in ciò che è necessario e come tale accade, senza altra ragione evidente. È interessante allora accostare proprio questa affermazione, all’altra proposta/provocazione, riguardante il situazionismo, o sue derive più o meno futuriste, efficaci.
Ricordo, questo inverno ad Ansbach, su un ponte, vidi nella pioggia un uomo declamare, gridare in tedesco frasi apparentemente sconnesse, dai significati oscuri, poetiche come proverbi indiani: parlava di nuvole, aghi bianchi e falchi, aveva un immaginario incrociato tra Chagall e Kafka.
La gente proseguiva indifferente però e si infilava nel centro commerciale. Quell’uomo non chiedeva elemosina, stava solo in piedi e parlava, indirizzandosi ai passanti. Forse proprio lì dentro, al riparo, tra i prezzi, le commesse e i surgelati avrebbe dovuto portare la sua battaglia, contro gli oggetti scambiati alle parole. C’era meraviglia dichiarata, architettata secondo necessità, in quel suo continuo paradosso.
Credo che il primo punto sia, in qualche modo, scardinare la convinzione che la parola sia solo una scorciatoia al mondo, di cui il linguaggio incarna un duplicato, fatto a forza di sottintesi condivisi, secondo un rapporto molto tecnico (niente affatto magico), di precise regole sintattiche e nulla più, per le quali “pane” serve ad avere “pane” e “buongiorno” ad essere cortesi – e non ha nulla a che vedere con l’augurio di un giorno sereno.
Tutto questo, però, va fatto senza cedere al pittoresco, senza rafforzare il pregiudizio che ogni azione poetica sia sino in fondo calcolata sul tornaconto di qualcuno o di un gruppo ristretto che chiede privilegi, nonché ascolto.
È paradossale, se si vuole, ma proprio chi ha fondato il proprio status su quei privilegi, alla fine è quello che più accanitamente cerca di combatterli negli altri.

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