Lettera: Finale Ligure, 18 Settembre 2007

Cara *,

perdona il ritardo con cui rispondo al tuo biglietto: ho avuto alcuni problemi in questi giorni e ho preferito il silenzio.
Sento, dal modo in cui parli, che sei pittrice: c’è una dura dolcezza in certi tuoi modi di mettere la parola, il caldo nudo della pietra sotto il sole nella calma che dici, anche il prato di cicale sembra scontrarsi in quel silenzio: è invece di un altro indizio, di quello della voce.
Capisco profondamente questo tuo sentimento e d’istinto mi viene da pensare a Segantini, per la misura mistica di quei lavori, di modo che in una vacca d’alpeggio resti piuttosto ritratto l’angelo che l’animale.
Invidio che tu dipinga a questo modo: sono tre anni, ormai, che non riesco a farlo e mi sono votato completamente alla parola, alla fotografia, al cinema. Adesso ho paura anche a prendere in mano un pennello – so che tu mi capisci -, paura come di chi sia rimasto a lungo seduto e ora possa improvvisamente correre di nuovo, ma ancora non ci riesce e vorrebbe. Ho paura che le prime inevitabili cadute mi farebbero tremare. È strano, pensare che a 13 anni non facevo che dipingere e quasi non scrivevo.
Stasera inciderò alcune letture: c’è una voce nelle nuove cose che non avevo mai udita prima, per questo la cerco, dopo infinite sfumature tolte e rese alla parola.
Il divisionismo vero del linguaggio è la vocale, anzi meno, la punteggiatura, le insegne silenziose sulla pagina. Poi, come si dice, mettere i puntini sulle “i”. Proprio vero.
Un sorriso e una felicità per i tuoi quadri, comunicata finalmente.

F.

 

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