Lettera: Finale Ligure, 29 Agosto 2007

 

caro *,

mi sembrano numeri interessanti quelli che riporti. Solitamente una sequenza di poesie occupa, all’atto della stampa, non più di 50-60 pagine, includendo in questo conto tutto ciò che è di contorno: biografia, note, prefazione e altro. A ciò si aggiunge il fatto di non trovarsi caricati dell’onere di 100 o più copie, che è poi la solita richiesta di molti editori.
Ti segnalo qui sotto un pezzo di *, pubblicato da tempo su rivista, che segna il punto sulla questione editoriale italiana, senza però scoprirsi troppo e fare nomi. Vorrei sapere una tua opinione in proposito. Da parte mia, pur condividendo molte delle cose scritte, continuo a restare perplesso su questo punto: a chi spetta decidere cosa sia poesia e cosa non lo sia? Tagliare le gambe a tutta l’arte concettuale (mi pare ci sia un accenno polemico, neppure troppo celato, a *) non è forse un restringimento eccessivo del cerchio? Non credo del resto si possa fare affidamento cieco su “critici e studiosi”. Ci sono esempi di chi, apparentemente capace nel discorso critico, sembra all’opposto sin troppo non all’altezza poeticamente e questo è un cortocircuito pericoloso e brutto da scoprire. Come si può a quel punto accettare da quelle stesse persone di contrattare qualsiasi cifra poetica che, non solo non sanno praticare (il che sarebbe il meno, diversamente di poesia scriverebbero solo i poeti), ma neppure sanno riconoscere nei propri testi praticata in modo così scapestrato.
Tralascio la solita questione legata alle chiavi interpretative, ma davvero, cancellando dal libro il nome dell’autore, molti sarebbero disarmati (e disarmanti all’atto di doverne scrivere), non saprebbero trovare più la chiave nel mazzo che hanno in tasca e, per penetrare il testo, sfonderebbero la porta, o se ne andrebbero piuttosto, ripetendo che è disabitato.
Insomma, una situazione ben triste.
Un caro saluto

F.

 

*

 

caro *,

sono d’accordo con te che valga sempre osare, dall’una e dall’altra parte, quella di chi propone e quella di chi accoglie: la mia osservazione nasceva piuttosto dal punto di non ritorno, in cui mi sono trovato leggendo l’articolo (che, sia chiaro, non dice nulla in fondo di nuovo, ma apertamente formalizza certe posizioni, lasciando intravedere una scelta anche piuttosto netta su alcune cose). Forse è quel tono di eccessiva “sicurezza” di cui è pervaso ad avermi bloccato. Vero è che alcuni recenti lavori usciti presso * (penso a * di *) non sarebbero stati accolti, in quella stessa forma e con quelle premesse, se inviati a firma di un semi-sconosciuto, ma è altrettanto vero che non tutti i nomi citati ricadono nella categoria opposta, di scrittori dai cui libri neppure un verso si può sfilare. La raccolta * di * ha, a mio modo di sentire, diverse cadute di tono non da poco. Cosa, per contro, che non si trova in un qualsiasi lavoro di *, per come è concepita la sua intera opera.
Accogli queste mie impressioni come spunti derivanti da una lettura e senza alcun valore critico assoluto.
Per il resto, ti ringrazio delle altre ulteriori indicazioni che mi hai fornito e, nel momento in cui decidessi di sottoporre un lavoro per una valutazione editoriale, farò riferimento al tuo recapito.
Un caro saluto

F.

 

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