Lettera: Finale Ligure, 28 Agosto 2007

 

carissimo,

ieri ti avevo spedito una versione di L’opera racchiusa etichettata come definitiva, ma, alla luce di alcune variazione di questa mattina, è meglio tu faccia dunque riferimento a questa. Il cambiamento più consistente riguarda la modificazione del verso « […] durare la voce / l’acqua nella conchiglia, o l’amore […] » in « […] durare la voce / o l’amore […] » col conseguente riallineamento degli altri versi e le strofe, per equilibrare il ritmo. Ulteriori assestamenti sintattici hanno richiesto per lo più un intervento sulla punteggiatura: in un caso ho eliminato tutte le virgole per raccogliere meglio il senso di un’elencazione di termini, evitando una chiara attribuzione degli aggettivi, preferendo sia libera la compartecipazione dei significati (dunque, bianchi i nodi quanto i seni e questi siano bianchi perché senza vento e siano i seni nodi e viceversa e via dicendo); in un altro ho spezzato con un punto e virgola una strofa, tolto così l’ambiguità di un avverbio.
L’eliminazione di “conchiglia” era invece oltremodo necessaria e non capisco come sia giunto tanto tardi a una simile risoluzione. Oggi, rileggendo l’opera, ho proprio visto questo elemento come intruso nell’immagine, non richiamato altrove né per assonanza, né per altra associazione (il palmo di una mano, la cavità auricolare, la gola) e con ciò affatto superfluo. Non dovrebbe ora esserci nessun’altra importante variazione in questo senso. In ogni caso, come sempre capita, il libro avrà una prima forma definitiva solo quando l’editore lo darà alle stampe. Sino a quel momento, quasi tutti i versi avranno un tremito ancora, che potrà contrarli come nervi.
Leggere, leggere tanto spesso le poesie e avere su di esse una certa autorità, comporta la loro consunzione in superficie, non diversa da qualsiasi sfregamento d’acqua su pietra, pelle su legno e così sino a completa polverizzazione, all’invisibilità. Che sia questa l’ambizione al silenzio?
Un caro saluto

F.

 

One comment

  1. “questa eloquenza completa, da sé a sé, figlia della solitudine e del silenzio. Guardarsi dal rumore e con il dito sulle labbra. Si, mettendo sempre la sordina a quel poco di rumore che è necessario per il ritmo, riducendo la musica al borbottio e cosi ritrovando la sua forma. Questo concorda con il mento muscoloso del poeta che stringe i denti.”
    23.02.1924

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