Lettera: Finale Ligure, 24 Agosto 2007

caro *,

capisco il tuo ritrarti, l’isolamento, ma per me vale l’opposto: aprire talmente le cose, spingerle all’eccesso, da disperdere la folla nel deserto, farne poco più di uno sparso manipolo, in cerca di una guida. La lezione atroce dell’indesiderata prossimità insegna questo.
Sto traducendo dal tedesco – con lentezza fisiologica, il noviziato nella lingua me lo impone – poeti del Nord profondo: Norvegia, Lituania, Islanda, Finlandia. A poco a poco compariranno tra le scaglie del serpente. Pensavo anche di cercarli di persona. Di uno ho il recapito a Vilnius. Mi interessa avere un’impressione su queste varianti dei loro testi in una lingua latina. Ho notato che sono per lo più tradotti in tedesco e, occasionalmente, inglese.
Sono d’accordo con *, la scrittura può essere voce disunita o accordata tra lunghi silenzi, ma si può accettare anche di scrivere continuamente, come i musicisti che esercitano uno strumento e tendono le proprie dita sulle corde di continuo, vigilano attentamente i suoni prima del concerto. Piuttosto, non bisogna insistere sempre sulla stessa nota, scordare con un gesto tanto vile la musica che la ricorda. Mi sembra invece questo il limite di molti. Ne parlavo ieri nel bosco, con *: resta l’impressione di avere letto già gli stessi libri una volta.
Le strutture fisse, come moduli a compilazione per il testo, lo stesso empirico concetto di scrittura, mi risulta odioso, quando si antepone con metodo al mistero. Non ha neppure la valenza persuasiva, didattica, o apertamente problematica di un esperimento concettuale in Fisica.
Anche sul discorso della gioventù sono d’accordo con *: lui stesso è giovane. Tu lo sei. Ogni poeta è tale e tale rimane sino alla fine. Luzi: è morto adolescente, con l’incanto di un’ala d’angelo sulle labbra. Ho letto i suoi ultimi versi, dettati a chi gli stava accanto ed è quello lo stupore di chi vede finalmente dietro il velo della luce – quella tante altre volte chiamata limpida – quale viso l’abbia così a lungo sostenuta, accesa.
Si diventa invece vecchi per la vita solo l’attimo preciso in cui si muore. Prima si tratta solo di un rallentamento, di demenza organica.
Sul tema delle strutture, ancora, ti dico che, a volerle trovare, sono ovunque e che con la struttura si spiega tutto, ecco perché è tanto ambita, perché necessita di un’autorevole voce che la descriva. Si può sostenere anche un libro di soli segni d’interpunzione e magnificarlo, scoprirne la necessità. E allora non più ciò che bello è necessario, ma ciò che necessario deve per forza essere bello. Una vera critica dovrebbe invece accompagnarsi, non sostituirsi, essere insomma come una lettera d’amore: non recapitabile a nessun altro, per il solo cambio di nome nel destinatario. Invece, quanti scritti sono così poco dettagliati da adattarsi a qualunque testo? Questa la differenza tra l’adulazione e la lettura.
Capisco la tua insofferenza verso un’esposizione forzata, a parole che non siano nella forma un verso: le stesse prose che scrivo sono spesso quasi poesia. Altri ne farebbero certamente a meno di questa distinzione e con qualche spezzatura, coprirebbero a distanza migliaia di pagine. A me piace invece questo luogo stretto in cui raccogliere le cose, avvicinarle e vigilare. Quando invece cedo al più ampio respiro del racconto, cerco appena di presentare il mondo e qualche sogno. Ora, raccontare le cose che sono su questa scrivania sembra difficile, ognuna per sé. Elencarle? Come metterle in rapporto tra loro o in rapporto ad altro? Allora, con ordine: il nome-il suono-il nome-il suono, via dicendo una dopo l’altra.
Infine, specchiarsi nel testo. Cosa rende l’immagine: l’io è l’altro che si vede, lo scritto.
In mezzo non resta niente. Solo tempo che scorre sotto traccia, senza trascinare via nulla. Acqua invisibile. Una vena chiusa al sangue.

F.

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