Lettera: Finale Ligure, 19 Agosto 2007

 

cara *,

ordine domenicale, sparse note del finto eunuco, ti scrivo: prima di tutto l’audio. Il video a seguire, avendo cura che già nell’uno si prepari l’immagine dell’altro, più che alle parole. Per questo la beatissima neve tedesca: mai vi rinuncerò, anche se da parecchi anni salgo in stagioni in cui non ce n’è traccia. Presto o tardi la sorte mi renderà Alexander Platz come l’ho sognata. Sennò, vale piuttosto spostare la meta in California, accontentarmi dell’Appennino, solo volpe e capriolo, buonissimi per tutto, santissimi animali, ma utili per poco alla mia causa.
Sullo scambio dei ruoli nel corso del lavoro, credo sia un passaggio impervio per me, a meno che non cambi l’idea che ho dell’amore.
Forse vale la pena, dopo i prossimi testi, di fare ordine: raccogliere gli audio in un unico file e così gli scritti, nell’ordine in cui sono apparsi, giusto per capire cosa c’è e cosa manca. Il mio problema con la prosa (se si vuole raccontare questa storia) è lasciare qualche indizio certo al povero lettore, con me due volte povero, perché messo un segnale in bella vista, alla curva successiva potrei già rivoltarlo. Non è per cattiveria o malafede, la logica però è eliotiana: god-dog.
Il perfetto personaggio che accarezzo ora è freddo nei distacchi della carne, in mezzo all’evidente imbroglio degli eventi o, se dello spirito, trovo bene come ha scritto Rossi nella nota al libro: Scardanelli. Non a caso Tubinga allora e le figure del sacro, la parola, il numero, cifra del pensiero. Questa scrittura allora è perfetta. Per questo, ricapitolare senza concludere, può essere utile.
Provando a rivedere tutto con l’occhio del narratore, i due personaggi si scrivono, ma non si muovono, non c’è azione che avvicini le loro posizioni. Prevedere qualcosa del genere sul finale sarebbe una mossa scomposta, come chi si alzasse dal tavolo su cui costruisce il castello di carte.
Meglio allora: un taglio inatteso, il colpo calcolato di chi distrugge l’edificio e ne contempla le macerie. Ad esempio: a poco a poco, infittire i tuoi interventi rispetto ai miei, magari 2-3 brevi scritture tue di fila. Le mie più asciutte ancora, di complemento, più chiare o più oscure – forse meglio chiare, ma su un registro altro, come su un farsetto, che va da sé. E poi? Come finiscono le voci che abbandonano i corpi? L’ultimo approdo dovrebbe essere un bel rumore o un bel silenzio. Ma il bianco non si può leggere davvero e il rumore non si scrive, se non a fatica, rendendolo illeggibile. Vediamole così allora le cose, macerie di carte su cui lavorare.
Chiedo solo il permesso, questa volta almeno, nella scrittura almeno, di sparire io per primo. Sia concesso a me di non avere l’ultima parola, ma la terzultima e non di più. Nessun lieto fine e nessun dramma: come quando si rompe un biscotto tra due dita, le briciole e tutto il resto nel latte.
Un sorriso.

F.

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