Lettera: Finale Ligure, 13 Agosto 2007

 

caro *,

ho letto diverse volte il testo e non credo ci siano variazioni da fare, benissimo così e te ne ringrazio. Il tono e la misura sono giustamente quelli che hai indicato e come tali devono restare. Volevo soprattutto una pagina che parlasse al lettore, come temo di non riuscire a fare io per lo più, ché quando anche frequento la prosa, raramente non la tratto con gli strumenti della poesia, straniandola così da sé, da quello che vorrebbe piuttosto rappresentare.
A una prima lettura, avevo un po’ di ritrosia di fronte all’accostamento che hai usato Antonio-Federico e che, diversamente dal successivo Diavoli-Federici, mi chiama più direttamente in causa, accanto a un nome (Antonio) che, nella mia biografia, infelicemente si lega, da qualche anno almeno, a una persona, che in ripetute occasioni non ha mancato di mettermi a parte della meschinità del proprio animo. E sia, questo Antonio che firma il libro – mi ripetevo – è pure un altro, ma non bastava. Mi sono poi rasserenato e convinto a non chiederti di trovare una diversa soluzione, quando ha cominciato a rinforzarsi in me il parallelo tra la diade dei nomi e quella dei cognomi: l’una nella parte più confidenziale della nota, l’altra in quella più critica. Allora, sia come deve essere e sia giustamente così, senza cambiare.
A breve ti manderò la pagina con i corsivi, in modo da vagliare anche la versione definitiva per la stampa: se non sarà in giornata, in ogni caso entro la settimana, prima della tua partenza.
Curiosamente, ieri giocavo alla scelta delle copertine per il libro e una di queste – che non ho ancora realizzato peraltro – prevedeva l’elencazione delle fermate ferroviarie tra Finale e Tubinga, in colonna, a margine sinistro o a tagliare il libro come cicatrice. In realtà, dovrei segnare Finale-Ansbach, ma, pur non indicata da nessuna parte, Tubinga è ispiratrice almeno degli ultimi versi della seconda sezione, quando di notte a Stoccarda vidi l’indicazione dell’ultimo regionale per Tubinga. D’istinto sognai di salire e, anziché tornare a casa, andare a pronunciare in sogno parole care a una persona, come capitava un tempo. Ancora non sapevo che sarei salito invece proprio su quel treno mesi dopo, a giugno, per «chiudere» una stanza della mia biografia (come sta scritto in Unter Augenlid e, soprattutto, in Diario di due giorni, le due sequenze, rispettivamente in poesia e prosa, scritte a Tubinga in quel periodo). Ora tu, all’oscuro di tutto, concludi questa nota con la porta della stanza di Tubinga da aprire (chiara allusione a Hölderlin-Scardanelli, cui accenni poco sopra), ma la coincidenza è forte comunque e mi lega segretamente di nuovo proprio alla città, nella quale, fuori da ogni biografia ormai, sento agitarsi ancora qualcosa, proprio nelle case, sui volti delle persone, tra le piante del parco sul Neckar, dove ho scritto e letto poesie in una giornata di vento. Un’altra piccola Berlino che non mi aspettavo, insomma.
Ecco, anche per questo, un caro ringraziamento e un abbraccio.

F.

 

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