Lettera: Finale Ligure, 4 Agosto 2007

 

cara *,

avevo scritto una lettera in risposta alla tua di ieri sera, bella e civile come la poesia che si richiama alla società, parole calcolate sullo stesso tema, non per pesare meglio le questioni o fare luce in esse, ma, prima di tutto, per chiarire a me stesso i punti di quell’amore e le sue convenzioni. Poi mi hanno distratto: l’après-midi d’une faune, Debussy, una nuova poesia in due lingue, i tre lampi di una prosa, le traduzioni, e l’immagine di certi rametti di timo secchi, che il fuoco mette in luce d’autunno e le foglie chiuse in un groviglio di neve dentro le pareti, questo Appennino ligure di cose che, a parlarne altrove, in pochi sanno cosa siano davvero o come raccoglierle a memoria in un racconto.
Allora cancello tutto, perché quello che avevo scritto non le riguarda: come nei disegni dei bambini, settanta galline in una sola pagina, oggi non potrei permettermele senza disturbi; dovrei denunciarle in Comune e forse pagare qualcosa per ogni pennuto (pari dignità riconosciuta ai pennuti, partecipi finalmente di decine di leggi e codicilli riservati prima a cani e armadilli).
Oh, se ci sono graziose le dita, come queste della pianista che ignoro, capace però di elevare a colore il bianco e nero di un pianoforte, se ci sono leggeri nel palmo di una mano i pugni di neve raccolti in terra, da scioglierli stringendo appena – la morte è in acqua -, quale migliore diritto di questo: riconoscersi nelle cose tenendole negli occhi?
Dove c’è un’ingenuità davvero, la parola non è mai troppo semplice. Non deve intervenire uno stile a migliorarla, il che non giustifica certo quelle esplosioni di una finta ingenuità, finta perché tutta fatta secondo gli schemi di una lingua imparata e ripetuta: buongiorno e buonasera. Sanno dire con semplicità le cose semplici quei cuori davvero che restano tali. La complessità è solo quell’atto dovuto tra due più chiari momenti: bisogna di continuo consumarsi, in uno sfregamento perché ci sia talvolta una scintilla.
Ora non so dire altro, di più.
Stare sopra la pietra, come una creatura qualsiasi abita già la propria morte, e ha gioia.

F.

 

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