Lettera: Finale Ligure, 24 Aprile 2007

 

caro *,

no degli aspetti che diversifica i blog dai siti tradizionali è la presenza di una fortissima componente cronologica. A parte evidenti ragioni di praticità, penso si preferisca l’una o l’altra forma, così come si sceglierebbe un diario invece di un quaderno bianco: la parola sente vivo il nome dei giorni.
Difficilmente chi entra dalla pagina principale, percepisce tutto il materiale archiviato sullo stesso livello, anzi tende a soffermarsi sugli interventi più recenti, omettendo di frugare nei cassetti, pensando (in buona fede, forse inconsciamente) che si tratti di cose superate. Un eccessivo numero di inserimenti ravvicinati, poi, non fa che spingere in questa direzione, dando l’impressione di un fiume di superficie e di rapido corso.
A riprova di quello che ti dicevo nella precedente lettera intorno al pubblico della poesia, noto che, per lo più ovunque, i commenti si concentrano sull’ultimo argomento proposto: chi vi accede ha già letto il resto, oppure non è interessato a ciò che è in archivio e agisce come chi dal giornalaio non cerca arretrati. La poesia ridotta a cronaca.
Se, al contrario, arrivasse con una certa frequenza anche solo un lettore nuovo e motivato, comparirebbero di tanto in tanto osservazioni su autori dei quali si è detto in passato. Il rischio è invece che la festa si consumi bene o male solo nell’ultima stanza aperta, quella che sembra avere ancora luci accese.
Non credo che in questo modo i blog aiutino a costruire quello che non c’è.
Tutti – chi più, chi meno – stiamo sbagliando qualcosa, a livello umano innanzi tutto. In certi luoghi, appena entri, ti senti come in un bar sovraffollato, dove tutti gli altri si salutano, si scambiano gli abbracci e i baci, ammiccano al barista dietro al banco che serve (o magari offre) da bere e tu che sei lì la prima volta e dai un saluto, quasi non sei corrisposto o, peggio, se il saluto è preso come opinione poco condivisa, sei sommerso di parole. Allora, difficilmente poi ritorni, così come penso si torni malvolentieri – se non per amore del grottesco e lo scherno – lì dove il barista a turno imbraccia una chitarra e intona lo stornello e intorno gli altri prendono a insultarlo, a fare risse – vere o finte non importa -, amici con gli amici dei nemici, in cui c’è sempre poi qualcuno che si rompe, esce di cattivo umore, sbraita e poi ritorna sotto altro nome.
Non giova l’alloro sul poeta, che canta in latino la sua messa, o in lingua sconosciuta, nella quale anche chi capisce poco, a forza trova l’assonanza e s’aggrappa lì allo scroscio grosso degli applausi. Tanto più rumore, tanto meglio e buona pace a tutti, much ado from nothing.
Non giova il machismo truculento e truccato, e – fai caso – l’enfant è sempre o terrible o prodige (meglio entrambi) o, se pietà vuol suscitare, prima di tutto enfant.
Non giovano foto rassicuranti da pater familias, o vampiresche, in posa da petite bohème, giusto pour épater le bourgeois o essere di questa o quella specie protetta.
Il dibattito si fa condominiale sulla coabitazione dei nomi in un elenco non alfabetico. La lucida speranza si accompagna nelle donne alla presenza bella e prima dei trent’anni e dopo anche, se portati bene.
Tempo fa avevo abbandonato la lettura di *, cercando nuovo conforto in *, su suggerimento di un amico. A un certo punto, mi capitò di incontrare sempre più frequentemente un identico modo di poesia, ritrita e triste, fatta col pretesto di certi medicinali, logora e senza inventiva, quasi fosse la posologia trascritta dal foglietto delle controindicazioni, ma senza ironia.
Pensai di essere prevenuto a riguardo, così più volte, a distanza di tempo, rileggevo quei versi, per capire se lentamente diventavano significativi, se fosse questa la loro bontà: inutilmente, come quando ci si ritrova a mordere un frutto, maturato lontano dal ramo e che non ha sapore e del frutto solo il colore a mala pena e la forma.
Mi sono sentito onestamente fuori strada e penso allora a quel disagio che avrò a mia volta causato in altri malcapitati, abituati a vedere in tutt’altri segni espressa la propria idea di poesia.
Probabilmente – e verrebbero così a cadere tutte le obiezioni mosse nei discorsi precedenti – non ho il metro giusto per affrontare nessuna poesia, meno che mai la mia, per decidere sino in fondo quando ciò che è scritto è o non è nella poesia e, in tal caso, di che natura.
Nei viaggi in questi anni, con sempre maggiore frequenza a Nord, in Europa, ho scoperto che ci sono regioni nelle quali il numero dei lettori è largamente superiore a quello degli scrittori, dove chi scrive, prima di tutto, fa i conti con i fili d’erba dietro casa, con l’oceano, le pietre. Ecco, lì pare che nessuno si senta frustrato dall’idea di essere in ritardo sulla Storia, che l’albero caduto sotto i colpi dell’ascia o la luce accesa in strada siano pretesti insufficienti per un verso. Non ho mai sentito discorsi sui dieci o cinquant’anni in più o in meno che avrebbe una poesia fatta solo di quello.
Un saluto e un abbraccio a te e alla tua famiglia.

F.

 

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