Lettera: Finale Ligure, 23 Aprile 2007

 

caro *,

ho appena letto il tuo appello su *, in cerca di voci nuove della poesia da proporre in lettura nelle tue stanze, constatata una certa perdita d’interesse da parte dei visitatori e commentatori abituali.
Ho osservato da un po’ di tempo lo stesso fenomeno anche su * e su *.
Inizialmente pensavo si trattasse di semplice coincidenza con periodi di festa, salvo poi constatare alcuni fatti ricorrenti un po’ ovunque, che mi hanno portato a conclusioni diverse.
Anzitutto, ogni nuovo invitato porta con sé una dote più o meno cospicua di commentatori personali, a seconda del proprio rango, che si defilano però quasi sempre subito dopo, passata la settimana di attenzione dedicata a quei versi. E così a rotazione e per migrazioni da un sito all’altro.
Ci sono – è vero – alcuni irriducibili, ma anche tra questi mi sconforta notare piuttosto il prevalere del carattere generico negli interventi (quanti tra i commenti resi a un autore sono in realtà perfettamente adattabili a chiunque altro, proprio perché privi di qualsiasi peculiarità?), quando non addirittura una spiccata tendenza a divagare o polemizzare su altro (problemi di digestione, gossip, frustrazioni d’infanzia etc.).
Credo non sia tanto un problema d’invitare voci nuove, che, come ti dicevo, aggiungerebbero solo nuovi turisti della domenica in transito, quanto di una radicata assenza di lettori di poesia in sé, senz’altra implicazione e dell’inevitabile stanchezza ad essere presenti in tutto per chi resta.
Ho sempre più l’impressione che chi legge poesia sia a sua volta solo chi ne scrive (o si dà questo come ulteriore pretesto a scriverne). Tra i pochi invece che, a prima vista, appaiono lettori puri, alcuni sono per lo più legati a un autore in particolare che non addirittura alla poesia che scrive o, anzi, proprio alla poesia in quanto tale. Si tratta dunque di una forma di consolata rassegnazione?
È sempre piuttosto difficile proporre in qualsiasi ambito delle generalizzazioni, pena il rischio di scontentare tutti e, peggio ancora, essere solo più imprecisi, ma non credo di affermare il falso se dico che l’attitudine alla poesia sia più diffusa (almeno nelle convinzioni) che non quella alla musica, più che altro per il possesso su larga scala di alcuni strumenti fondamentali (la conoscenza dei rudimenti della lingua, ad esempio), che fanno supporre questo passo più breve di altri.
Se fai caso, capita meno di frequente d’imbattersi in qualcuno che ascolti jazz o classica solo perché a sua volta compositore. La sola conoscenza di come suonano la minore e sol settima e la loro collocazione sul pentagramma, non paiono doti sufficienti a comporre un pezzo.
Del resto, basterebbe prendere una non poesia qualunque e una poesia certa per scorgere il piglio evidentemente dilettantistico dell’una a fronte dell’altra. Ho volutamente precisato questo caso piuttosto estremo, per sfuggire all’obiezione sulla netta distinzione tra cosa sia poesia e cosa non lo sia, non potendo fidare su nessuna certezza in ragione della critica.
Mi pare infatti evidente che risulti talvolta difficile bocciare tout court l’esito mediocre in un autore che ha dato prova anche solo di talento riconosciuto, il che risulterebbe inevitabile se ci fosse una categoria poetica al di sopra di tutte. Si preferisce piuttosto riconoscere la prova al di sotto delle possibilità, col che si tende a sovrastimare lavori che, a firma d’altri, sarebbero, senza mezzi termini, definiti affatto inconsistenti o neppure presi in considerazione.
Le ragioni di questo atteggiamento possono essere sia biecamente utilitaristiche, di tornaconto (specie se si ha a che fare con autori viventi) ma anche, forse, altrove necessarie, legate all’applicazione di modelli interpretativi che, in quanto tali, permettono comunque di collocare bene o male qualsiasi cosa nell’ambito di una poetica d’insieme.
Il problema, per molti, diviene allora solo scrivere qualcosa che sia inizialmente degno di inaugurare per sé uno di questi modelli e metà partita con la Storia è già in tasca. In seguito si tratterà solo di collocazioni varie, in tonalità maggiore o minore, del proprio scritto, ma non si discuterà più sulla questione tra poesia e non poesia in esso. Il dato sarà ormai comunque acquisito.
È triste a ben pensarlo, come a farsi l’illusione, guardando in un pollaio le galline razzolare o allinearsi alla mangiatoia, dei magnifici voli che un giorno torneranno a spiccare, per la sola presenza di un paio d’ali sulla schiena. L’alloro in certe figure di poeti non è lo stesso?
Non ci sono mai sufficienti prove dell’evoluzione, pare.
Ho per questo l’impressione che la sola presenza su internet – pure in una forma altamente partecipativa – sia vissuta come condizione di minorità rispetto a livelli altri (la carta stampata, la grande editoria delle fiere, le interviste in radio etc.), nella speranza che si tratti di un pur breve transito, in attesa all’Acheronte di passare oltre. Qualcuno si sceglie la guida, qualcuno una compagnia di viaggio, altri, solo più sdegnosi e fieri, come in vita già procede per conto proprio.
C’è un interesse sempre crescente intorno all’analisi statistica del traffico in rete: origine dei contatti, tempi di permanenza, frequenze per pagina e tutto il resto. Sembra riprodotta, solo un po’ più fine, la dinamica dell’auditel, in cerca di quel fondo scala che che spazzi via il superfluo, seppellendolo nei numeri. È un gioco che molti prendono sul serio. Accostare gli stessi meccanismi della Tv all’ambito letterario è spaventoso, come già lo sono le classifiche di vendita all’ingresso delle librerie o sui portali specializzati: non si fa che soffocare sotto poche fronde un intero sottobosco.
L’analisi proposta sui numeri è talvolta anche poca cosa a ben vedere e soggetta al vizio di chi cerca in essi confermate le proprie aspettative: 100 contatti non sono forzatamente 100 lettori di poesia. Si può trattare di 20 persone passate 5 volte nelle pause in ufficio. Anche si trattasse poi di 100 contatti unici della durata di 10 minuti ciascuno su una stessa pagina, si dovrebbe controllare che, effettivamente, quella fosse l’unica pagina aperta e non una delle tante durante la navigazione. In quel caso, ancora, quanti si soffermavano sul testo e quanti si perdevano invece nei commenti? Quelle stesse persone, una volta che il testo approdi a maggiori condizioni (dall’Html a Einaudi, per dire) (ri)comprerebbe a 10 Euro le stesse poesie che hanno letto gratuitamente sul web?
Ecco, forse tutto questo è legato a un necessario passaggio generazionale. Forse, oggi Pasolini avrebbe aperto un blog per Scritti corsari, Pirandello si sarebbe divertito a muovere le fila di una intera chat room, e Pessoa, da par suo, chissà in quante forme di vita diverse si sarebbe ricreato. Ugualmente, Luzi, Caproni, Montale, avrebbero aggiornato quotidianamente un blog? Forse Calvino. Sono questioni divertenti per discutere tra amici, a patto di non farne una ragione storica, come sempre.
C’è invece il rischio fondato che il dilagare di certi atteggiamenti allarghi, anziché restringerle, quelle sponde di Acheronte, si così crei un ghetto virtuale, un circolo chiuso, di volta in volta spazzato via e ricreato da generazioni in alternanza.
Splinder, WordPress, Blogspot e tutti gli altri sono vere e proprie città, edificate in uno spazio immaginifico, dilatabile senza confini, come il pensiero, fatte di quartieri, pieni di appartamenti, stanze chiuse, cinema, supermercati, benzinai e chiese. Le persone che si incontrano però, la loro tempra, i loro volti qui a misura di pixel, sono sempre e solo quelle già incontrate in strada, non altre, solo un poco camuffate dietro un filo di trucco. Fortunatamente non c’è scampo. Che sia proprio questo scoglio antropologico, insormontabile a non darci pace sino in fondo?
Un abbraccio e un augurio per i prossimi giorni.

F.

 

2 comments

  1. Ciò che mi piaceva sottolineare qui non è la consolazione in sé (anche la filosofia è consolatoria, anzi proprio la ricerca della verità è, in sé, la più alta delle consolazioni), quanto la rassegnazione con cui si persegue la propria ricerca, il senso monotono e sempre uguale che toglie nerbo, appiattisce su tutto.
    Notavo come in certi casi ci si leghi più alla figura di un autore (nel quale si riconosce ad esempio un vissuto simile) che non alla (sua) poesia. Se il proprio rapporto con qualsiasi forma di arte, o di scrittura in particolare, si limita a ciò, a mio avviso ci si chiude sempre più al centro di un cerchio, invece che aprirsi all’esperienza. Come dici tu c’è poi chi si consola altrove: in vino veritas era il detto no? :-)
    Ieri sera, ad esempio, ho visto a mezzanotte un ragazzo perfettamente consolato sul suo Mercedes straripante di techno-ritmi :-)

  2. consolata rassegnazione personale … chi non ha bisogna di essere consolato non legge poesia, poi c’è chi usa altri metodi : cioccolata fondente, vino, alcoolici forti…

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