Lettera: Finale Ligure, 6 Giugno 2007

Finale Ligure, 6 Giugno 2007

 

Caro *,

ti ringrazio per questa lettera di appunti su Profilo Minore. Hai pienamente colto l’idea della pietra in copertina, messa in una posizione che la confonde con un piccolo uovo bianco (tale mi apparve nella beata miopia di una sera, passeggiando a mare vicino a un gruppo di gabbiani).
Ogni profilo è proprio la sottrazione del tutto nella visibilità della parte messa in luce e tutti i profili insieme concorrono a questa stereometria del linguaggio, che vorrei ancor più enfatizzare raccogliendo in una pagina conclusiva gli elementi primi dei versi, le loro occorrenze.
Sino ad alcuni anni fa mi occupavo, fra le altre cose, di problemi connessi alla ricostruzione di oggetti tridimensionali, attraverso particolari procedure di sezionamento ottico: qualcosa di tutto ciò è forse rimasto, come una sorta di metodo affascinato. Il fatto, poi, che lo si riconosca o meno in questi versi, dando però il giusto peso alla cosa, è questione di sensibilità (in altri casi di buona fede) in chi li legge.
Il linguaggio, lo stato in cui si trova di pietra-oggetto, chiama a sé residui del significato, viene interrogato per parti, lavorando sull’ortografia, la sintassi. Come giustamente tu indichi « la sintassi è aggirata » [1] e cade proprio la possibilità di attribuire con certezza a un verbo un oggetto e un soggetto (o viceversa): in qualche modo e in diversa misura ogni interpretazione a priori è possibile. Si può, in alcuni punti, restituire legittimità al costrutto, facendo appello a certe regole implicite (l’uno prima dell’altro), ma chissà che l’inversione soggetto-verbo non sia già davvero avvenuta a creare un ambiguo. Più significati in una sola proposizione, ecco l’indeterminato, il sottrarsi dei significanti al significato. Questa struttura somiglia molto a quella delle funzioni d’onda dei sistemi quantistici: con un certo peso ci sono diverse componenti, ma sino a che non se ne disturba la natura con una osservazione, il sistema persiste nelle sue possibilità, in qualche modo non si dichiara. Paragone suggestivo e al quale non posso certo sottrarmi, vista la formazione scientifica dalla quale provengo, che spero venga sempre però considerata nella sua giusta luce: gli ambiti diversi, non si può formalizzare la poesia in ambito quantistico. i\hbar\frac{\partial}{\partial t}\left|\Psi(t)\right>=H\left|\Psi(t)\right>
In un altro passo della lettera, citi Werner Heisenberg e mi sorprende come non pensassi affatto a qualcosa del genere, scrivendo. Eppure, negli ultimi anni, mi sono interessato proprio alla sua disuguaglianza, per coglierne un livello più profondo, trovare in essa quasi una necessità spirituale (non morale). Ho letto diversi lavori in proposito e, tra questi, uno dei più fruttuosi è a firma di Hilary Putnam, e riesamina alcune posizioni legate all’introduzione di una logica quantistica, nel tentativo di ripristinare una forma di realismo anche nei microdomini.
Sicuramente, l’esigenza che ho sentito di anteporre al conteggio dei profili una posizione apertamente problematica sul metodo (sempre che lo si sappia), scritta nella stessa forma dei testi successivi, dichiara lo stesso turbamento di fondo. Le crepe nel tono ragionativo – la parola crepa e le sue varianti aumentate e diminuite (graffi, tagli, aperture etc.) – è anche non a caso una delle più ricorrenti. Sono quelli i passaggi che scoprono l’originale tessuto del linguaggio, la pelle scarnificata, il suo realismo forse mitico: si tratta però di sempre brevi fughe liriche, chiare figure interlocutorie che, a mio modo di sentire, non consolano mai sino in fondo, anzi raddoppiano la solitudine di chi parla in chi ascolta (o viceversa). Tutte le azioni suggerite (fai, premi, prendi, prova etc.) sono state prima di tutto almeno una volta compiute da chi pronuncia questi teneri imperativi (che sono anzi invocazioni) e già ne conosce l’esito (negativo). Eppure, la richiesta di partecipare a una stessa possibilità nelle cose, passa anche attraverso questo estremo, ripetuto tentativo di falsificare le esperienze acquisite.
Per quanto riguarda invece l’associazione corpo-ombra-spazio-tempo, con qualche arbitrarietà forse, metto il corpo accanto allo spazio e l’ombra al tempo (pensavo sia alla meridiana, sia alla connessione tra ombra e movimento e quindi, per mezzo di questo, al tempo).
Non è – questo – l’unico modo di innescare un processo poetico, che coinvolga i quattro termini: si tratta però di una possibile indagine dei limiti di quello stesso realismo cui accennavo, attraverso una provvisoria attribuzione di significato alle figure. Come in un gioco di carte scoperte, l’associazione raddoppia i significati e scopre altre verità (di)sperate.
Ecco, se un dubbio ancora mi rimaneva sulla struttura del libro, ora è quasi del tutto fugato. Attenderò altre conferme, proverò a rileggerlo ancora una volta da capo, ma tutte queste necessità dichiarate, evidenti anche agli occhi di altri, mi fanno bene sperare, che il lavoro di due anni su questi testi abbia sfiorato una corda rimasta a lungo ferma, facendola un poco vibrare.
Un caro saluto e un ringraziamento di cuore.

F.

 

[1] « Il verso crea sempre uno slittamento di raccordo. Non sai mai se un verbo si accorda con il successivo sostantivo o si muove autonomamente. La sintassi è aggirata per eccesso di zelo e di possibilità lineari, che alla fine finiscono per escludersi (o addirittura, sottrarsi) a vicenda, anziché sortire un ventaglio di inclusività ulteriore. E’ come se si procedesse a tessere una tele, a costruire un labirinto per disperdere il senso o magari distillarlo diversamente » [Luigi Metropoli]

 

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s