Lettera: Finale Ligure, 23 Febbraio 2007

Finale Ligure, 23 Febbraio 2007

caro *

Ho visto il pezzo che mi segnali, stamattina velocemente, ma spero di interessarmi più tardi al significato della rivista, che mi è noto solo per fama. Ho taciuto per questo: ai commenti avrei risposto con troppa leggerezza.

[…]

Tra le prime righe si parla di poesia come epifenomeno – a me veniva subito da dire epifonema.
Poi c’è il solito aggettivo che stona (storico). Guai però a toccare la possibilità della storia: qualcuno è colto nel vivo e si risente, come a toglierle il guanciale comodo sotto la testa a chi dorme. Mai ritirare i sogni prima che sia la vita stessa a ridurli a nulla.
C’è poi una congiunzione splendida: linea e regressione. Le regressioni delle linee per punti hanno un senso preciso anche in statistica e Berio ha giocato molto su questi punti di una curva da trovare (nello spazio? o del discorso? E Mingus? E Conversation with myself?)
All’ultima domanda sull’autocompiacimento in poesia, ti confesso che, per quanto sento e leggo in giro, pochi ammettono davvero di staccarsi dal proprio testo e lasciarlo a vita propria nelle mani del lettore. Forse temono di non avere corpo più. Sono sempre roba propria qui le cose da lasciare per la cruna e l’ago. Per questo – non ricordo in che occasione – ebbi davvero l’impressione che avessero ragione gli yuppie (e non gli hippie, in Cristo o meno), così scoperti, in una materialità non camuffata d’anima e per questo autorevole nel dirsi come più le piace e nel farsi seguire però leggera.
Anche l’autorevolezza della critica mi lascia perplesso. Una volta sottoposi in lettura – chi non lo ha fatto in gioventù? – a un esimio una raccolta, mescolando Penna, Jaccottet, Tadini. Ricevetti una stroncatura: quei versi erano metricamente costruiti male, pieni di spezzatura messe a caso e di immagini retoriche (non figure). Insomma, una povertà strutturale non da poco. Chiaro: non aveva riconosciuto le firme e meno che mai vi si potevano applicare allora forme più o meno convenzionali per gratificarle. Se poi si può accettare – con una certa riserva però – il discorso sulla retorica in Penna – nel qual caso mi guarderei da qualsiasi tentativo di lettura dei Romantici – stento a credere che L’insieme delle cose o Il barbagianni l’ignorante (rispettivamente Garzanti e Einaudi) presentino tratti di così spessa inattualità formale da ricevere simile stroncatura. Anche l’obiezione che mi è stata mossa da alcuni («Non si possono conoscere tra tutti gli autori tutti i versi»), mi pare non risolva la questione: se da un lato non si può riconoscere di ogni verso il poeta, dall’altro la poesia dovrebbe però essere riconoscibile. Si può certamente non (ri)conoscere l’albero da cui proviene la mela, ma non si può non riconoscere la mela. E pure sulle antologie da cui avevo copiato i testi non si faceva cenno a quelle poesie come non poesie, anzi prestavano bene i loro versi alle fondamenta di una piccola parte della Storia. Pregiudizio? Chi lo sa. Intanto, non sono mai riuscito a convincere il contadino sotto casa che le mele dell’albero sono patate. Che la poesia, in qualche modo, non esista allora? O sia inconoscibile? O esista solo quando la si vuole riconoscere? Anche la questione sulle chiavi d’interpretazione, spesso citata a salvaguardia della buona fede, non regge. Un conto è la ricetta e un conto l’ingrediente. La patata sia patata e poi la ricetta la cucini. Non che la patata sia a volte mela e non la si possa per questo cucinare, altre volte sia invece proprio patata e come tale la si frigga con l’uovo.
Ieri – per colmo – in un’antologia, curata da un altro stimato critico, non sono riuscito a trovare, neppure in citazione per nome, Boine. C’era però * e pure **. Nel cimitero qui del mio paese, dopo tutto, trovo mia zia e qualche nonno; Jim Morrison è sepolto a Parigi.
Oh, ma insomma, quante considerazioni. Se le riordinassi potrei scrivere anche qualcosa da inserire nei commenti, con più misura però, per non urtare la sensibilità di nessuno.
Questa è una chiacchierata al bar e può stare così. Ti offrirei un caffè ora, corretto o per correttezza, ma i miei ragazzi a scuola reclamano che li porti in cortile in una giornata di sole come questa. Spingere il pallone con i piedi fino all’oltretomba – il goal del golem – questo chiede gioventù, altro che dare zuccherini a luce spenta, bianchi in volto in covi d’ombra.

Un abbraccio
F.

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