spazio metrico: lettere accolte su Amelia Rosselli

 

Sono qui di seguito riportate le lettere scritte a Florinda Fusco intorno al tema della “poesia cubica” in Amelia Rosselli.
Non si tratta del tentativo di rendere sistematico il contatto tra poesia e fisica moderna tentando di spiegare l’una con l’altra, ma di libere suggestioni, movimenti d’ombre in una sconosciuta grauzone in cui è il corpo a seguire l’ombra e non viceversa.

 

8 Febbraio 2006

Ho preso in considerazione la questione che mi poni intorno alla forma cubica della poesia in Amelia Rosselli. Lì per lì mi verrebbe da dirti che la fisica moderna in questo non c’entra direttamente. Ho piuttosto pensato ai cristalli e al cubo di Necker, che è poi la classica immagine-gioco che genera un effetto ottico: il cubo è disegnato in modo che le due facce (anteriore e posteriore) siano di uguali dimensioni, quanto basta ad ingannare l’occhio che si aspetterebbe in prospettiva la posteriore più piccola. In tal modo, il cervello è preso in una perenne oscillazione tra l’una e l’altra possibile scelta prospettica, senza decidersi, a meno di forzarsi consapevolmente, sino a fissare a mente l’immagine così prescelta. Volendo invece far riferimento alla fisica moderna, e non abbandonando del tutto l’idea cui ti ho appena accennato, direi che l’attitudine del cervello sembra quella di un sistema fisico che si trovi in una sovrapposizione di stati. La descrizione di un sistema è data da una sorta di oscillazione del sistema tra tutti i suoi stati possibili. Nel momento in cui viene compiuta la misura, il sistema si pone in uno stato tra quelli possibili. Il problema è poi però anche più sottile di così, perché a definire lo stato di un sistema, non si possono scegliere tutte le caratteristiche che lo compongono, ma solo tutte quelle tra loro compatibili (quella che si chiama l’osservabile massima) e ciò è per Natura. Da ciò, quando osservi un sistema (quindi quando compi un atto di misura e lo “metti” nello stato che osservi), contemporaneamente lo rendi indeterminato in tutte le altre variabili che non sei riuscito a misurare (perché per natura incompatibili con quelle misurate).
Altra possibilità per accostare la poesia cubica a concetti legati alla fisica moderna, direi che, richiamando il cubico un volume, si potrebbe pensare allo spazio delle fasi (quantizzato, quindi scomposto in volumi minimi). Il passaggio tra classico a quantistico si può fare proprio lì, iniziando a quantizzare certi oggetti che popolano lo spazio delle fasi. In altre parole, si passa dal continuo al discreto numerabile. Una sorta di rivincita pitagorica sugli irrazionali.
Ora, dimmi tu sinceramente: trovi degli agganci alla poesia di Amelia in tutto questo? Se però avessi però un testo particolare come riferimento o anche solo un verso, potrei tentare un’indagine più precisa. Confesso di avere ignorato sinora la sua passione per la fisica contemporanea.

[…]

Ci pensavo ancora oggi: forse più semplicemente Amelia intende la poesia cubica come una poesia che esce dalla dimensione scritta (bidimensionale della pagina) e acquista una terza dimensione che è il tempo, l’oralità. E il cubo è la terza dimensione per eccellenza, dotata di una perfetta identità delle tre dimensioni, come una sorta annullamento della tirannia dei rapporti (mi pare fosse lei a parlarne): nessuna delle tre dimensioni risulta così privilegiata. Che ne dici? Mah…

 

10 Febbraio

Da quello che mi dici sul rapporto con il cinema, credo che l’idea di una forma cubica sia essenzialmente visiva e solo in un secondo livello (inconscio e magari un po’ forzato nell’interpretazione) richiami concetti alti della fisica moderna, quale il principio di sovrapposizione di cui ti parlavo l’altro giorno. Secondo l’idea che mi sto facendo, le tre dimensioni potrebbero essere le due della pagina/fotogramma (la scrittura si dispone in uno spazio bidimensionale, quello del piano del foglio) e quella del tempo (la terza dimensione), lo scorrere dei fotogrammi uno dall’altro. La scelta del cubo credo sia dettata da ragioni di regolarità: dare un uguale peso alle tre dimensioni (le dimensioni della scrittura/deposizione della parola e quella del tempo). Se pure qualcuno potrebbe obbiettare che sia piuttosto una sfera la forma regolare per eccellenza, risulta però difficilmente immaginabile a cosa attribuire le sue tre dimensioni (bisognerebbe ad esempio scegliere tre diametri ortogonali tra loro per avere la stessa efficacia del cubo). Nel caso del cubo, invece, salva l’idea di una certa regolarità, gli spigoli sono bene in vista. Mi muovo per interpretazioni, che possono risultare piuttosto psicologiche quando non addirittura fantasiose, perché credo che quando si trasportano a questo modo segni da un ambito linguistico ad un altro (in questo caso dalla scienza/geometria alla letteratura) ci sia in partenza uno sradicamento dal terreno di origine e quindi una perdita di vita dei significati originali, come quando si sradica in campagna una pianta per portarla a casa in un vaso.
In allegato all’email troverai il cubo di Necker: concentrandoti sul giallo, ti sembrerà che quello sia il tetto del cubo, viceversa, fissando l’attenzione sul punto segnato in rosso, riuscirai facilmente ad immaginare che quello sia interno al cubo e vedrai a quel punto la parete gialla disporsi di sfondo. Se non ti concentri su nulla, ti renderai conto che il cervello da solo non sa bene decidersi su come disporre le informazioni contraddittorie che riceve e ti sembrerà di vedere qualcosa di simile ad un cubo appiattito, del quale si perde ogni percezione prospettica nel disegno.
In fondo, tutto il discorso sulla sovrapposizione degli stati in fisica, le osservabili ecc. si può riportare alla poesia, nell’ambito dell’interpretazione del testo poetico. Se mi concedi il modo rude e bizzarro di accostare i due mondi in uno schema, ne può risultare all’incirca una visione del genere:

a) quella che in fisica è la misura di una grandezza, in poesia si associa l’interpretazione di un significato
b) in un sistema fisico ci sono diverse grandezze da misurare, in una poesia diversi significati da interpretare
c) ci sono coppie di grandezze che non possono essere, per natura, misurate simultaneamente, così come credo ci possano essere anche significati contraddittori in un testo poetico che non si lasciano risolvere l’uno con l’altro
d) l’osservazione/misurazione di un sistema è ciò che, in qualche misura, ne “determina” lo stato finale; allo stesso modo interpretare un testo implica dargli il significato -tra gli altri- che quella interpretazione implica

Del resto, pensare ad un testo poetico chiuso in sé, tra i margini della pagina e non letto è come pensare che abbia vita propria e che, inconsapevolmente, per l’atto stesso di essere stato composto e di vivere, porti in sé i suoi significati senza manifestarli. La manifestazione implica un lettore/interprete, così come l’osservazione in fisica, un osservatore/sperimentatore. Chi osserva, chi legge, attribuisce al fenomeno/testo lo stato/significato attuale. Chiaro che i significati sono insiti nel linguaggio, ma non in maniera univoca: c’è un atto di volontà alla base della loro manifestazione.
Chissà se sono stato chiaro… Spero almeno più dell’altra volta nello schema di prima.
Se hai bisogno di indicazioni o hai dubbi chiedi tranquillamente: ho bisogno io per primo di riflettere su cosa significhi scrivere e forse questa è anche un’occasione per riprendere seriamente a considerare alcune questioni di fisica.

[…]

Parto dal fondo: quadridimensionalità in fisica sono le tre dimensioni dello spazio più quella del tempo. Credo che storicamente sia un concetto introdotto a partire dalla relatività. C’è però di più: scrivevo qualche tempo fa (non ci avevo mai fatto caso prima) che il tempo è un luogo e proprio pensavo a questa idea della quadridimensionalità. In pratica, l’idea di fondo che sta alla base di questa estensione delle dimensioni discende dalla mutazione del tempo rispetto all’osservatore. Sino agli inizi del secolo scorso, ciò che si trasformava era il punto di vista spaziale, per cui le coordinate (spaziali) viste da osservatori differenti, mutavano secondo determinate regole (trasformazioni di Galileo). Successivamente, si è visto che non solo lo spazio cambia, ma, quando l’osservatore è in movimento, anche il tempo (non più assoluto) si trasforma. Ora: in fisica, per ragioni essenzialmente matematiche, si può parlare di cubi a quattro dimensioni, senza che ciò abbia a che fare strettamente con l’immagine euclidea cui siamo abituati. Per darti l’idea di cosa intendo, un cubo in quattro dimensioni potrebbe essere un evento che accade nell’intervallo di 1 secondo in una porzione di spazio delimitata da un cubo. Per questo, forse, la non rappresentabilità della quarta dimensione è talvolta un refuso: in realtà -mi pare- si confondano rappresentazione e percezione. Non si può certo rappresentare un cubo avente quattro dimensioni di lunghezza -in senso euclideo almeno-, ma la percezione eventi se vuoi “cubici” a più dimensioni, non è avulsa affatto dalla nostra esperienza. Per certo occorre buon senso in ogni movimento a cavallo tra fisica e poesia, diversamente tutto diventa in qualche modo giustificabile e, con ciò, a forza suggestivo: se ti dicessi che leggendo 11 poesie in endecasillabo di 11 versi ciascuna in 11 minuti creerei un iper-cubo a 4 dimensioni, non avrei, almeno tecnicamente, mentito ma credo che tale esperienza lascerebbe praticamente indifferenti.
In un testo poetico, la bidimensionalità è quella della pagina certo, ma internamente al testo -credo- si riferisca ad una dimensione lineare del singolo verso e ad una verticale della sequenza dei versi. A ciò si aggiunga la durata della lettura, che equivale alla durata dell’evento nello spazio. Come dire che un significato occupa uno spazio di significanti (nel verso e nella sequenza verticale dei versi), secondo una durata che è quella della voce/interpretante. Da ciò che mi dici, sento comunque forte che la dimensionalità in più nella poesia di Amelia è il tempo. Anche nell’idea di architettura dinamica, a ben vedere, è implicato il tempo. Tutto ciò che è dinamico ne richiama la necessità: inquadratura cinematografica (forse come se si trattasse di un incipit del movimento a venire), durata musicale: tutto è nel tempo.
Pensavo proprio stamattina ad un qualsiasi filmato riprodotto sul monitor del PC: gli oggetti sono riprodotti in scala, anzi lievemente distorti talvolta, ma il cronometro, segnato in alto a destra, che accompagna quella sequenza di immagini non muta. Quel tempo, anche nell’immagine più distorta o in presa diretta, sembra interamente contenuto, inalterato.
Per quanto riguarda invece lo spazio metrico, si tratterebbe di introdurre innanzi tutto alcune idee matematiche. Solitamente, per poter fare della geometria in un qualsiasi insieme (ossia una collezione anche astratta di simboli) si è soliti dotare l’insieme di strutture e leggi di composizioni interne. Una di queste strutture -parlo in modo non rigoroso, giusto per rendere l’idea- è la metrica, la possibilità di definire la distanza tra due oggetti. Distanza -ancora una volta- non necessariamente nel senso cui si è abituati ad intendere. Se vuoi ti posso successivamente indicare quali sono le caratteristiche che deve avere una struttura in uno spazio per introdurre una metrica e vedrai che, pur essendo caratteristiche comuni a quelle che già riconosci nell’usuale “metro”, sono presentate in modo astratto, senza fare riferimento alla costruzione del “metro” vero e proprio, ossia dello strumento di misura.
Introdurre strutture in un insieme sarebbe poi necessario per poter stabilire concetti temporali quali presente, passato, futuro: due istanti devono essere confrontati per poter dire chi viene prima e chi dopo, due punti pure, per poter dire chi è più lontano da un terzo punto. Insomma, come vedi, tutto sta a stabilire un qualche criterio sensato ed indagarne quindi le ulteriori possibilità inespresse.
Se mi dai altre indicazioni, quando credi di averne, ti posso informare su ulteriori analoghi nella fisica o nella matematica, pur con il tacito accordo che in ogni passaggio verso la poesia, ogni netto rigore va perso e si confonde piuttosto in una ricerca di una diversa etimologia.
Fatico a controllare il flusso delle parole quando mi addentro in simili discorsi, ma questo è il loro fascino.

 

11 Febbraio

A tre dimensioni -credo- il cubo sia fatto: il tempo, la lunghezza versale, la lunghezza del testo.
Non saprei viceversa collocare il suono come dimensione a sé, anche perché, a ben vedere, è contenuto nell’idea del tempo, che a sua volta implica la durata/lettura.
Se si dovesse poi dare una quarta dimensione, essa dovrebbe essere autonoma dalle precedenti e piuttosto aggiungere qualcosa che in esse già non si contiene.
Il fatto che si scelga la parola come unità minima, si presta a suggestivi parallelismi con la fisica, credo più suggestivi che reali (avendo però Amelia coltivato un certo interesse per gli sviluppi della fisica moderna, potrebbe essere entrata in contatto con queste idee e aver trovato l’allegoria scientifica un modo agevole e convincente di risolvere il problema della lingua in un problema di Natura).
In fisica, come ti dicevo l’altro giorno, descrivere un sistema equivale a “scriverlo” come sovrapposizione di stati. Mi spiego con un esempio poi preciso in che senso (di pura follia) ti offro il paragone. Se A , B e C sono tre possibilità tra loro compatibili per il sistema, allora esso potrebbe trovarsi in uno stato dato da 4/7 A + 2/7 B + 1/7 C (come fossero ingredienti: 4 parti su 7 devono essere di A, 2 su 7 di B ed 1 su 7 di C, sino all’unità) Dire che il coefficiente di A il maggiore dei tre equivale a dire che ho probabilità maggiore di mettere il sistema nello stato A, attraverso una mia osservazione. Del resto, tutti e tre gli stati significano qualcosa di preciso per il sistema.
Ecco allora che il verso si compone di parole/stati, che significano in sé qualcosa, non di sillabe che sono unità prive di significato autonomo. Ciascuna parola ha una durata (un coefficiente) e l’insieme del verso rappresenta una vibrazione di significati, che si percepiscono singolarmente al momento della lettura, ma che vanno alla fine a costituire il verso finale, lo stato finale in sovrapposizione di tutto.
Suggestivo questo raffronto, anche se, al solito, resta né più né meno un’allegoria, che si tradurrebbe in una storta forzatura qualora si tentasse di farne un impiego scientifico in poesia.
Torno ora nell’altra stanza a finire Rebecca di Hitchcock. Se mi venisse in seguito qualche ulteriore idea, prometto di scrivertela, magari cercando di essere meno prolisso. A presto. F.

 

12 Febbraio

Vediamo un po’ di fare ordine compattando alcune idee.
Innanzi tutto: un testo, come un cubo, deve essere una porzione di un qualche spazio (metrico quindi), delimitata con regolarità. Ogni dimensione deve avere identico peso rispetto alle altre. Bisogna però trovare 4 componenti ortogonali, ossia indipendenti completamente l’una dall’altra. A quel punto, se vuoi legare l’idea dello stato al cubo la si può pensare così: il cubo è il dominio entro il quale si scelgono i coefficienti con i quali combinare tra loro le funzioni elementari di suono, tempo, forma e significato. L’estensione dei quattro ambiti è identica, ma, non potendo usare qui la categoria del numero, la sostituiamo ponderando ugualmente il valore di ciascuna categoria. In tal senso ogni parola scelta ha valore poetico solo se perfettamente equilibrata nel verso in quanto a suono, tempo, forma e significato (con forma di una parola, intendo il suo aspetto ideo-grammatico). Una parola, equilibrata secondo il nostro cubo, potrebbe avere massima la componente di suono e minima quella di tempo, di forma e di significato. Si collocherebbe ad uno degli spigoli della figura: una brevissima interiezione Ah! potrebbe essere questo. Altre parole -la congiunzione e per esempio- potrebbero avere valore di forma e tempo minimi e valore intermedio di tempo-significato. In pratica, si mettono in relazione parole e punti del cubo, proiettando le parole sulle varie dimensioni, in base al loro valore. Scrivere un verso significherebbe allora un’operazione alquanto criptica e difficilissima: ogni parola avrebbe un suo peso rispetto alle quattro dimensioni dette e il verso risulterebbe una sovrapposizione di elementi così equilibrati.
Che follia vero? La scrittura sarebbe impraticabile a questo modo, quella poetica almeno. Certo non quella autonoma di un calcolatore che, anzi, avrebbe proprio bisogno di questi artifici analitici per poter manipolare secondo qualche criterio un linguaggio.
La notte scorsa non ho dormito, stamattina ho guardato un altro film di Hitchcock e la sera prima è trascorsa leggendo Grünbein a luce bassa. La zona grigia, richiede dunque ben altre esplorazioni, per essere pronunciata.

 

13 Febbraio

Parto dal fondo con una premessa però: lo spazio tempo non è cubico perché ha 4 dimensioni. Si deve anzi pensare che, a meno di restringerlo a una sua porzione ben definita (come ti dicevo la scorsa volta), tutte le posizioni e tutti i tempi sono accessibili, per cui lo spazio tempo è una infinità a quattro dimensioni, uno spazio astratto se vuoi, ma infinito.
Mi ha colpito quanto sostiene Amelia in merito al verso libero e alla quasi-cubicità del sonetto classico. In effetti, sino a che non si pensa di trasformare anche il tempo in base all’osservatore, non sono prevedibili quelle tipiche deformazioni spazio-temporali che prevede la relatività (dilatazione dei tempi e contrazione delle lunghezze). In ambito poetico, la prima impressione che ho avuto è che la dilatazione/contrazione della forma classica in una forma libera, sia un effetto proprio di una trasformazione del tempo.
Passo ora all’intervento vero e proprio di Amelia, nel suo colloquio con Pagliarani, tentando di fare riferimento direttamente ad alcune sue affermazioni nello specifico, anche se, come tu stessa dici, si tratta di frasi parecchio involute, irte di periodi sospesi, come in qualsiasi conversazione: anche provando ad intonarle a voce alta, fatico a coglierne sino in fondo il senso.
Parto dall’affermazione relativa al sonetto classico che definisce approssimativamente cubico. Si tratta in effetti di 14 endecasillabi (11 sillabe), la cui oralità è sicuramente regolarizzata dallo stretto impianto metrico. Questa fase della scrittura, mi pare, si possa collocare accanto alle antiche trasformazioni galileiane dello spazio, nelle quali il tempo (ritmo) non era assolutamente variabile, ma restava inalterato rispetto ai diversi osservatori/lettori.
Risalendo a ritroso le sue parole, mi pare che acquisti luce nuova l’affermazione: io imparai perfino che il verso libero ne derivava e imparai anche in diversi periodi che la ritmicità era tutta chiusa in questo spazio-tempo, non era cubico. Il verso libero è il verso nel quale entra l’idea di un tempo che si trasforma e, trasformandosi, produce contrazioni e dilatazioni nello spazio-tempo del testo. Questo fatto, cioè che trasformando il tempo si creino delle dilatazioni/contrazioni, è perfettamente consono alla teoria della relatività e mi pare che Amelia per prima ammetta questa matrice alla base del suo discorso quando in principio afferma: Il concetto di spazio e tempo nella fisica moderna era molto cambiato avevo dei problemi con i concetti spazio tempo. Credo proprio che lei qui alluda al carattere non assoluto del tempo, alla presenza di nuove trasformazioni per lo spazio e il tempo (quelle, per intenderci, che portano a parlare di dilatazione dei tempi e contrazione delle lunghezze in relatività, alla deformazione di un cubo in un parallelepipedo).
Sono ora convinto che così la tesi possa reggere, così come l’interpretazione delle parole, perché, diversamente da quanto detto in precedenza, stiamo qui parlando di analogie forti, suggestioni (Amelia stessa ammette: C’è sempre un contenuto predominante, l’esperienza e l’ispirazione… ) e non di un cervellotico gioco di pesi e contro-pesi che, mi pare, sia sempre improponibile in poesia. Quando si inizia a chiamare in causa il numero, a contare le parole, le vocali, a misurare la poesia, mi pare si finisca inevitabilmente un passo oltre nella terra di nessuno: non dello scienziato e non del poeta. Riprendo il discorso. Credo a questo punto che il parlare di cubo/cubicità riguardi non tanto una figura geometrica, quanto un discorso di regolarità di diverse componenti (cubo, in matematica, indica anche la ripetizione per tre volte di un identico fattore: 2x2x2 è 2 al cubo) Del resto, se solo pensasse al componimento in versi come ad un vero e proprio oggetto cubico, non lo confonderebbe poi con una problematica che poi era cubica: qui io intenderei l’aggettivo nel senso preciso di una problematica che aveva componenti di pari importanza. Per avvalorare questa tesi si può forse utilizzare anche la successiva espressione peso energetico (che un fisico non userebbe mai se non per intendere una media pesata sull’energia, per cui il peso energetico sarebbe una frazione dell’energia totale, ma dubito fortemente che in una conversazione così frammentaria Amelia pensasse a simili situazioni). Con peso energetico (un peso timbrico, per quanto dice qualche parola dopo) intende quindi l’importanza del timbro sulla spazialità del verso (quindi verso scritto come spazio e timbro come tempo? -potrebbe essere un sensato termine di paragone). Anche le continue oscillazioni che tu stessa hai ravvisato nell’uso del termine cubo/cubico forse sono emblematiche di questa volontà. L’indicazione del (quasi)cubo è allora una indicazione figurata, per rendere più incisiva la deformazione introdotta dalle trasformazioni del tempo (timbro, ritmo ecc.).
Provo ora a spiegare la seguente affermazione: una problematica che poi era cubica, un verso che aveva una profondità e un peso energetico, una poesia che non per tradizione fosse un cubo. La cubicità per tradizione sembra quella data come inevitabile conseguenza dall’applicazione di certe regolari formule nella composizione, quasi a modo di un determinismo poetico. Qui, trasformandosi il tempo, occorre affrontare la problematica di riequilibrare diversamente il verso, di renderlo in qualche modo cubico (ossia di compensarne contrazioni/dilatazioni), per renderlo davvero esistente.
Questo è quello che mi è parso leggendo il colloquio con Pagliarani.
Riguardo la nostra chiacchierata dell’altra volta invece, la visione del verso come somma di cubi (ogni parola (nel) un cubo), si trattava per lo più di un tentativo di identificare non la parola col cubo tout court, ma di stabilire una possibile corrispondenza tra ogni singola parola e un punto del cubo, di misurare (in altri termini) ogni parola in base a quattro precise categorie (forma, significato, suono, tempo). Se pure tutto ciò potrebbe risultare funzionale a spiegare le cose, mi pare il costo sarebbe anche troppo alto per essere messo in gioco da un poeta, basato com’è su un procedimento poco creativo e sino in fondo controllato a priori. Simile procedura potrebbe anzi essere escogitata da chi volesse, ad esempio, permettere ad un calcolatore di manipolare il linguaggio sulla scorta di precise e rigorose proporzioni numeriche.
Questo che ti ho scritto oggi mi convince decisamente di più, anche perché ha un aggancio diretto a parole dette da lei. L’uso del termine energia, mi pare alquanto casuale, per potersi avvalere direttamente dell’analogo fisico: propendo per una interpretazione etimologica, nel senso dell’atto, dell’operare, dell’azione, quindi, in ultima analisi, dello svolgimento nel tempo.
L’altra questione che giustamente poni (quale rapporto tra scrittura e pensiero?), ad un livello più profondo è non di facile spiegazione, né razionalmente e univocamente identificabile con il discorso relativistico. Se oggetto della scrittura fosse solamente il pensiero (incondizionato, scevro dell’esperienza) allora potremmo dire che il verso misura il pensiero ed il solo modo che ha di rappresentarlo è sovrapponendo stati diversi, con un certo peso (le parole). Sino a questo punto la fascinazione quantistica funzionerebbe. Il pensiero non è però il solo oggetto dello scrivere, non la radice prima, dato che il pensiero stesso viene dal mondo esterno e di esso dà rappresentazione ed interpretazione. Dire del resto che il linguaggio agisca criticamente per sciogliere il nodo tra i due aspetti, significherebbe dare ad esso una vita autonoma, una facoltà indipendente che abita il corpo, l’individuo. Pertanto: se il linguaggio (poetico, nella forma che le parole acquistano nel verso) è la descrizione (in senso anche fisico) del mondo e ne ingloba la mutevolezza attraverso contrazioni/dilatazioni prodotte dalla non assolutezza del tempo/ritmo(timbro), mi chiedo: quale facoltà presiede al tentativo di regolarizzare tale produzione? Chi presiede il linguaggio, se non il pensiero che però in esso ha espressione? È forse la matrice tautologica di questa ricerca di pensiero-linguaggio e linguaggio-pensiero che si inserisce tutta la tensione di Amelia, impegnata (e qui penso alle sue conoscenze in ambito della musica) come un ballerino a controllare e, al tempo stesso, rendere naturalmente armoniosi i proprio movimenti. Ecco, forse è “tutto” qui, o almeno in parte.
E non è cosa da poco, anzi una gran cosa.

[…]

Il discorso della cubicità che ti facevo qualche tempo addietro riguarda l’appartenenza delle parole a un cubo, definito secondo le caratteristiche (a mio avviso ortogonali) di suono, forma, tempo e significato.
In pratica, ogni parola, potendo essere diversamente quantificata in base a queste caratteristiche, si trova all’interno di un cubo che ne delimita i possibili valori. Si tratta proprio di un tentativo di procedere con rigore matematico, per quanto possibile e sensato in questo ambito.
In merito all’altra questione che poni: è pur vero che anche la massa si trasforma nel moto, per effetto delle trasformazioni di tempo. Ora, la massa è di per sé legata a un’idea di inerzia, per cui propenderei -se non altro per questa semplice constatazione- per identificarla con la dinamicità propria del lettore. Il timbro mi sembra sempre più legato al tempo, ma forse è questa solo una mia impressione e come tale mi condiziona.

 

18 Febbraio

Credo che, a questo punto, le conclusioni cui sei giunta riassumano a pieno il senso delle nostre conversazioni. Soprattutto, mi pare giusto citare a parte il tempo, come quarta dimensione, causa deformante, in grado di rimettere in discussione l’intero paradigma spaziale consolidato da secoli di senso comune. Se è pur vero che della sua non assolutezza non ci accorgiamo nell’ambito comune dell’esperienza, noto però con una certa sorpresa che quasi ci sia voluto il “paradosso” di un nuovo/altro verso libero, per ridiscuterne da capo il ruolo all’interno del dettato poetico, della lingua stessa, come se anche il dire, lo scrivere davvero, fossero a lungo stati praticati e sconosciuti.

 

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