La nuovissima poesia russa

La frantumazione del nuovo verso russo è soprattutto ridiscussione dei rapporti tra luoghi (Mosca, San Pietroburgo) e altri luoghi (Ekaterinburg, Perm΄, Celjabinsk, Novosibirsk), i cui legami portano oltre confine: Francia e Germania, ma anche Stati Uniti. Non si tratta solo più del dibattito su riviste ufficiali (Literaturka) intorno all’eredità del passato, né dell’esplorazione in periferia di nuove scritture da ricondurre al solco di una coscienza comune, già condivisa per exempla. Al contrario, è una fuoriuscita che non rivendica precedenti e che si colloca nello spazio improvvisamente aperto negli ultimi decenni verso Occidente («Ereditarietà associata a trauma durante il parto-/l’anima è libera», Boris Ryžyj). Se negli ambienti più conservatori è ancora difficile incontrare un’autentica apertura che vada oltre la polemica rassegnazione, non tutta la poesia contemporanea contrasta al negativo con la tradizione.
Da luoghi un tempo minori e sede al più di tradizioni locali, tenta oggi la sua liberazione l’individuo. Ogni individuo, perché è figura di uomo che può essere ovunque, simultaneamente nella rete informatica, ma unicamente resta in sé, manifestazione in conflitto perpetuo con la morte e incapace di un adattamento vero alla vita («è irrequieta la mia pace,/ la felicità non porta altra felicità», B. Ryžyj). Il vecchio titano moscovita diviene oggi giovane angelo degli urali, senza riduzione apparente della propria misura estetica.
Nella vicenda esemplare di Ryžyj, questa frantumazione non può identificarsi tout court con una progressiva assimilazione dell’individualismo occidentale. Si tratta quasi di una forma di solipsismo necessario, che è forse già nella tradizione, nella misura in cui la lingua si riconosce come elemento costitutivo dell’esistenza (Sergej Esenin) e, al tempo stesso, suo limite («però mancava sempre un verso o una rima/ per essere felice», B. Ryžyj). Il limite esiste e la creazione non può rimandarlo anziché rinvenirlo: la sconfitta calcolata di Ryžyj, quasi un occultamento nella tradizione, che la parola non celebra ma dichiara, è uno degli atteggiamenti possibili. Ovunque la lingua si confronta con la sua possibilità/impossibilità a costruire la vita, non semplicemente a testimoniarla.
La tensione tra vita e lingua si rispecchia nella concezione neomistica dei lavori di Marianna Gejde, nei quali parola scritta e creazione riconoscono un identico principio costitutivo, come nello sguardo in origine di Dio che attraverso la Torah crea l’Uomo. Su questa traccia, la parola induce anche un moto a ritroso: dal creato/nominato alla creazione/nominazione, come in un principio biblico per il quale nella parola si celino a priori tutte e sole le possibilità dell’essere.
La purezza linguistica è preservata, la citazione riportata non in lingua, ma il carattere meticcio può diventare oggetto di una dichiarazione che ha, nel contesto, valore ontologico, perché nella lingua si fonda l’identità di chi scrive e di chi vi si riconosce: «chi entra in te/ deve trasformarsi/ in una parola inglese,/ per metà composta/ di lettere illeggibili» (Andrej Sen-Sen΄kov). L’alfabeto, serbatoio di ideogrammi, diviene cifra del cosmo, a priori della parola.
Autrici come Alina Vituchnovskaja usano invece la citazione del verso novecentesco come ferita, o cicatrice mal rimarginata nel testo, a segnare una frattura difficile da ricomporre, quindi una discontinuità. Alcuni passaggi rivelano un tratto decisamente cosmopolita, nel segno di un Occidente conosciuto, come in «Tu sei il mare. Tu cordialmente ti offri./ Ti berrò attraverso il condotto lacrimale», che pare rispecchiarsi con naturalezza in «Se mi perdo nei liquidi,/ sgonfiandomi di pianto,/ passerò attraverso lo scarico,/ ti arriverò dal mare:/ sarò in un bicchier d’acqua/ una mattina» (Elisa Biagini, Uova, 1999).
Altrove l’incastro di citazioni attinge ad altra memoria, come nel quasi-diario di Dar΄ja Suchovej: Trainspotting, fiction, «McCartney Paul in duetto con Courtney Love», coesistono ad Esenin nel mito, come in un feticcio («al cognome “Esenin”/ non segue alcuna reazione»), in un tentativo di riformulare da capo il linguaggio, forte di una identità che si rivendica occasionalmente nella traslitterazione pura (dall’inglese nel russo): «Non ci saranno né “let”, né “it”, né “be”,/ né “in”, né onomastici». L’individuo è isolato nella lingua da cui forgia un proprio linguaggio, lentamente come nella forma poliglotta delle «sequenze di monoversi che crescono fino a strofe poetiche» (D. Suchovej). Da tante persone una voce sola. Alla parola si sostituisce il segno, o lo spazio mancante entro parentesi, la cifra progressiva del verso: sino a che resta impronunciabile, la vita è sconosciuta.

Federico Federici

[PaginaZer0 (n.8, 2005) e °punto critico, febbraio 2011]

La nuovissima poesia russa (Einaudi, 2005)

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