Appunti dal passo del lupo #1

by Weisses Werk

Giorni fa salivo a piedi un canalone secco sull’Appennino, che è gola ai temporali d’inverno. Taciturno e senza pace, andavo in cerca della cupa, illuminante solitudine che dai confini si protende al mondo. Misuravo lentamente i miei progressi ribattendo il passo in terra. Tenevo sempre a distanza l’erba, presagendo il lampo della vipera fatale, lo scatto a tagliola del suo morso. Il sole a picco sulla testa riduceva gli occhi a un punto vago nei riverberi di luce del paesaggio. Raffiche di polvere seccavano il mio urlo nella bocca, mettevano la terra nel respiro, mio sangue e mia carne vulnerabili alla vita! Avrei gridato anch’io col falco per la stravolta umanità fuori di senno, alle pietraie, ai gioghi, al passo irraggiungibile del lupo. Un grido spaventoso ma di meraviglia, di libertà da bestia cacciata via dall’uomo. Avevo invece forza appena di salire e a ogni metro un peso nuovo: che guerra d’arti e roccia tra la montagna e il corpo! Il volto nudo nel sudore santificava il sovrumano sforzo, teso a non mollare sino alla profondità del bosco, dov’è la luce più interiore.
A pochi passi da un capanno, un solo arbusto all’orlo di un dirupo, in un via vai d’insetti tra i fiori appena schiusi, con una sagoma ben salda in punta ai rami. Deviai di scatto, attratto dal mistero: un nido caldo ancora di creatura a strapiombo sull’abisso. Il bordo era di spago, pezzi di corda o nylon, di stecchi e di pagliuzze la fitta trama a lato, qua e là del fil di ferro imbastito per rinforzo. Un po’ di foglie, carta e piume dentro. Hai visto mai uomo morire in un letto più vero? Chi soffre si fruga sul petto, si torce sottili le dita alla croce, s’afferra e promette all’eterno. Chi soffre si frega: non sa che è negli occhi il suo cielo.
A un passo dal bosco la morte non dice il suo nome e soffia dal vuoto la polvere al vuoto. Farà mai ritorno l’uccello in un’altra stagione? O già come noi si allontana rincorso dall’ombra – la forza nell’ala, l’istinto, il pensiero…
Quel nido lasciato è il mio petto scavato da dentro, la forma invisibile, incisa dal peso del tempo. Un povero suono mortale è la voce, così come un altro. Un graffio, un rumore. Nessuna parola dà pace dov’è pronunciata. Ben altro da tutta una vita è il silenzio che più non ti aspetti nel cuore del mondo. Sapessi io solo di un canto, un incomprensibile fischio, un grugnito lanciato dal fondo del bosco! In cerca di un’eco la voce si perde, s’avvera l’addio.

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