Lettera da un ospedale

by Weisses Werk

In queste stanze, dove manca presto l’aria, si resiste muti con poca vita addosso, ipnotizzati dal silenzio dell’involucro di fronte. In mille cavi o tubi si prolungano le vene, che penetrano in fasci muscolari inerti, in nervi duri nella poca carne, si allacciano a meccanici congegni e danno vita al corpo, per sacche d’acqua o sangue che trasuda il mondo.
Gli aghi infittiscono di lividi la pelle, si spostano da un punto all’altro ad ore fisse, disegnano la meridiana del dolore. Gli sguardi, fieramente smemorati di ogni gioia, si preparano alla fine sorvegliando un respiro troppo basso che non muove più il lenzuolo. La mia lingua logora la gola, a freno. Non resistono le sillabe alle labbra. Un alfabeto rotto conficca le sue schegge nella carne. Piango forse? Chi si è perso?
Per due corpi, in quattro su due sedie a turno, gli altri in piedi con la schiena al muro, rosi dentro ancora in vita, umiliati e stanchi. Un raschio a un tratto, un colpo di tosse in corridoio va da una stanza all’altra. È l’eco di una pietra sola rotta in una cava: si teme sia il segnale della frana. Un nome a mezza voce corre, un soffio infila una bocca e l’altra. L’allarme dura poco e poi silenzio.
Polvere diventano le cose frantumandosi e povere le dita tese per contare i palpiti residui ai polsi. È una carezza che raggiunge il buio, ma se la morte ha un luogo è nel corpo che si aspetta.

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