Le api migratori di Andrea Raos (Oèdipus, 2007)

by federico federici

Al vento che chiede «perché voli?»
ribatte l’ape la domanda: «perché soffi?»

 

Se un antefatto è da cercarsi all’origine di un libro, Le api migratori prendono spunto dagli esperimenti del biologo brasiliano Warwick Estevam Kerr nel laboratorio di Rio Claro, nello Stato di San Paulo, nella prima metà degli anni Cinquanta. Kerr incrociò Apis mellifera scutellata, originaria dell’Africa centro-orientale, con sottospecie europee (Apis mellifera mellifera, Apis mellifera ligustica e altre), nel tentativo di ottenere un ibrido docile e produttivo, più adatto ai climi tropicali dell’America centro-meridionale. Nacquero così le api africanizzate, meglio note come “api assassine” che, accanto a una migliore efficienza produttiva, manifestano però tratti ereditati dall’antenato africano, quali la tendenza a sciamare in cerca di cibo seguendo le stagioni e una spiccata aggressività a difesa della zona intorno all’alveare, con attacchi protratti a lungo raggio. Ci sono casi documentati di occupazione e sottomissione di colonie d’api preesistenti. Altro aspetto che le distingue dal tipo europeo è il frequente insediamento nelle cavità del terreno. Sfuggite per errore dal laboratorio di Kerr nel 1957, sono migrate a nord attraverso il Messico. Per effetto di ripetuti incroci con api del ceppo europeo già presenti sul territorio, i caratteri aggressivi si sono gradualmente attenuati, ma l’allarme resta alto soprattutto nelle aree urbane più densamente popolate. In alcuni Stati, come la Florida, si sono attivate vere e proprie campagne di informazione e messi a punto protocolli di intervento (African Bee Action Plan), per fronteggiare l’eventualità di un attacco in sciame. Ampio rilievo hanno in letteratura le statistiche su casi documentati, fatali a uomini o animali.
Con questa premessa, è possibile inquadrare una prima struttura nel lavoro di Raos, coincidente con la storia di una grande migrazione, dall’interno di un laboratorio a fuori, un volo attraverso i territori del pianeta, che si fa occasione di nuovi incontri/incroci, mutazioni che prendono il sopravvento sulla memoria delle origini («Nessuna voce si ripete/ e molta perdita mantiene»). Sarà però questa procreazione accelerata e artefatta a continuare ad agire alla distanza, come un trauma rivelato da flashback o parole sconnesse, dalla stessa innata violenza sulla quale nulla può l’amore, pur sentito vivo. La fatica dei giorni, l’insensatezza di un tempo speso a uccidere e nutrirsi, senza che l’una cosa serva all’altra, riportano nell’ape la memoria dell’attimo in cui «[...] le stringhe proteiniche/ si preparavano a scindersi in infinitesimo». L’epilogo della Favola delle api («Il tempo scorre per annunci indistinguibili/ che accada infine quella cosa, una qualunque cosa,/ vita dopo vita invano attesa») richiama persino un certo disincanto lucreziano nell’aderenza al vero («qualibus in tenebris vitae quantisque periclis/?degitur hoc aevi quod cumquest! [...]», De rerum Natura, libro secondo).
L’ingresso delle api nel mondo riunisce in un’unica figura l’archetipo della mutazione genetica e il carattere discreto dei mondi («il tempo si è spezzato, si frantuma»), introduce una discontinuità artificiale nella dialettica evolutiva, elevando per un attimo l’uomo al di sopra delle parti, condannandolo per inettitudine alle conseguenze di quel fatale «[…] capovolgimento/ dell’umano in biologia».
Se nel moderno Prometeo di Mary Shelley la creazione avviene da materia inerte con l’ambizione di sconfiggere la malattia e la morte, l’esperimento di Kerr si colloca in un quadro di ricerca industriale, per piegare la Natura a una legge di mercato e mostra all’opera un demiurgo malvagio suo malgrado («Eppure ho scritto anch’io, lettere d’amore»). Ne risulta un micidiale veicolo di morte e di dolore («le api che da me create straziano/ in ogni modo il mondo, in ogni terra/ tutto ciò che può essere ucciso […]»), quasi a ripetere un’antica lezione della Storia: la perfezione racchiude in sé un impulso incontrollabile, deviato e deviante, sempre proteso a un darwinismo sovrannaturale, in grado di rendere qualsiasi norma etica. Così anche la felicità contiene nel suo calcolo il dolore («Eppure è di materia dolorosa/ che stridono le nostre particelle»).
Una scossa percorre le prime pagine, un’asfissiante concatenazione verbale (esplodere, trasformare, tremare, creare, frantumare, accelerare ecc.) proietta nel laboratorio l’attività vulcanica delle origini attraverso una fitta rete di rimandi tra nucleo terrestre e nucleo atomico («terra, la terra esplodeva, ancora una volta. Fiume dopo fiume, cratere per cratere […]»), in un rapporto sempre più incalzante di causa-effetto, che la lingua tenta di inseguire frantumandosi. Le api, «scoppiate via dal laboratorio-madre», diffondono come prodotti di fissione da un reattore surriscaldato, traducono nell’invisibile la morte pur non volendolo davvero: «Siamo forse noi, due, api creati,/ responsabili dei mille, morti che miriade,/ i neonati che complodono? O non invece chi ci ha create? Non è sua la colpa?» – è quasi una dichiarazione di innocenza originale. Una perturbazione infinitesima, nel momento più delicato della sintesi, ha corrotto il codice in trasformazione, rendendo gli esiti imprevedibili («[...] ne ho toccata/ nell’intimo natura, ne ho fatto il male»). La nascita «per celle in alveare» si traduce da quel momento nel rapporto meno rigido, e per questo misterioso, tra ape e sciame («Il farsi sciame delle api/ è frutto d’apprendimento, non è innato»). La fragilità e il disorientamento individuali sono compensati nella moltitudine, nella sua capacità di coordinarsi senza un centro. Ogni ape dello sciame è all’unisono periferia e centro, così come due numeri qualsiasi sono equidistanti dall’infinito.
L’approccio di Raos a questa complessità appare ricco di echi e suggestioni, dalle neuroscienze cognitive (nel rapporto parola-testo che sembra informato di quello tra cellula nervosa e rappresentazione mentale) alla fisica del caos (nel dualismo irrisolto trama-traiettoria). I Cammini paralizzati sono completati dalle illustrazioni di Mattia Paganelli, tavole tracciate a mano libera, un volo d’api in ricognizione, quasi su un prato di attrattori di Lorenz. In Parlare della neve alcune informazioni mancanti sono sostituite da «puntini», a suggerire la correlazione nascosta alle parole. I versi interpolano i silenzi «[...] l’uno dentro l’altro come, tremiti. Palpiti».
Eppure lo sciame si presenta compatto dall’esterno, compiuto oltre il dettaglio dell’ape, quasi un organismo vero e proprio in cui ogni cellula è specifica, pur non essendo pienamente consapevole dell’insieme a cui partecipa, sino alla fine «puramente pura ed individuale:/ indistinzione verso indistinzione». Su scala antropologica, l’aderenza o sottomissione dell’individuo al gruppo può riattivare impulsi ancestrali («la violenza di cui siamo stati attivazione di testimonianza/ ci ha indotte a riflettere sul gruppo/ di cui eravamo parte dalla nascita»). Per questo lo sciame è figura complicata, strutturante, la cui scelta non coincide con un semplice espediente narrativo in grado di giustificare a priori qualsiasi promiscuità di stili.
Gli esperimenti di Kerr sulle api diventano quelli di Raos sulle parole, per fare luce nell’infinitesimo tra libertà e destino, tra individuo e gruppo (tra non-linearità e determinismo). Nel laboratorio poetico il linguaggio subisce la stessa, microscopica, ibridazione della specie. Le frequenti discrasie tra sostantivo e aggettivo (le api migratori, le api violenti ecc.), oppure il «codice genetico tagliuzzato» («l’esplosione del laborato», «o scavate nei», «cunicolo che dalla superfi» ecc.), o gli endecasillabi (e altri reperti) incolonnati nel Dialogo delle api con Marco Anneo Lucano si mischiano a segmenti-sequenze dall’appaiamento complementare pressoché perfetto (è il caso del multiplo visivo «arnia, arma»). Anche l’uso improprio della punteggiatura interrompe la sintassi come un ulteriore frammento di codice corrotto. La verticalità di Stelle cadenti che cadono tenta forse di esprimere una tridimensionalità strutturale (come da titolo: disporre sulla pagina, piegare a danza) nel gioco di un piccolo gruppo di termini (stella, cadere, bruciare) legati insieme in permutazione su pagine diverse. Altre mutazioni simulano incastri difettosi («l’orso piccolo strappato, che confuso, dalla madre/ alla madre, [...]»), propongono simmetrie perfette ma rischiose («Finirà per fame, per pena, per male, per noia, per niente./ Finirà per niente, per noia, per male, per pena, per fame»). Un meccanismo analogo, in cui l’iterazione produce però una progressiva modificazione di alcuni termini e rafforza (o costruisce) il verso, è anche piuttosto frequente («nel vibrare, emettono, riemettere»; «Vita che non tiene,/ che un amore contiene»; «Chiediamo. Chiedete, credi./ Cedi»). Questo espediente può dilatarsi attraverso le strofe e costruire il modo stesso dell’argomentare, come nella seconda sequenza di Fuori dal laboratorio, in cui il corsivo (da «cosa nasce?» a «cosa né nasce né non nasce?») propone domande che si compenetrano negandosi a vicenda, esprimendo così un avanzamento implicito della conoscenza, i cui dati affiorano appena nel raccordo dei versi. Si tratta di un finto dialogo diretto oltre il testo, a lato o dietro le quinte, un’interrogazione il cui interlocutore è piuttosto un appoggio morale, un motivo ispiratore, come nel caso di Tito Lucrezio Caro in un passo dei Quattro quaderni (quarto quaderno, 4-t2) di Giuliano Mesa.
Su un’altra scala, invece, questa varietà di stili sembra riprodurre i flussi di una grande migrazione, alternando addensamenti a rarefazioni del testo, traiettorie solitarie di valenza appena un po’ più lirica («Così ce ne siamo staccate, noi due, in due,/ a causa dell’amore che ci spinge altrove»). Spetta dunque alla solitudine stemperare i caratteri feroci della specie («[…] esistono tuttora, forse ignare,/ api solitarie, relitti delle ère, che non sciamano»)? Se nelle favole in versi di Mesa in Nuvola neve è la nuvola il segno che dà forma al mondo e lo disfa ed «è la sua cosa, il suono,/ ché anche il nome è cosa», in Raos la favola delle api popola l’aria: è lo sciame «che pure muore e finirà […]/ soltanto un po’ più piano».

Federico Federici

Le api migratori
di Andrea Raos
Oèdipus Edizioni 2007

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