Autoritratto di te con la morte – Il suicidio del gatto di Schrödinger

by federico federici

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Da quando ho scritto e girato questo cortometraggio, che costituisce forse il capitolo più radicale di una sequenza tuttora in lavorazione, diverse persone mi hanno chiesto quale sia il significato della doppia figura, identica a se stessa, nella rappresentazione della morte. Di solito ritengo che, in ogni fatto artistico, siano da preferire le interpretazioni alle spiegazioni, ragion per cui queste poche righe non hanno la pretesa di esaurire il discorso, ma di raccogliere e svelarne solo alcuni motivi ispiratori.
Anzitutto l’incongruenza nel titolo: “Autoritratto di te con la morte”. Un autoritratto si esegue da su e non da su un altro. I due punti di vista, in origine coincidenti, vanno dunque sdoppiati, messi fuori della sincronia dello specchio, quasi che la morte segnasse la fuoriuscita dell’immagine da esso, sancisse l’ultimo scollamento tra la figura e la cosa, salvo i residui ai margini dell’occhio (le riprese in Super 8, la palpebra che tenta di riaprire una ferita sul mondo).
La morte, giunta finalmente a un corpo, cancella abitandolo la propria alterità, smette di essere morte dell’altro per non farsi raccontare. È ciò che segna l’abbandono irreversibile del tempo e delle cose nell’incolmabile distanza già percorsa (Jaime Saenz). La messinscena di questo farsi addio (Jaime Saenz) è apparecchiata nel vuoto di una stanza, in cui resiste appena qualche elemento poco connotato (un tavolo, due sedie, un portacandele). La doppia figura non è artificio retorico di un dialogo ultimo tra anima e corpo, né del dilatarsi degli istanti prima e dopo morti, alla luce dell’incredibile intuizione in versi di Cesare Pavese («verrà la morte e avrà i tuoi occhi»). Quell’unica figura è a un tempo viva e morta, sdoppiata per rappresentazione in due metà, è il paradosso celebre del gatto e del veleno (Erwin Schrödinger) giocato qui in poesia, per dire che coincide il nell’altro nella morte.

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