Post-karte: 23 Dicembre 2011, Hofbräuhaus München

by federico federici

caro *,
sono d’accordo con te: la differenza tra enigmista e poeta non dovrebbe farla il meccanismo, ma la poesia. In Sanguineti trovo ben vivo lo spirito di questo gioco, anche nei più cervellotici incastri di parole al limite del rebus. Sarà che anche così si appaga il mio bisogno di suoni più che di significati, di segni la cui forza eversiva pieghi la perfetta logica del testo. La lettura di quei versi richiama spesso in me emozioni della musica di Cage o Reich: l’assoluto rigore della regola e la dedizione all’improvvisazione. Nessun bambino non ispirato gioca e, se così pare, la meccanica dei movimenti (delle parole nel poeta) è essa stessa essenza dell’altrove verso cui proietta la sua mente.
Certi testi propongono descrizioni impazzite, fondono tra loro codici lontani, storpiandoli in una fucina babelica che martella senza requie gli alfabeti sino a sfinirli, creando quinte paradossali, attraverso le quali si muove un ego collettivo, inconscio, fantomatico, arlecchino, burlesco. È così che pubblicità e scienza, lingue morte e strutture algebriche, emoticon e tutto quanto fornisca pretesto per un segno o un suono viene frantumato, scagliato in aria come scheggia di uno specchio, su cui però non viene meno la volontà di rappresentare il mondo.
Non vorrei che solo in questo fosse l’equivoco: l’assenza di uno svolgimento narrativo interno a un testo (o fra i testi) non può diminuire la qualità dell’ispirazione, così come l’assenza di melodia non ha molto a che fare con l’ispirazione musicale in sé. Al lettore è fatta richiesta di abbandonare il semplice trastullo del belvedere poetico, in cui il paesaggio è luminoso e nitido sino all’orizzonte (o quasi). La poesia è uno spartito (interiore o meno) consegnato a qualcuno che lo faccia risuonare. Per questo non capisco in cosa consista la presunta “amicizia” tra lettore e scrittore che molti sembrano invocare. Se in alcuni è in voga un uso un po’ maldestro del linguaggio, per celare nella sua oscurità il vuoto, altri mi pare non vadano però oltre l’ovvio, aggiungendo alle cronache biografiche solo qualche accapo e un po’ di stile. Non in fondo a tutti i pozzi è l’acqua – è vero – ma si getti un sasso a suscitare l’eco e saranno chiare ampiezza e consistenza di quel vuoto. Non penso sia difficile smascherare chi fa smorfie e versi per capriccio rispetto a chi si costruisce, pur in una mimica grottesca, un linguaggio. Emettere suoni dalla bocca non significa parlare una lingua sconosciuta. Allineare in modo oscuro parole di una lingua conosciuta non significa dire qualcosa di profondo nell’unico modo possibile. L’avanguardia non richiede per forza incomprensione, può però ridefinire certi criteri di scelta. I sought poems o i googlism (twitterism, eliotism ecc.) teorizzano proprio intorno ai meccanismi di selezione della poesia da trovare (non più da fare, ex novo), da riformare e riformulare mettendo in cortocircuito scrittura e ricerca. Se l’uomo avesse trovato interessante solo ciò che cade sotto gli occhi, ciò che afferrano le mani o fa vibrare il timpano, non avremmo mai sfiorato l’atomo. Non importa che qui si stia parlando d’arte e non di scienza, perché l’una e l’altra ci mettono in rapporto con l’universo. Disgiungere arte e scienza non è specializzarsi, ma ferirsi a morte.
Lo stile “pulviscolare”, costruito su scarti minimi dalla lingua parlata, o per tagli infinitesimi che tentano la via dell’oggettività nella sintesi estrema, è un esercizio altrettanto delicato, forse persino più esasperante e rischioso per gli epigoni. La convinzione che basti spezzettare un discorso qualsiasi per farne vera poesia nasce proprio da una cattiva lettura delle scritture “semplici”, o dalla volontà di stabilire a priori una distanza da quelle apparentemente “complesse”.
Personalmente, ho sempre mal sopportato le parafrasi, non trovando mai in alcuna di esse l’espressione ultima del testo. Una poesia non dovrebbe dirsi altrimenti. Chi voglia cimentarsi nell’arduo compito di sciogliere il legame tra contenuto e forma, provi piuttosto a tradurre, si conceda l’ebbrezza di trasmigrare l’ispirazione da un corpo all’altro, abbia il coraggio dello sciamano e la mano ferma dell’assassino.
È pur vero che, alla lunga, fare il verso a se stessi (mai come in questo caso da prendere alla lettera) consuma la parola, rende sordi al suo richiamo primordiale e un poeta deve sempre dare prova di qualcosa di più della semplice abilità combinatoria col linguaggio. Non è sufficiente consultare un dizionario dei sinonimi o delle rime per trovare la parola che funzioni poeticamente in un testo.
Talvolta mi viene quasi rinfacciata la formazione universitaria da fisico, come se certe aperture verso un discorso poetico più ampio fossero inutili complicazioni, buone piuttosto per la stesura di un trattato o la riduzione divulgativa di questa o quella teoria. In realtà il tema non mi pare affatto nuovo, ma già ben vivo in Leopardi, per citare un contemporaneo non vivente. Recentemente ho apprezzato molto un intervento di Alberto Pellegatta su “Poemondo”, a margine della sua raccolta L’ombra della salute: il contatto tra poesia e scienza vibrava di autentico “stupore” nelle sue parole, non limitandosi a elencare i dati di un vuoto aggiornamento lessicale. Non basta infatti dire che Schrödinger è triste perché non trova più il suo gatto o che, per punizione, Pavlov non porta a spasso il cane al Parco Lambro. Occorre studio e pazienza perché un’idea nuova si faccia materia viva del testo. Soltanto allora avremo tolto al fuoco almeno una scintilla.
Con un abbraccio
F.

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