Giorni un tempo vivi di rivalità e orgoglio, carichi di virtù sprezzante, oggi più stranieri nel nome di tutti gli addii, tra volti in ordine coperti di un silenzio scuro, ombre gettate ai passi. Gli occhi ancora aperti dalla pioggia, o fiori in un giardino in luce, sbocciano alle cose da una coltre nera, in cui tiepida la mano affiora in superficie. In quel parlare prodigo d’affetti che non dà fiato, coprendosi la bocca come prigionieri, sembra nulla canti più sulla terra, nulla che abbia voce ci riguardi o guidi indietro e che l’erba sia più rigida nel vento che la spazza. I fiori, votati al sacro e portati altrove in foglioline brune ripiegate, sulla corrente filano davanti, attraversando il bosco, affascinati e sghembi, legati a un filo d’acqua e mossi, all’ultima parola coprono la terra. S’allevia il giorno, ci ride sulla porta, ai vetri, un quadro di colori, che ravviva accaldati i volti presi nella festa.
So però che è fragile il tuo nome e che consuma nell’indifferenza al sacrificio, all’amore, ora che ha la forza di chiamarmi vinto a sé, di stancarmi della vita. Non c’è stata mai dolcezza più dolente, logora nei giorni in cui s’avvicinava il tuo silenzio, sulla bocca dove l’aria temeva di crollare, pungente ai fiori suggellati dalla brina. Taci la tua pena cupa, invece di venire quando non t’aspetto nella croce, e torna rapida a guardarmi in volto, un istante solo, toglimi allora gli occhi, con me e muori.







