Canto fermo XXIV
XXIV.
loda usura e pioggia
sui resti minimi del ferro
lavorato in filamenti e spire,
roso dalle brine dell’inverno
dal fiorire irsuto delle muffe
dalle gialle resine e gli abeti
e aghi e spore e scheletri divelti
in gonfiori e croste di vernice.
nell’acredine gelata di poltiglie,
rimestando con gli attrezzi, i ferri
nell’impurità più bassa della terra,
traversine e chiodi e binari vòlti
sottosopra con le mani al freddo.
scalda un poco il diesel dei motori
il primo solco, l’aratura della pietra.
a distanza, in mille spazi vuoti
allineati, voci sciamano nell’aria,
case poggiano su case l’ombra
sedimenti in una cava umana,
dei coscritti, e loro metodi e detriti
e strisce e solchi e fortificazioni
della vita, dove si raccoglie a sera
il corpo, il manufatto e son custodi
gli occhi nella ressa d’una pena muta.







