La fabbrica di cioccolato

2007 Agosto 27
by federico federici

 

la fabbrica di cioccolato

 

- Tubinga, 2007 -

 

 

Ogni volta che parto per un viaggio all’improvviso, spero di scoprire sul posto le ragioni che mi hanno spinto in quel luogo.
Arrivo a Tubinga verso le otto del mattino con il regionale da Stoccarda, scendo e mi metto in cerca di un albergo, non avendo prenotato. Conosco la città per essermi fermato da queste parti diverse altre volte e questo mi tranquillizza.
Dalla guida che compro in stazione apprendo che i residenti sono un migliaio in più rispetto a sei anni fa, diversi nuovi negozi sono stati aperti, il biglietto giornaliero dell’autobus è aumentato, il clima ha mantenuto il carattere variabile di sempre. Ci sono precise indicazioni un po’ su tutto, da Hölderlin agli orari delle farmacie di turno, i cinema, le sale espositive, i parrucchieri, secondo quelle aspettative di ufficialità che rassicurano il turista medio capitato da queste parti. Non un indizio sullo studio di qualche pittore, sulla sala prove di un piccolo complesso o di una compagnia, come se l’underground rappresentasse un’insidiosa condizione di provvisorietà da non lasciare scoperta.
Purtroppo non ho tenuto molti contatti qui e i pochi che avevo si sono spostati più a nord, Amburgo, Hannover, Berlino. Dovrò ricominciare da capo e come sempre affidarmi al caso.
Passando di fronte al locale dove la prima volta ascoltai quasi per scherzo Karl Berger, una notte di neve d’Aprile anni fa, ho l’impressione che ci sia meno spazio di allora e non so – non ricordo – se nel frattempo qualcosa sia stato modificato da farlo sembrare tale o se davvero la memoria imponga una sua prospettiva non del tutto mentale agli occhi, condizionandoli. Dalle parti del ponte sul Neckar ritrovo invece le cose con più familiarità, forse aiutato dalle frequenti viste che ho su quel punto anche da casa, attraverso la livecam di un hotel, notte e giorno fissata a registrare gli scatti di autobus, persone, foglie und der Tag wird zum intervall.
Al terzo tentativo, dopo aver rinunciato a sistemarmi nei dintorni della stazione, trovo una stanza accanto allo Schloss Hohentübingen, ma più in alto rispetto alle altre case. Dalla finestra ho una chiara veduta sui tetti e solo un filo chiaro lega i monti a distanza, alla pianura. Questo cambio di tonalità proprio nell’azzurro suggerisce ai miei occhi il mare e ogni volta c’è un frangente nel quale sono convinto che non sia solo un’impressione, ma che qualcosa davvero ci sia da quella parte, un lago, magari una superficie d’acqua.
Sistemati i bagagli e avuta dal portiere una cartina della città, torno sui miei passi, scendendo verso il parco dove avevo notato salendo l’insegna di un Buch Kaffee. Sono convinto che da lì potrebbe iniziare ad avere una sua fisionomia anche questo viaggio.
All’interno non c’è nessuno a quell’ora del mattino, solo un ragazzo con un filo di barba bionda e occhiali dalla montatura sottilissima, sprofondato in una poltroncina sul fondo a leggere. Dalla strada entra un soffio di musica: una finestra ai piani alti, rimasta aperta, trabocca di note in perfetto stile ECM. Potrebbe essere un disco di Garbarek o una collaborazione con Weber; la porta spalancata della libreria mi dice che la compagnia di quel suono è comunque gradita. Entro e inizio a dare un’occhiata in giro: non ci sono molti libri, tutti hanno però una distribuzione democratica, in vista, mai infilati di sbieco o in doppia fila nei ripiani bassi, ammucchiati in un angolo. Mancano guide turistiche, dizionari, cataloghi d’arte e fotografici, c’è in compenso molto spazio per la prosa, la poesia e la filosofia. Gli scaffali sono allineati lungo tutte le pareti, ad eccezione di quella sul fondo, decorata a graffiti di chiara matrice metropolitana e occupata per metà da un bancone tipo bar. A lato uno specchio, stranamente scentrato rispetto alla cornice. In mezzo alla stanza due divanetti, uno di fronte all’altro e accanto un tavolino basso con alcune riviste impilate sopra un quotidiano. Sembra il salotto della casa di sopra.
Dopo alcuni minuti, come emergendo dalla lettura, il ragazzo mi chiede se desidero un tè o un caffè. Gli dico che preferisco il caffè a quell’ora. Si alza e lo prepara. Mi avvicino al banco per parlare un po’. Sta leggendo Das Jahrbuch der Lyrik. Sembra un ottimo spunto per iniziare a toccare l’argomento che più mi sta a cuore: chi sono oggi i poeti a Tubinga? Chiedo il permesso di sfogliare il libro: tra i curatori leggo nomi famigliari (Ursula Krechel, Friederike Roth), mentre tra gli autori molti mi sono affatto sconosciuti.
Sebastian – questo il nome del ragazzo – è di origine polacca, ma è nato e vive a Tubinga da sempre. Studia filosofia all’Università, scrive versi e brevi monologhi teatrali, che sono « la sola cosa in prosa che mi riesce decorosamente ». Strana combinazione lo studio della filosofia – osservo – ma la sua risposta è convincente: « non mi interessa tanto misurarmi in futuro con la stesura di un testo filosofico originale, quanto affrontare per altra via i problemi che la filosofia pone, trovando in essa le domande, formulate con precisione, in attesa di soluzioni ». Dal modo in cui spiega le cose, potrebbe anche sembrare un fisico ispirato dalla matematica.
Mi mostra un volantino che tiene lì sul banco: sotto un graffito, nel quale però si legge chiaramente day after, è messa in bella evidenza da un corsivo la domanda: Wer hat Angst vor Lyrik? È il programma a tema di una serata di musica, poesia, teatro sperimentale che avrà luogo il giorno stesso, in un posto di cui è indicato solo l’indirizzo e a grandi linee come arrivarci. Si trova fuori città, non più di un’ora a piedi, « non sbagliando però la strada ». Se mi fa piacere, posso andare lì con lui e un’amica, entrambi coinvolti nell’organizzazione dell’evento. Accetto l’invito.
Nel programma mi indica il suo nome tra i partecipanti. Cerco di informarmi meglio sulla sua poesia, di collocarla per prossimità accanto a qualcuno degli scrittori tedeschi che conosco. Mentre sfoglio uno stralcio di copione del suo Untergrundbahn mi spiega che « prima di tutto, la parola deve frantumare il corpo, nei suoi toni più freddi, amputare l’intelligenza, decapitare il cuore ».
L’intelligenza vigile sull’ispirazione è un freno. Qualcosa del genere sta scritto nel corsivo che introduce il testo della seconda pagina. Mi vengono in mente l’uomo e la donna, distesi a coppie sui tavoli, nel Requiem di Benn: l’atmosfera, non tanto la sostanza del discorso, è quella.
La scienza esatta del verso è però ammirata con distacco, anzi con un certo difetto. È quanto meno singolare come una simile posizione, per essere messa in atto e sostenuta, richieda al tempo stesso un’alta consapevolezza delle qualità di ciò di cui si priva e un’incondizionata fiducia nella propria coscienza. Si tratta in fondo “solo” di attribuire un diverso peso, specifico alla riscrittura del verso, una collocazione a sé del momento critico, non di un rifiuto dello stesso, in questo caso. Ci sono (e ci sono state) all’opposto scritture, che pongono questi stessi strumenti all’origine del testo, quasi delegando all’ispirazione il compito di riempire gli spazi vuoti così lasciati dentro le strutture.
Mi assicura che ci sarà spazio anche per alcuni “automatismi” di questo tipo nel corso del day after.
A mezzogiorno arriva il padre a sostituirlo al Kaffee. Nel pomeriggio deve seguire un seminario all’Università. Saluto. L’appuntamento è per le nove, poco dopo la chiusura.
Arriviamo sul posto in auto, procedendo per un tratto verso la Kunsthalle, poi svoltando. Perdo quasi subito l’orientamento in ordinatissimi quartieri dormitorio, dove « una casa o l’altra è uguale ». Capisco che da solo non sarei mai arrivato in tempo.
Fuori, sedute sul muretto, due ragazze che aspettano si accorgono di noi dalle note di Kalashnikov quando apriamo le portiere per scendere. Kristine, l’amica di Sebastian, le conosce, studiano con lei all’Università. « Quella che ci dà le spalle » – mi dice – « è una pittrice che si firma Miranda e dipinge come Frida Kahlo, l’altra scrive ed è venuta certamente per leggere ».
Entriamo passando per un vialetto nascosto da alcune lamiere. Sembra di attraversare un cantiere: cumuli di pietre, pale, qualche bidone di calce. In una carriola sono ammucchiate delle giacche da lavoro. Si sente però chiara e forte la musica e mano a mano si cominciano a incontrare anche persone.
Hanno quasi tutti l’aria di essere universitari; i discorsi non riesco a seguirli. Kristine si ferma a scherzare con un uomo che indossa occhiali a mezza lunetta e ha una larga stempiatura sulla fronte. Mi presenta chiamandomi “l’italiano”: è il suo maestro di pianoforte di quando era bambina, anche lui polacco. I suoi modi mi paiono subito brillanti, ma dopo un po’ ho l’impressione che stia solo recitando. Mi adatto subito all’inglese, allontanandomi. Proprio sopra la porta, di sbieco, è scritto con vernice nera Schokofabrik. Come scoprirò a fine serata parlando con Sebastian, la scritta non è casuale come sembrerebbe, ma costituisce una sorta di omaggio all’omonima fabbrica di cioccolata occupata nell’81 a Berlino da un collettivo di donne. Quel locale, dove è stato organizzato il day after, è infatti la sala prove del gruppo rock che ha tenuto il concerto all’inizio, le Galathea, ragazze che in qualche modo a quegli ideali si ispirano.
Dentro, cerco una posizione defilata, per osservare indisturbato l’ambiente e le persone. Nei primi dieci minuti riconosco la cover di Let down, a due voci e parecchio accelerata rispetto all’originale e un omaggio in chiave punk a Cohen, mescolando Who by fire a Bird on the wire. Segue un altro pezzo che ossessivamente ripete qualcosa tipo Gäste im Keller. C’è parecchio movimento e comincio a pensare che sia impossibile leggere poesia a quel modo.
Esaurita questa fase di ambientamento, decido di seguire Sebastian, che sembra conoscere tutti e per tutti avere una parola. Kristine è sparita.
Si avvicina un ragazzo, che ha sentito dire che sono italiano e mi vuole parlare. Lo rassicuro sulla pronuncia, « riuscissi così bene io in quella tedesca! ». S’informa se sono venuto per leggere o ascoltare. La cosa mi stupisce, non sono abituato a questa distinzione. Indica nei diversi gruppetti i nomi, scorrendo il programma. Di una ragazza ha con sé anche la pubblicazione, un quaderno che sembra ciclostilato e pinzato: Zahnstocker – Jasmin Besser. È poesia visiva, ci sono intere pagine di parole messe in colonna, in certi passaggi sembra un compendio grammaticale, con articoli declinati o la coniugazione dei verbi. Gli chiedo se quella sera l’autrice leggerà proprio quei testi e se in qualche modo si rifà alla poesia totale; faccio anche il nome di Minarelli, che lui sembra conoscere. Quella sera però Jasmin interpreterà Paul Celan, autore sul quale ha da poco preso la tesi.
Mentre parliamo si avvicina Sebastian e mi mette in guardia dal mio interlocutore, che definisce « a good hearted “polish” traitor, who loves his mothertongue and hates le cabaret des Westens ». Ecco, il terzo polacco della serata.
Verso le undici, a metà di un pezzo che mi ricorda qualcosa degli Eisbrecher, la musica si interrompe di colpo, le chitarre sono lasciate andare in terra. Resta solo alto e distinto, per alcuni istanti ancora, il vociare di tutti, poi, come sentendoci improvvisamente scoperti, facciamo poco a poco silenzio.
Sul palco c’è Kristine. Non capisco bene cosa stia dicendo, ma penso che introduca la seconda parte della serata, il vero e proprio day after, insomma. Mi accodo agli altri che vanno a staccare le sedie impilate lungo tutto il perimetro della stanza e prendo posto in fondo. In cuor mio spero ci sia spazio anche per qualche pezzo in inglese, in modo da non dover faticare continuamente per cogliere il senso.
Mentre il pubblico si sistema, sul bordo anteriore del palco viene accesa una fila di lumini bianchi e portato da una stanza accanto una specie di piccolo teatrino di cartone: si tratta di alcune insegne tagliate e verniciate di scuro, decorate con una stoffa azzurra.
Si spengono le luci e, dopo un attimo di buio completo nel quale si raccolgono le voci, un’altra luce, più diffusa, centra la scena. Due figure si affacciano di profilo tirando le tendine con uno strappo: guance bianchissime che sembrano zucchero e porcellana. Si voltano di scatto e mostrano sull’altra guancia due numeri: 3 e 7. « Hi Drei! » – « Hi Sieben! ». È una favola sui numeri che parla della fuga, una notte, di Tre e Sette, che scompagina la filosofia di Pitagora di Samo. L’idea stessa dell’Universo viene minacciata da questa scomparsa, segno che i numeri non sono frutto dell’immaginazione. Filolao sosteneva « che tutte le cose che si possono conoscere sono associate a un numero e che nessuna cosa è concepibile al di fuori di questo schema ». Dieci minuti di puro surrealismo, in cui il Godot temuto e non atteso ha sembianze pitagoriche.
A seguire, subito la lettura di Celan, con mia sorpresa in inglese. Todesfuge in un’interpretazione lentissima, che dilata il testo oltre il verosimile, scandito quasi parola per parola. La voce purissima sembra quella di una bambina, chiudendo gli occhi. Non ci sono applausi nei momenti di silenzio che inframmezzano la lettura: tutti sembrano conoscere a memoria quei passaggi, esattamente quando finirà la poesia. Il testo appare modificato in alcuni passi: un inciso, lasciato in tedesco dall’originale, « wir trinken und trinken » ripetuto diverse volte, in tonalità più bassa, sino a farsi respiro. Jasmin recita in piedi davanti al leggio, immobile. Da qui gli occhi si direbbero socchiusi. Anche il faretto, che prima centrava la scena, va smorzandosi pian piano, sino a lasciare la piccola linea dei ceri sul bordo in un’oscurità intatta, cui si accompagna l’impressione di essere giunti alle soglie di un nulla.
Tocca quindi a Sebastian, al suo Untergrundbahn. Fatico a seguire e rimango piuttosto affascinato nell’interpolazione fantastica tra i frammenti che colgo. A me il compito di dare un senso a quel ritmo, proprio come nell’ascolto di una musica, quando tracimano immagini più chiare di altre: « […] der ganze Tag […] war Ich allein in meinem Zimmer […] mea culpa […] der Funkenregen […] » Ne traggo un’impressione di solitudine lavorata e pura. La torre di Hölderlin ancora più vicina. A un certo punto, mi giunge in assonanza meravigliosa una lunga parte, in cui sembrano scambiarsi di posto continuamente nicht e Nacht e con loro sono Rose, Wein, Speise, Brot e da ultima Wort, che dà sempre l’impressione di avere, invece che la parola, pronunciato la morte.
Si sta bene, seduti ad ascoltare. Il foglio del programma prevede ancora due interventi. Per prima è la ragazza vista all’entrata. Si alza dalla fila dove sedeva accanto a Miranda: ancora un testo in tedesco, particolarissimo. Sembrano le poesie di Zahnstocker: pochissime parole, a volte una soltanto ripetuta in modulazioni diverse, a tratti cantate su base registrata di un violino, elaborato secondo il gusto di certo espressionismo industriale. Chissà se ascolta mai Iva Bittová o Meredith Monk. « Physik Krieg Physik Krieg Physik Krieg Physik Krieg », Fisica, Guerra, declamate con piglio, facendo segno al palmo delle mani ogni volta aperto e chiuso, nell’atto di raccogliere e gettare via qualcosa, l’una all’altra, in mezzo alle parole. L’associazione immediata è con Werner Heisenberg e il dibattito tra i fisici sulla questione morale che lo riguarda.
Applausi. La chiusura sorprendentemente è in francese, Lettres à Lou di Apollinaire. Questa volta tocca a Sieben, da solo senza Drei, cambiato d’abito e vestito di bianco a dar più risalto al corpo sul palco, uscito dalla scatola di cartone. Ha sempre certe movenze da clown o da giocattolo. C’è tutto lo sforzo di costruire fisicamente una forma ai calligrammi: alcuni versi sono appena accompagnati indicando con la mano, nell’alfabeto muto che si impara da ragazzi, l’iniziale della prima e dell’ultima parola; altre volte la testa o il busto, sul resto del corpo immobile, sono spostati, secondo le strofe a disegnare una figura d’aria, a suggerire spazi e dimensioni interne al testo, souvenir et mélancholie. Si torna all’istinto del mimo, al teatrino di apertura. « [...] J’ai ton regard / Et j’en réssens une flessure aiguë / Adieu c’est tard ».

2 Responses leave one →
  1. 2007 Agosto 27
    parergon permalink

    che bel racconto! è così denso da sembrare quasi inventato /
    dev’essersi trattato di una serata davvero speciale / e la tua descrizione consente il coagularsi di immagini e luci attorno alle parole, nitide che sembra quasi di aver vissuto tutto quanto in prima persona / c’è da essere riconoscenti, in questi casi, perchè la scrittura si converte in pura generosità /
    un saluto / P

  2. 2007 Agosto 27

    Ti ringrazio di queste parole. Pensa che proprio questo racconto ha ricevuto pareri contrastanti. Un paio di persone lo hanno percepito come un lavoro in tono minore rispetto alle mie solite cose, quasi si trattasse di un mio abbandono a forme di minor spessore. Rileggendolo diverse volte, mi sono sforzato di trovare un fondamento per queste paure. In realtà, trattandosi di una pagina di diario, più narrativa rispetto a quelle che metto sull’altro blog (Nextdays), credo che questo tono piano, basso, sia in qualche modo necessario.
    Riguardo alla tua osservazione, ti dico che, come sempre in tutto quello che faccio, ci sono tantissimi elementi autobiografici, ma molte situazioni sono mescolate e non si sono svolte in quella esatta successione. Ancora una volta, però, la Germania sta tutta dentro i miei scritti. Se riuscirò ad andare in Lituania, troverò una seconda giovinezza?

    P.S. Il discorso che mi hai fatto su Rilke interessa anche me, quindi ti darò risposta al più presto e sin d’ora ti ringrazio per l’acuta domanda che hai posto…

Leave a Reply

Note: You can use basic XHTML in your comments. Your email address will never be published.

Subscribe to this comment feed via RSS