febbraio 1, 2010

#1 “N documenti (in cifra)”

 

 

20.06 [11:00]: treno 88, carrozza 255, 93Me, al confine

con questa grafia si attesta

un passaggio impreciso
a gran passi scuri

(l’altro il secondo
……………………confitto nell’orologio)

anche a volerlo fare
del tutto………..non attraversa

inutile ripeterlo
(moriremo in silenzio)
saremo i soli
……………………gli ultimi a saperlo

 

 

 

25.06 [09:10]: stanza n, Zinnowitz

in questa mano è calore
a costo del respiro
in questa pelle per rimanere
acquietati a lungo

in una spugna l’acqua:
si può separare l’una
dall’altra senza lasciare
traccia senza mai dire

quanto basta

 

 

 

26.06 [10:45]: aula 13 dell’università, Greiswald

dopo questo
tutto sarà di poco buio
appena che si trattiene

come nel centro
lo stame nel petalo il rosso
tutto preciso nel punto
dove può stare

 

 

 

7.07 [10:00]: in una stanza, Finale Ligure

ciòche non si afferra
corpo all’aria
finché solo movimento
resta senza traccia e
voce mangia voce
e una parola
……….dice l’altra

 

 

 

N documenti (in cifra), di Antonio Diavoli
Collana QC a cura di Mario Fancello, Cantarena, 2006
Ordini: cantarena@libero.it

 

gennaio 31, 2010

XXVIII. phallus Dei

 

neither in nor
out, coitus, compulsion,
mass of innumerable things
to which the phallus Dei
is incarnation, limp,
the rose of mystics,
wrinkled umbilicus,
its thread under
scissors and knives,
numbers of tidy pleats,
cotton bandages,
the uninspected throat,
unreckoning the ticks of wrists
― do you feel the infra-nerves
constriction of your residues
and overplus of blood?

― Und dann? Auf einen Schlag,
dort in der Zukunft?
Dort liegen die leeren Meere,
die Steine liegen blank
und doch sind sie so abstrakt,
klar: wie einfach alles ist,
wie weiß! Dir sei verziehen.
Die Wahrheit hilft dir nicht.

 

 

in Maintenant, a journal of contemporary dada writing & art,
March 20, 2009 Dada Poetry Salon, Cornelia Street Cafe, New York City

 

gennaio 30, 2010

I will pass through Piazza di Spagna – Cesare Pavese

 

Passerò per Piazza di Spagna

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

Sarai tu – ferma e chiara.

 

 

I will pass through Piazza di Spagna

It will be a light sky.
The paths will open onto
hills of pines and stones.
The tumult in the streets
won’t move that still air.
The flowers sprinkling out
colours by the fountains
will cast glances like women
amused. The stairs,
the terraces, the swallows
will be all singing in the sun.
That path will open,
the stones will sing,
my heart will beat and leap
up like the fountains water –
this will be the voice
that goes up your stairs.
The windows come
to know the smell of stones
and morning air. Some door
will open wide. The tumult
of the streets will be my heart’s
own tumult, the light goes lost.

It will be you – still and bright.

 

 

© Cesare Pavese (1908 – 1950)
© traduzione Federico Federici
edizione di riferimento: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Giulio Einaudi editore, Torino 1951

gennaio 26, 2010

“Ardesia” di Antonio Diavoli

 

copertina originale del quadernetto autoprodotto (in pochi esemplari numerati a mano) Ardesia (Savona, 1996), contenente le versioni preliminari di alcuni testi poi inclusi, in forma riveduta e corretta, in Versi Clandesini (Genova, 2004).

 

 

gennaio 26, 2010

Alberto Mori accanto a “L’opera racchiusa”

 

Meditazione fuori dal tempo.
Lasciarsi accogliere dalla presenza/assenza,come se non vi fosse ancora nulla di dischiuso.
Buio nero dove si è versato il giorno e tentare la levità della salita nell’aria in ascolto.

L’opera racchiusa ascolta. ”Si cala in silenzio” e dal centro vuoto dello spazio configura
la spiritualità della parola. La bagna e la disseta sottovoce in un rivo sotterraneo
mormorato che anela e tesse “in un altro azzurro luce propria”.

Proprio la luce ricerca questa plaquette che vibra la sua lirica per infondere un sentimento
di speranza fra ombre e luci in andirivieni e scegliendo una vasta gamma sensoriale di
sguardi, delinea il volto di tutti e nessuno, nelle tracce dei luoghi, anche in quelli ancora
innomati ed inauditi.

Il canto a sfoglio pagina avanzante si fa più fitto e la voce concreta la sua costruzione
d’alterità. Diluisce maggiormente un ritmo elegiaco del verso che si “versa” acqueo
poichè un vero e proprio mondo viene al mondo in una sembianza agitata da un fremito
che prende radice anche dall’aria.

L’opera racchiusa cerca un origine terrestre.Vuole contenere un afflato mistico che dia
natura a questa nascita. In questa azione il poeta diviene sempre più consapevole di
edificare il mondo con l’alfabeto della poesia, aiutato da una presenza respirata
nell’interlocuzione ininterrotta e “voce, voce ha in questa casa attentamente
l’alfabeto fermo tra le dita”.

Così Federico Federici è l’abitatore di una stanza.
Qui ha installato il suo libro con progressive rivelazioni in una preghiera della memoria
per un dono che in lui si è inoltrato e che ha riconosciuto ed ora:
“S’agita d’un niente all’aria, veglia la radice sotterrata”.
Entra nella terra della poesia.

 

 

gennaio 25, 2010

Paolo Fichera su “Quattro Quarti”

Sui Quattro Quarti
di Antonio Diavoli

 

 

Quale realtà si pone nel simbolo? Quale realtà si pone altrove nel simbolo? I Quattro Quarti – QQ – ci accolgono non attesi, come ospiti la cui presenza non è necessaria: la soglia in cirillico non arreca traduzione: l’ospite, il noi, è ineluttabile, ma il percorso si pone come simbolo, come il calco di un corsivo su di una parola di cui non abbiamo conoscenza. E ciò che qui il simbolo ripone è un segno, un avanzamento lungo una strada già attraversata: un percorrere dopo ciò che prima è scritto.

“poso il mio pensiero
.………………………..come gli occhi un cieco

…………………………(restando altrove)”

Qui il poeta dichiara il suo Tutto: pone qualcosa, il pensiero, di cui non può servirsi e di cui è inutile servirsi come un cieco i propri occhi. Una raccolta in una poesia, ma il verso finale (restando altrove) invita a varcare la soglia, nel coraggio di un’unione ora non più meta, oltre la logica e la vista.
L’iniziale definisce: primo quarto: dei luoghi. E i luoghi è il luogo delle tracce, le stesse di sempre: albero, terra, seme, radice, rami e poi acqua, luce: un percorso a ritroso dalla vita alla morte “…torna alla terra” e poi di nuovo alla vita prima, del seme e della radice, per avere dai rami acqua e luce, la sorgente che qui diviene ultima invocazione che dà al nulla e nel nulla i propri segni: un nulla-nido, nostra dimora e vanto.
La prima e l’ultima poesia del primo quarto definiscono il perimetro dei luoghi: un nulla, un bianco di pagina su cui si può edificare; una pienezza possibile che ha nel silenzio l’ultimo fulgido bagliore, ma sentenziato dall’autore con parole aspre: “e mentre parli/dai scolo al silenzio/e lo crivelli”. La vera contemplazione non è possibile, non per noi: la nostra dualità ci impone un’invocazione e la sua bestemmia. Infatti il luogo dell’autore è treno, auto, scivola, va veloce, esploratore, cercare, sbocchi, fughe, il nostro andare, strade: ogni traccia resta in movimento. Un andare fisico e temporale. Non si ha l’immobilità permanente degli atti ma la loro lenta resa.
L’iniziale definisce: secondo quarto: dei monologhi. Ciò che accoglie un luogo è il suo monologo? La sua unica parola? E qual è questa voce? Il suono di una mano sola che non ha conferma. La parola mano compare nelle prime tre poesie della sezione e non solo. La mano è ripiegata su se stessa, nel suo opposto – l’altra mano; non mano che brandisce, suona, stringe altre mani. Mano che fa ombra per non mostrare un segreto che non c’è. Il velo copre il bianco. E ciò si collega al senso di sconfitta che alimenta il primo quarto. Il poeta si fa ombra e scudo delle sue stesse parole per ricordarle e per essere ricordato. Il senso di mistica desolazione pare a metà quarto dissiparsi quando il poeta si paragona al fiume che va inevitabilmente verso il mare: in tale deriva l’acqua dà nomi alle valli e ponti ai paesi per trovare infine, nel mare aperto, la luce placida. Ma la luce del poeta è la luce di un mattino: la lingua apre la bocca, il varco, deforma la bocca (ancora l’asprezza nell’atto di farsi pane comune) e dice prima. Il fiume diretto al mare ha la stessa acqua con cui alla fine, nell’ultima poesia del secondo quarto, le mani vengono lavate in un gesto quotidiano, tra posate e ceramiche. L’acqua vortice ritorna alle mani del poeta e oltre, acqua di scolo, come alla fine del primo quarto il silenzio: ora l’acqua, il silenzio, la lingua (organo) è fuoriuscita ed è notte ciò che resta.
L’iniziale definisce: terzo quarto: dei dialoghi muti. La possibilità di un noi è dichiarata. Nella prima poesia risaltano cifre numeriche: 2:2=0. Il tocco dell’Altro porta con sé la morte dell’Altro. Si sconta anche così la vita e a maggior ragione chi tenta la parola vive nel silenzio. Tale abituale consuetudine si frammenta in identità, in un rispecchiarsi di tre elementi: statua di dio sepolta, le proprie mani vuote in tasca e quelle in posa di una donna. Una trinità atea. Ciò che è diviene ciò che siamo. E infatti la poesia successiva si apre con un noi

tra noi passa il calore
……….in un’unica volta
……….che tenta di unirci

e il verso seguente trova un io bisognoso di un corsivo per evidenziare l’opposto: ora l’identità è la stessa ma molteplice e il verbo è amarti. E in tale plurima dualità si ha una sospensione dal tempo, la liberazione e il risveglio dove il poeta, per la prima volta, non dà intenzioni ma con fare giocoso, come Kafka insegna, rivela le sue ultime parole. Nel respiro si concentra la parola e sempre con aspre parole, come alla fine delle prime due sezioni, si chiude il terzo quarto. Si approda alla maceria nera, in una sorta di lucidità negativa. Prima di proseguire la lettura dell’ultimo quarto si sente il bisogno di estrapolare dal testo del terzo quarto le parole lasciate in corsivo dal poeta nelle 9 poesie che lo compongono:

solo
d’identità devota
io
assente
quello
nel respiro
abbocca

Si scopre un messaggio interno, del tutto coerente con la struttura di dialogo del quarto. L’Io diviene Lui.
L’iniziale definisce: quarto quarto: cesura. L’attenzione si sposta sulla doppia parola quarto. Come se gli opposti trovassero comunione. In effetti la sezione si apre con l’immagine dello specchio che non aggiunge né toglie, di una superficie che è sempre. A ogni parola corrisponde il suo doppio: sopra e sotto, e la domanda è successiva alla risposta. Ma tale equilibrio è precario e il risveglio a tale vita, la nostra stessa vita ma altra, non è permanente: solo lo starci dentro lo è. L’ultima poesia del quarto quarto e della raccolta ha il tono di una sentenza, come se dispiegasse la verità alla fine trovata, dopo che la possibilità di uno stato di lucidità superiore è stata dal poeta intravista e resa possibile ma non conquistata. L’amore vero è quello che si porta ai morti: l’Altro rimane altro, non lo si può toccare. Questo è un risveglio che ci è toccato: tale verso racchiude una violenza di significato e di forma: ci è toccato ha una connotazione negativa, come se fosse il risultato di una sorte di poca importanza; ma è soprattutto l’articolo un che dà il senso di un’atroce beffa. Neanche il risveglio ci è toccato ma uno: uno dei tanti possibili. E non lo porterai con te più via in sogno. L’altra vita alla fine, intravista, è stata un sogno. La nostra si vive qui nel nostro altrove.

Paolo Fichera

 

 

gennaio 24, 2010

#1 “chiuderanno gli occhi”

 

 

gli angeli non si battezzano
portano loro a chi li incontra la benedizione

 

 

04 Aprile – 17:45

Ci vuole una pace che non si ritrova in questa parte. Oggi parlavo di case in legno, rifugi nel nulla: il Nord Europa e da Sud a Nord, dove c’è sole -ma è poco sole- dove dentro la nebbia il viso conosciuto è quello più a lungo cercato. Non si va mai a caso nella nebbia e questo è il punto.
Pure, qui il cielo fisso, il merlo canta dentro la gabbia in giardino e tutti i fiori già refusi all’erba hanno cominciamenti lievi in gioia. Minuscole sostanze in vita, succhiate alla radice.
Tutto è allegoria: il linguaggio, la prima e suprema al mondo. Anche ora che ti scrivo, guardo fisso nella linea che disegna le parole, non seguo il filo che con l’udito, ripetendo a voce bassa.
Di là sul comodino in camera ho in una goccia in vetro grappa ai frutti scuri e i tuoi racconti a fianco. Questa la mia notte: scotta però nel sangue. Notte d’abbandono certo, che vivranno le parole. Perché c’è poi una seconda notte più mansueta in corpo, che si lascia addormentare e tiene Vita insieme, in un groviglio di funzionamenti strani. E chiuderanno gli occhi un giorno, senza ascoltare più ragioni.
Pensavo prima di parlarti, finché c’è tempo, finché non mi divora vivo nel rovescio il fiato. Poi, ti ho immaginata in sogno, non ho osato.
A.

 

04 Aprile – 18:49

concediti, angelo, sollievo umido a ciò che è lontano dall’argine nostro straripato, eppure esiste. eppure s’impone. tanta insufficienza basterà appena a farci ancora respirare.
I.

 

04 Aprile – 19:31

Come gli angeli di Wenders, mi perdo in ascolto ai pensieri di chi abita città deserte. Le palpebre bruciate, il peso del soffitto al centro della stanza, le radici sotterrate, mangiate dalla terra. È una insonnia senza tregua (ancora).
Je cherche la trapéziste, mais où est-elle à cette heure?
A.

 

05 Aprile – 01:23

ricordi Julie, nel Blu? la panchina e le palpebre distese. i raggi sollevarla fino a fare del dolore burro fuso. all’ambra sciolta, muta, e l’accenno finalmente di un sorriso. sarà così, la trapezista. lì, in un dove -la immagino- spalancata e muta al sole. dove gli altri la guardano -ammirati- stare.
al riflesso appena percepito e in controluce del suo essere totale. senza filtro alla vita. senza clemenza alcuna di misura.
I.

 

05 Aprile – 06:09

Penso a Juliette piuttosto nel finale bianco, ma questa è biografia.
Qui, come tu dici, il blu si apre a una speranza muta. Che ci sia davvero, anzi. Il fruscio della pagina aperta in un giorno di vento nel bosco: guarda come l’opera riaccende il cielo, nella cornice gelida dei polsi. Il segno scuro lasciato sull’acqua, i testi in due tagliati con una riga. La mano corregge la bocca. Le parole.
A.

 

05 Aprile – 10:49

le grate. le lacrime. il finale più crudo e secco. conservo, minuta, una speranza per gli altri due colori. e per gli altri ancora. nonostante.
I.

[...]

 

Nota: i testi antologizzati in questa raccolta si sono sviluppati in una prima stesura pubblica sul blog (ora chiuso) “dialoghi muti”, tra i commenti al post “chiuderanno gli occhi”. Successivamente, avendo acquistato consistenza di corpo poetico autonomo, si è deciso di elaborarli in modo da correggerne residue incertezze, come si fa con pietra levigata di mare, liberandola di polvere e sabbia.

 

 

in Chiuderanno gli occhi, di Antonio Diavoli e Ilaria Seclì
diario di poesia 4 Aprile 2007 – 19 Giugno 2007
Collana QC a cura di Mario Fancello, Cantarena, 2007
Ordini: cantarena@libero.it

 

gennaio 21, 2010

Luigi Metropoli su “Profilo minore”

 

I profili sono la realtà vista di lato, una prospettiva – tra le tante – della sua conoscenza. Il catalogo e la loro numerazione (l’aggettivo minore del titolo tende a ridimensionare il metodo e a riconoscerne la parzialità) non sono altro che un tentativo di scavare tra le forme e la sostanza del mondo, inventariandole, approfondire il reale e cercare di darne un criterio secondo coordinate spazio-temporali, a loro volta soggette ad un arbitrio non insindacabile.
I vari profili sembrano «istantanee fobico-ossessive, una parola compiacente che si chiude nel frammento, spezzato come per incanto, per riprendere nella successiva schizofrenia, nelle dicotomiche visioni che, alla fine, confluiscono nell’ordine del caos» [1] . La scrittura è una lesione, un incavo tra le cose, il vuoto sottratto da uno scultore alla materia da plasmare. Federici assembla e smembra, secondo una dialettica gabbia-infrazione, un dissidio interno alla struttura, adottando un andamento franto (e fratto) del ritmo che piega la cantabilità ai fini di una vagheggiata misura architettonica-organica: l’intero si costituisce per frammenti, ma è sfuggente. Privilegiare le parti anziché il tutto è una necessità più che una scelta. L’autore insegue un metodo più che la loda, un’indagine sulla conoscenza, sul nostro modo (incompleto) di intendere il reale. La raccolta è permeata dall’idea di esperimento, da non intendersi solo in chiave linguistica, ma come osservazione analisi verifica. Le diverse esortazioni ad un “tu” (fa’ che, prova a…) non sono degli inviti rivolti ad una persona concreta o delle preghiere, ma una prova, una “verificabilità” di ciò che si teorizza e si espone.
«Ci muoviamo in ciò che non struttura [l'ombra]» e infatti l’affondare nelle cose è sempre un ritorno superficiale, insoddisfatto, frustrato. Si è alle soglie dell’afferrabilità, per poi subire lo scacco e accontentarsi del simulacro, della «copia/ di te a somiglianza». L’andamento e il tono della raccolta è ragionativo, ma con crepe, come se il logos e l’analisi scientifica fossero diminuite e messe tra parentesi. L’indagine si indirizza alle cose, ma non penetra fino alle cose stesse (Husserl), ostacolata dalla loro irriducibilità e dai limiti dell’uomo, non onnisciente: vi è una separazione tra ciò che è investigabile nel campo del sensibile e ciò che si dà nell’ombra, sotto la neve, nell’acqua, nel segno che non resta, l’inafferrabile. La realtà si sottrae di continuo, ostinatamente. Anche il punto di osservazione incide e modifica il risultato (Heisenberg vi serpeggia tra le righe e non è vano ricordare che Federico Federici è laureato in fisica). Ciò che di profilo viene visto è instabile oltre che parziale, un frazionamento (o addirittura semplificazione algebrica), un’atomizzazione che non dà i risultati sperati.
Federici tratta il verso come una misura parimenti oscillante e soggetta a molteplici interpretazioni: i sintagmi slittano continuamente, eludendo una stabilità semantica. Non è mai chiaro se un verbo si accorda con la successiva parte del discorso o si muove autonomamente. La sintassi è aggirata per eccesso di possibilità semantiche, che finiscono per escludersi (o sottrarsi) a vicenda, anziché sortire un ventaglio di inclusività ulteriore. È come se si procedesse a tessere una tela, a costruire un labirinto per disperdere il senso o magari distillarlo diversamente. Le prospettive e la verità sono sempre parziali: si sfibrano per troppa indagine.
La chiave della raccolta è da cercare nella stretta relazione tra corpo-ombra-spazio-tempo. Il tempo ha un ruolo determinante quando associato al movimento, quando non funge da entità separata, ma attiva un processo, coinvolgendo man mano lo spazio e ciò che lo riempie e lo svuota (il corpo). «Ciò che muove manca»: lo spostamento nel tempo lascia un vuoto, cancella i segni e non dà rotte, ma solo detrazioni. È spazio sottratto, nel segno di Zenone più che di Eraclito. «Scavalcare l’ombra propria» è il primo passo per cercare di guadagnare l’inafferrabile, contornato dal silenzio. «Togliere e tacere», proprio perché «andarsene fosse un non dire di più». Il movimento sottrae e cerca la mutezza, latrice di conoscenza, inabissandosi negli atomi della materia e del pensiero (o meglio: nella materia del pensiero).
Andare oltre il simulacro, il segno, in direzione del vuoto e dell’ombra stessa. Ma gli strumenti dell’uomo sono inadeguati. Nei profili finali più che alle misure ci si aggrappa ai graffi, alle unghie per strappare qualcosa, si ricorre perfino al taglio sanguinolento dell’occhio (Leautremont, Dalì, Bunuel) pur di aprire uno squarcio, per andare «dietro lo schermo». Infine «fai come credi» scrive in corsivo il poeta. Chiusura dell’esperimento, mondo refrattario: «lascia le cose qui come sono/ stare».

Luigi Metropoli

[in Leggere variazioni di rotta (Le Voci della Luna, 2008)]

 

 

[1] Marco Saya in LiberInVersi, 20 luglio 2006

 

gennaio 19, 2010

#1 “L’opera racchiusa”

 

 

[ da l'anima tema ]

si cala in silenzio, luce da cielo – sta scritto
e ci si posa per assomigliare l’uno all’altro
al termine di tutto in niente – si è scoperto

e sono più che i tentativi queste offerte
alle madonne cave e di sangue
sangue rifinire l’anima di dentro a fuori
perché di foglia e ramo e di non altro è la ragione

da terra a cielo la perfezione è nell’attesa

 

 

nella luce appena ferma il tuo volto
forse per ammonimento mi cancella
il nome sulle labbra, forse qui d’un tratto
muto sempre rinascente è di traverso
il lume dentro il vetro in una casa vuota
visto alla finestra acceso come un segno

 

 

qualcuno, che prima è venuto, è andato via lasciando
presto il suo sigillo d’acqua al centro della stanza

l’angelo ammirato attentamente nel dipinto ha
labbra chiuse, sciamano in un coro poche voci
care, i gridi si confondono, le rondini

 

 

lascia che a dire siano le cose
gli abitatori del mondo addossati alla cruna
dell’ago, le lingue impresse a memoria

l’elencazione dei nomi dei morti toglie il respiro

tempo è di dare le mani nell’andirivieni dei vivi
fermare gli occhi, lo sguardo a chi trema

 

 

 

[ da radici scoperte ]

dai miei passi torni a quelli
di chi si allontana in sogno
e sfuggono all’udito, copri
la distanza intera della strada

l’opera del mondo non ha fine
mai, tenuta insieme qui coi nomi,
le radici, i passi da un esilio
a muri e case, ricalcificata
sulle mani tutta la stanchezza

 

 

un’attesa grigia abita la nebbia
porta ai fianchi l’erba sulla casa
che ci aspetta, ma non è ritorno
questo di noi due nel luogo
dove stare nel momento atteso
della vita, a coltivare le radici
dei capelli, i palmi che raccolgono
le ciglia ai fiori aperti, sibilanti all’aria

solo in due a dividerci le ossa, i rami

 

 

qui tra i morti, i vivi, tremano le cose
per riflessi d’acqua fanno cerchi e buchi
entrando sul fondale scuro, toccano nei punti
inaccessibili anche il mondo, i nodi e i nervi
più si disfa il loro dato certo: tra due battiti
di ciglia si completa dalla nascita una morte
sola

 

 

 

[ da come s'inoltra ]

portarti è giglio tra minute spoglie,
chiara alle mani, scelta come l’acqua;
la falce assetata sulle radici dell’erba,
tra i rovi le rondini riempiono la casa

non ha più storia l’estate, entra nel vivo
dei giorni da un’altra stagione; la camera,
piccola, nuda, affonda nel sonno; muove
unite le tende alla finestra dopo il saluto
la mano ferma, dirama illuminata intorno

tu non sei nata a questa terra, vieni
al tempo che vi approda senza pena
di stare a vivere, a morire, quasi in noi
avesse tregua l’opera del mondo, la fortuna

 

 

il mese è luglio: sparso come sai sono le rondini
a folate e scrosci, un andare quasi via dal mondo
giù per vicoli introversi a frotte, muti, i capi chini

crespe foglie, gonfie, gusci, i nidi tolti ai rami
scendono dagli acquitrini in rivoli e voragini,
fan le cose cumuli sui margini del vuoto, vuote
si ribattono negli occhi, si defilano agli sguardi

a te io confido l’ansia, l’ardua luce colma tra le ciglia
prima di trovarti; tenue tintinnio di chiavi in tasca
dà il segnale entrando, tu che aspetti di toccarmi

voce, voce ha in questa casa attentamente l’alfabeto
fermo tra le dita, le vocali concave alla gola e sonanti;
nella stessa luce il volto avvampa, taglia corto i fili bassi,
la memoria buia, su qualcosa soffia dentro che si porta

 

 

in

L’opera racchiusa, di Federico Federici
Collana Festival a cura di Valentino Ronchi
Lampi di stampa, 2009, ISBN 9788848807999
Vincitrice al Premio Lorenzo Montano 2009 nella sezione “Opera edita”.

 

gennaio 7, 2010

Maurizio Maggioni su “Quattro Quarti”

 

Questa silloge di Antonio Diavoli con saggio colto di Massimo Sannelli e Appendice narrativa, segue la raccolta di Versi Clandestini del 2004, caratterizzandosi per i versi liberi con brevi incisi visivi che rimandano a scambi d’identità, a idee letterarie (Eliot, Achmatova, Pasolini e altri) e a emozioni naturalistiche. Nelle liriche senza titolo di Quattro Quarti si compendiano luoghi, monologhi, dialoghi muti e cesure, dove prevale un’ansia metalinguistica (per Massimo Sannelli) nel percorso di crescita dell’autore dalla metamorfica identità in formazione.
Oggetto di questa scarna poetica è il fenomeno singolare del cantare che è un cantare di sé (il dirsi del Sannelli), incarnando le proprie emozioni nella vita più o meno quotidiana (come a pag. 37), tra momenti di silenzio (“atto minimo per portarsi altrove”) e lotte esistenziali. Il passato, l’amore vero verso i morti (a pag. 54), il movimento a ritroso (Giuliano Mesa), la coda dell’occhio e la visuale della retrospettiva (a pag. 22) fanno del momento post-mortem l’unico istante possibile della ricapitolazione pasoliniana biografica. Inoltre, come l’idrometra (a pag. 23), senza farsi risucchiare dall’abisso sottostante lo stagno/mondo, il poeta diventa preveggente (pp. 22 e 46) tra superfici e contenuti della realtà e, mentre parla con il suo “oro intatto” (pag. 41), dà “scolo al silenzio”, crivellandolo (pag. 28). Altre riuscite metafore sono quella del fiume (pag. 33) per il sonno e il risveglio nonché quella dell’albero (in apertura, a pag. 18) per la vita stessa.

Maurizio Maggioni

in Carmina, 2006

 

 

gennaio 5, 2010

Lettera: Finale Ligure, 30 Dicembre 2009

 

cara *,

scrivere d’acchito, senza provare e riprovare le possibili permutazioni del verso, le sostituzioni di alcuni termini con altri, è trascurare i pesi di tutte le parole, come a dire che permutando il 2 col 3 non si incrementi o riduca il valore di un numero. Non è così che si rende un vivo rendiconto della realtà, trascivendola, ma scrivendola, il che è un approccio ben diverso (le cose nelle cose, le cose nelle parole…). Pensa ai problemi che pose già Zola nel suo Roman experimental, più di un secolo fa. E questo non è tutto. Ci sono altri (alcuni nomi li hai fatti tu, altri non li devo ripetere) che pongono la riscrittura come un semplice esercizio di stile, senza intravedere e risolvere i problemi del testo, della sua struttura a un livello più profondo. Forse perché par bello a loro scrivere e scriverne, e necessario dire che lo fanno, per costruirsi una credibilità artistica, come per un chimico esporre in una teca piccoli pesi e bilance inservibili, a dimostrazione della cura con cui combina i propri elementi e bilancia le reazioni. Non stai già ridendo? A me tutto questo fa sonoramente ridere, come la pletora di tenerezze e di bambagia in cui si avvolgono certe insulse nuove pubblicazioni, nate non tanto dall’estro, quanto dalla pigrizia di certe dita che, non sapendo far di meglio o a maglia, digitano lettere in forma di parole e stampano, stampano, strepitano ovunque. Sono duro e presuntuoso? Non potrei entrare così spesso in polemica, perché la conversazione avrebbe da più parti toni risentiti, astiosi ed io non amo la materia dialettica reciprocamente masturbatoria. Preferisco l’ispirazione scorbutica dei cani, i latrati, i movimenti fantastici dei lupi, alle mollezze a modo di abatini e donzellette di quest’altri e il sentimento è corrisposto.
Del resto almeno una libertà non è negata a entrambi: a te di non leggermi, a me di scrivere senza condividere il tuo canone. Non è poco.

Un abbraccio intero, circumnavigandoti.
Federico

 

dicembre 30, 2009

Fabio Orrico su “Quattro Quarti”

 

Libro misterico e aggrovigliato, Quattro quarti è la seconda opera pubblicata a nome di Antonio Diavoli. Chi è Antonio Diavoli? La nota biografica del precedente Versi clandestini ci informa che Diavoli è nato nel 1910 e morto nel 1974 e informazioni raccolte dalla rete ascrivono a Diavoli una biografia esemplare, da poeta inserito nel suo tempo capace però di sguardi trasversali e sorprendenti, saggio nano sulle spalle di qualche gigante tutto teso a esplorare limiti e confini della maniera. Figlio di una ballerina di varietà e di un commerciante ligure in vini e olio, Diavoli ci appare come un Tozzi solo un po’ più inconsapevolmente provinciale, nodo e cardine di una poesia pericolosa e polimorfa.
Quattro quarti, nuovo libro postumo, sopravvissuto all’autore, eccedente rispetto all’autore, è il poema umano e ultrapsichico, eliotianamente scandito in quattro (ovviamente) parti rispettivamente dette: dei luoghi, dei monologhi, dei dialoghi muti, cesura. Come un imbuto Quattro quarti è un testo che corre a chiudere il senso fino all’ultima pagina, dove, in un gioco specularmene semantico, realtà vissuta e realtà sognata si danno il cambio mostrando in dissolvenza tagli metrici che hanno il sapore della sentenza (“questo è un risveglio / che ci è toccato”). D’altra parte questo è un movimento che percorre l’intero libro, molto spesso saldato a un uso della similitudine giustamente orfico e allucinato (“l’aria che già si arroventa / nel basso respiro / – mantice / il labbro socchiuso”), ma anche spregiudicatamente libero nel suo ignorare le congiunzioni come le più normali ossature del discorso.
Quella di Quattro quarti è una poesia chiusa, rocciosa, ma anche polisemica e disinvolta, ostinata e coraggiosa nel suo conciliare le contraddizioni, nell’unire segni e funzioni opposte, come quell’albero descritto nella prima sezione, sospeso tra cielo e terra in una ridefinizione quasi tautologica di sé stesso.
Nel proporre all’attenzione del lettore mete e luoghi differenti quali scenari in cui svolgere i suoi testi, Diavoli vuole ricordarci che i luoghi, i monologhi, i dialoghi muti e l’implacabile cesura sono scenografie della lingua, svincoli e strade di un parlato, di un linguaggio scelto come altare del senso più lontano. La definizione di Valerio Magrelli della poesia come macchina per caricare senso è qui colta pienamente dal testo e insieme resa più trasparente, più accessibile dalla compattezza, condizione irrinunciabile di tutte le liriche contenute nel libro. Per esempio: “le auto hanno i fari / spenti chiuso nei vetri / la luce / (portati al macero / i detriti) /a marcia indietro / accanto ai muri /defilate a forza / d’esser nulla / fanno come i gatti / ombre nel cortile”. Luogo e senso, significato e significante centrifugati nello stesso blocco linguistico, forma e plot contenuti l’uno nell’altra. I versi che io riporto indicando gli a capo non danno l’idea della distribuzione fisica della poesia sul foglio, ulteriore testa d’ariete del lavoro di Diavoli, intenzionato a istituire un dialogo assai proficuo tra la parola e la porzione bianca della pagina. È l’ennesima dimostrazione della compattezza e dell’intima coerenza di uno dei libri di poesia più “postumi” ed estremi degli ultimi anni.

Fabio Orrico

in Scritti Inediti, 2005

 

 

dicembre 25, 2009

Lettera: Finale Ligure, 25 Dicembre 2009

 

caro *,

oggi che non sto affatto bene, trovo il tempo per rispondere alla domanda che mi hai posto numerose volte e che avrei voluto sino all’ultimo evitare: “in che consiste il tuo lavoro di riscrittura di un libro che hai già scritto?”
Non penso di poter parlare a nome d’altri, ma posso testimoniare la mia esperienza, che ogni volta va perfezionandosi, per non dire “complicandosi”.
Stamane è successa una delle più stupefacenti cose quando si rielabora il già scritto: da un testo ne sono nati due, spontaneamente, unendo la sua prima strofa con la terza e la seconda alla quarta, poi lavorando a dar struttura e fondamento al nuovo.
Cos’è che non andava? Com’è che ciò che a più letture sembrava funzionare, si è rotto improvvisamente, quale meccanismo?
Ti parlo per immagini, sperando di essere più chiaro. Un libro (con ciò intendendo un corpo di testi non semplicemente in sequenza cronologica) mi appare come un’unica tela, su cui si depositano figure (i testi, appunto), in cerca di un dialogo segreto con altre figure. Una strofa potrebbe essere un piccolo, bianchissimo fiore isolato, o il piumaggio azzurro di un uccello, un testo intero una figura umana, un verso un filo d’erba, un graffio impresso a fresco nel colore.
A differenza, però, di un quadro, tutto resta “mobile” (o per molto tempo, almeno), così che, a riguardarlo da lontano, si sente il bisogno di muovere le cose in cerca di equilibrio, di un intero mai completo: spostare uccelli da un ramo all’altro, ritoccarne la tonalità (se più in luce o in ombra), ricoprire i graffi o farne di profondi, strappi, avvicinare a un dialogo di sguardi due figure umane prima più lontane, e via dicendo.
Difficilmente un libro resta intatto dalla sua prima stesura. E non c’è di che stupirsi in questo confronto con la pittura: avere sotto mano più versioni, confrontarle o leggerle come parti autonome, non par dissimile da un lavoro necessario di bozzetti, di studi sciolti d’ogni personaggio, dove sono riprodotti anche elementi poi soppressi.
Così mi piace lavorare: tenendo innanzi fogli, appunti, più stesure, persino interi fogli di parole estratte chissà dove, provate o rifiutate, come tavolozze, stracci da passare sul pennello per levare via il colore o amalgamarlo meglio.
Questa è la mia risposta, finalmente, alla tua curiosità.
Forse resterai deluso dalla precarietà che esprimo. Forse, da un fisico, ti aspetteresti una sistematicità diversa, un lavorio dall’ossatura sino alla pelle, ma non è così. Non si formano in un corpo vivente prima le ossa separate dalla pelle. Anche nella musica, tua vera passione, qualcosa funziona allo stesso modo. Mi pare che l’accordo di uno strumento parta dall’analisi della sua disarmonia, e che talvolta avvenga a tentativi, a correzioni successive.
Perdona il tono forse troppo asciutto, dimesso delle mie parole o la semplicità di questo scrivere per gioco. Ho un po’ di febbre. Sono sceso qui, chiamato da un’immagine più forte, in una pausa del sonno.

Con un sincero abbraccio
Federico

 

dicembre 25, 2009

da “blog e nuvole”

 

 

Federico Federici (testi), Alice Socal (illustrazioni)
in Blog&Nuvole, a cura di L. Saetta e C. Vannini Parenti
Comma22, 2009, ISBN 9788888960692

 

dicembre 22, 2009

Piano Music for the poet Federico Federici (Premio Lorenzo Montano 2009)


music and video by Francesco Belloni

dicembre 10, 2009

Lettera: Finale Ligure, 10 Dicembre 2009

 

caro *,

lo scorso fine settimana sono stato a Roma per incontrare * e definire i dettagli di una nuova pubblicazione per l’autunno prossimo.
Come sempre capita in queste occasioni, a cena il discorso si è presto spostato su questioni generali, legate alla situazione letteraria e, più specificamente, poetica in Italia.
Il bilancio è ancor più sconfortante di quello calcolato nelle nostre chiacchierate, arricchendosi di episodi e nomi insospettabili.
Il nodo centrale – par di capire – è sempre lo stesso: l’ambizione al potere di troppi poeti, senza che di questo potere siano chiari i contorni o la prospettiva, né se tale ambizione sia frutto di umana solitudine o di un senso (forte, personale) di allucinazione.
Ho ancora nelle orecchie certe piccole storie meschine, certi capricci raccontati non da un visionario, ma da chi vede le cose nascere di fronte ai propri occhi, giorno per giorno l’affanno nella ricerca di un consenso critico più alto, di un nome che “autorizzi” la parola, la elevi a cifra del dire, a chiave del mondo. Tutto questo accade continuamente, nelle redazioni di riviste o di blog collettivi, dietro le quinte segrete della corrispondenza cartacea e informatica, senza che quello stesso ego, tanto combattivo e determinato a imporsi, resista alle pieghe, alle frustrazioni, alle manipolazioni necessarie al suo forzato adattamento, senza che la sensibilità scalfita giunga a frantumarsi finalmente, in un urlo dignitoso di dolore. Nulla. Nulla conta, se non far presa ovunque, prendere tutto, dimenarsi, dichiararsi una volta pro e la successiva contro, contarsi, contraddirsi, dirsi dietro piuttosto che addosso, contare chi segue e chi precede, vedere il proprio nome farsi grande in una prospettiva storica almeno immediata.
Sono venuti fuori anche quei nomi, e questo dovrebbe sollevarci per averli sinora evitati, o per esserci subito allontanati prima che provassero a cambiarci. Di altri insospettabili è l’invidia, il livore, l’opportunismo, se non che guardando com’è prosciugato il loro ultimo verso, si prova pietà. La parola in un poeta è intatta o si frantuma come luce d’infanzia negli occhi di un uomo. Non può nascondere l’occhio l’orrore intravisto o quello commesso e, se in un uomo trasmutano piano i lineamenti del viso, un poeta deforma lo specchio in cui cerca quel viso continuamente, il testo, senza che se ne accorga.
Rivolgo a te questa preghiera, dunque: non esitare a richiamarmi se mai dovessi cambiare, ed io con te farò lo stesso, sperando ciò valga a entrambi per rimanere come siamo.
Si è poi trattato di un secondo tema, a questo solo apparentemente estraneo: la frammentazione del corpo poetico. Occupazione di un poeta dovrebbe essere l’esercizio continuo dei limiti del verso, il calarsi attento negli interstizi silenziosi della pagina, nell’ampiezza del suo millimetro, senza occuparsi di politiche editoriali, aspetti manageriali legati alle tirature o alla promozione della propria immagine – è su questo punto che i due discorsi collimano. Bene, da cinque anni a questa parte, ho, io per primo, disperso i miei frammenti ovunque, in almeno tre direzioni diverse e con fortune alterne, dovendomi spesso occupare di questioni poco o per nulla inerenti alla scrittura. Forse è giusto che, proprio a partire dal nuovo lavoro, e con queste premesse, inizi per me un percorso differente, che si estenda negli anni a venire, sino a ritrovare ciò che ora è sparpagliato (sulla carta, non nel cuore) in un unico corpo vivo, verso il quale ora provo compassione come per un amico lontano, che ho spedito, con un cattivo consiglio, nella sbagliata direzione. Avrò tempo e forza per misurarmi in questo? Non devi rassicurarmi o convincermi della bontà delle intenzioni – è una domanda che qui ti scrivo per porla anzitutto a me stesso, per insisterci su nuovamente, di fronte a qualcuno, mettendo alla prova le mie stesse convinzioni. Come sai, mi piace ragionare insieme a te di certe cose prima di farle. Qui non si tratta di collezionare rametti di alloro o pietruzze colorate, né di programmare un destino nella più conveniente tra le Letterature possibili.
Se, giocando un po’ con le teorie di Layzer, possiamo dire che il tempo di calcolo dell’Universo potrebbe infine non bastare alla sua intelligenza, perché c’è troppa novità in ogni attimo perché il futuro sia predicibile, come potrei io pronunciarmi dal bordo di una vita? Come può un mio palpito decidere volutamente, veramente, qualcosa di domani? Posso al massimo nutrire qualche umana speranza in buona fede e nulla più, ma essere ugualmente molto felice di intuire a tratti una scintilla di eternità.

Con affetto sincero, a ritrovarti presto
Federico

 

novembre 28, 2009

Pigreco01

Giovanni Catalano, Michele Ortore, Faraòn Meteosès, Alessandra Palmigiano, Piergiorgio Viti, Marina Pizzi, Claudio Bedocchi, Andrea Amoroso, Carla Scarano D’Antonio, Maria del Mastro, voci sul numero di Novembre 2009 di “π -trimestrale di conversazioni poetiche”.

 

 

Il prossimo numero è previsto per il mese di Marzo 2010. L’invio di materiale inedito (poesia o prosa poetica) è gradito secondo le modalità indicate alla pagina Invio testi.

 

novembre 18, 2009

Giovanni Catalano su “L’opera racchiusa”

 

per aver soltanto vòlto il viso al tuo passaggio
hai finito lì da dietro di guardarmi, dove non vedevo
a onor del vero: non sono forse belli i tuoi occhi? o
come non sapessi già il colore dei capelli, l’opera
dolce delle labbra, il fiato, il dono della voce, chiusi
dietro al dito che indicava la più breve via in silenzio

 

C’è un atteggiamento mistico di fronte ai simulacri dell’immaginazione e del ricordo.
In una poesia che è religione della poesia, il poeta si muove misurando ogni gesto e ogni silenzio, risparmiando la luce perché la luce è sacra, la luce brucia irreversibilmente.
E la luce è quello che resterà di noi dopo la nostra morte, per persistenza retinica.
Ma anche la luce ha una velocità finita e questo ci condanna ad arrivare sempre in ritardo.
Per cui questi appunti di viaggio, scanditi dall’ansia di misurare, sono traditi dalla paura di non trovare una corrispondenza spazio-temporale nelle cose e nelle parole.
Il poeta si muove, deve muoversi, deve viaggiare perché ogni saluto per strada, ogni incontro fortuito, può farsi salvezza.
Non è dato sapere se il poeta si muova alla ricerca delle tracce lasciate da una donna nella speranza di indovinare il prossimo momento di un incontro, se prevalga la paura di dimenticare e quindi commettere in futuro gli stessi identici errori (se bastasse la memoria), se – come dopo un trasloco – il vuoto di una casa abbia magicamente risparmiato qualche indizio, un capello, una fotografia.
C’è un attraente odore di polvere quando si entra in questa casa e, tra una poesia e l’altra, quel silenzio di chi resta in piedi a guardarsi attorno perché è arrivato in ritardo (o in anticipo) ad un incontro importante.
Ci sono morti che non si rassegnano, che ancora parlano ai morti.
E se è la distanza a rendere tutto impossibile, la ricerca della via più breve è il tormento degli uomini attaccati alla terra, con le loro radici scoperte, non a caso l’indice che chiude le labbra è lo stesso che dà indicazioni stradali.
Nella missione etica di significato, nella ricerca del senso (sia esso regola o eccezione) il poeta deve mettere in discussione non solo la percezione ma l’esistenza tout court.
Allora il logos (parola, numero, rapporto) è la cura quotidiana che dobbiamo al mondo, perché esista davvero.

Giovanni Catalano

 

novembre 15, 2009

#1 “Profilo minore”

 

ci muoviamo in ciò che non struttura
[l’ombra]

 

 

profilo n. 1

pensa
che dura il giorno finché lo vedi
come si muove prima che solo
una luce resti sopra la traccia
in un calore da togliere il fiato

non è così che
si fa più breve dopo
già non sapendolo certo
o che ritorni, mentre col labbro
lì da un centimetro sopra
la polvere dire quel poco
che non ripete parola
né suono, fare un rumore
come se fosse più niente
ciò che si fa, il molto
che argina il tempo

 

 

profilo n. 3

segui
me dall’ombra, sino a che
ricresca in superficie
l’anima versatile col corpo
nella pelle vertebrata mise

prime ali
scuotersi nell’aria dopo i fili
i tendini dal corpo, l’arto agile
alla luce dove stare lì nei vivi
movimenti di un Aprile, sopra
ciò che è già scomparso

 

 

profilo n. 6

argina il vuoto la mano
meglio purché s’apra e
prenda parte al movimento

prima ancora e dopo
dentro la fessura si fa largo
l’unghia, dove c’è silenzio
tra le ossa, le giunture

càpita poi per ritrovarlo qui
di fare un segno dentro il tempo

 

 

profilo n. 20

dirsi capìti poiché ripete la bocca
sopra levando le labbra per l’aria,
le ciglia per dare alla retina luce,
oppure chiudersi dentro una ragione
fino a che tutto finisca, dove si muovono
tutte le cose segnate nell’ombra
senza una storia, fare silenzio
ché si ricreda chi ascolta (come
se andarsene fosse un non dire di più)

 

 

profilo n. 33

l’argine aggirare a scatto
d’occhio a nottetempo già sbarrato
in piena luce con la torcia

scavalcare l’ombra propria
invalicabile al soffitto

storto ai muri dai minuti
dà bisbigli d’angolo all’orecchio
l’eco della voce
e nulla più ad una svolta

 

 

Estratti da Profilo minore, di Federico Federici
in Leggere variazioni di rotta, a cura di Luigi Metropoli
Le Voci della Luna, 2008, ISBN 9788890245084

 

ottobre 18, 2009

BIENNALE ANTEREM

SABATO 21 NOVEMBRE
ore 9:00 – Sala Farinati, Biblioteca Civica di Verona

“Gli studenti interrogano i poeti”

Premiazione dei tre libri vincitori della sezione “Opera edita – Provincia di Verona”
Ottavio Fatica, “Le omissioni”, Einaudi, Torino 2009
Federico Federici, “L’opera racchiusa”, Lampi di stampa, Milano 2009
Andrea Inglese, “La distrazione”, Luca Sossella Editore, Roma 2008

Dibattito tra gli studenti dei Licei Cotta, Fracastoro, Maffei, Medi e i tre poeti vincitori.
Gli studenti votano il Supervincitore.
Lettura e premiazione dei saggi brevi degli studenti sulle opere vincitrici.

Presentazione di Agostino Contò degli “Atti del Convegno su Lorenzo Montano” editi dalla Biblioteca Civica di Verona.

Relazione di Giorgio Barberi Squarotti: “Lorenzo Montano: l’itinerario della giovinezza”.

 

ore 16:30 – Spazio Nervi, Biblioteca Civica di Verona

“A tu per tu con la poesia”

Premiazione dei tre vincitori della sezione “Opera edita – Provincia di Verona”: Ottavio Fatica, Federico Federici, Andrea Inglese.

Presentazione delle opere vincitrici alla Giuria dei Lettori, con riflessioni critiche di Flavio Ermini e letture dei poeti.
Musiche originali: Francesco Bellomi
Spoglio dei voti espressi dalla Giuria dei lettori e dalla Giuria degli studenti. Proclamazione del Supervincitore.

 

 

DOMENICA 22 NOVEMBRE
ore 11:00 – Spazio Nervi, Biblioteca Civica di Verona

“In concerto”

Concerto a cura del Conservatorio “Bonporti” di Trento/Riva del Garda sulle poesie dei vincitori della XXIII edizione del Premio Lorenzo Montano e su altri testi proposti dalla rivista “Anterem”.
Compositori: Classi di composizione e musica elettronica dei Conservatori di Brescia, Genova, Riva del Garda, Trento, Vicenza.
Esecutori: Ensemble strumentale del conservatorio “F.A. Bonporti”
Poeti: Giacomo Bergamini, Giorgio Bonacini, Gabriela Fantato, Ottavio Fatica, Federico Federici, Alberto Folin, Andrea Inglese, Giacomo Leopardi, Rosa Pierno, Franco Rella, Stefano Salvi.

 

ottobre 16, 2009

L’opera racchiusa – pt 4

Federico Federici (testi, lettura, montaggio)

ottobre 8, 2009

si ’u vinu

 

si cca ’u vinu ’a vita allonca
nun s’abbacca l’acqua
a tutti bbanni scurri
ppi nun accurciari u ciumi
e sula sula puoi o scuru
tutti li petri e jorni agghiutti
aunni sìnni trasi sulu ’u tempu
cu scurcia dintra ’i peddi
l’ossi, di niuru tingi l’occhi
sicchi comu pani duru

purta ’u vinu sutta ’i peri
’u drittu, ’u stortu d’ ’i trazzeri,
aunni patturiu mi matri,
chiddi a scinniri macari
’n funnu a sta pitrera,
e susu e jusu va ’npressu
’a testa senza mai cadiri,
li mani a cogghiri li ciuri,
’a bucca a cuntari petri
e cruci, lu denti jarnu
a fari n’atra vota ’u ruppu
strittu a lu filu ri vuci

lava ’u ciatu meu, beddu vinu!
iu vivu ppi accurciari ’u jornu,
’u scuru senza dannu,
ca d’agghiùttiri accussì
’u tempu, iu nun tengu scantu

 

 

se qui il vino la vita allunga/ non s’estingue l’acqua/ dappertutto scorre/ per non accorciare il fiume/ e sola sola poi al buio/ inghiotte pietre e giorni/ dove solo va a infilarsi il tempo/ che nella pelle scortica/ le ossa, tinge di nero gli occhi/ come pane duro secchi

porta il vino sotto i piedi/ lo sbilenco, il dritto dei sentieri,/ dove partorì mia madre,/ quelli che anche scendono/ in fondo alla pietraia,/ e su e giù gli va dietro/ la testa senza mai cadere,/ le mani a cogliere i fiori,/ la bocca a contare pietre/ e croci, il dente giallo/ a fare un’altra volta il nodo/ stretto al filo della voce

lava il fiato mio, amato vino!/ io bevo ad accorciare il giorno,/ il buio senza danno,/ che d’inghiottire così/ il tempo, io non mi spavento

 

 

 

Ringrazio Maurizio Catania e Natàlia Castaldi per i preziosi suggerimenti ortografici.

settembre 30, 2009

Cinque domande di Giulia Siena a Federico Federici su Nika Turbina

 

 

Come nasce la tua attenzione per la poetessa Nika Turbina?

Nika ed io siamo stati coetanei per tutto il tempo della sua vita, ma non ci siamo mai conosciuti. Nei primi anni Ottanta, quando la sua vicenda poetica già sembrava destinata a luminoso avvenire, io non ero che un bambino un po’ vivace, che aveva forse imparato qualche filastrocca a memoria, ma ignorava tutto della poesia, cresciuto in un’anonima provincia ligure. Tra noi non c’erano solo molti chilometri, ma troppe vite, troppe generazioni. Forse mi capitò anche di sentire al telegiornale la notizia del suo viaggio in Italia, della premiazione a Venezia, ma non ho ricordi di allora.
Ci volle la sua morte, nel 2002, perché venisse di nuovo pronunciato il suo nome, perché io lo udissi finalmente alto, risuonare forte, unico, sullo sfondo di quel tragico fatto di cronaca. Fu una sensazione strana, come scoprire di aver perduto improvvisamente qualcuno, qualcuno di cui non si sapeva niente. Iniziai così un percorso verso la sua poesia, la sua vita, da tutti per molto tempo taciuta, e che di colpo dava spunto a sempre nuovi e odiosi pettegolezzi. La mia attenzione nacque dunque per caso e si alimentò via via per necessità, per l’esigenza di ricomporre, anche a livello personale, una vicinanza definitivamente mancata. Mai avrei immaginato che, nell’arco di alcuni anni, per una serie interminabile di coincidenze, sarei entrato in contatto con la famiglia, avrei parlato al telefono con la nonna, tradotto stralci del diario e altri inediti, dato fiato a una nuova scoperta della sua opera.

 

 

Hai tradotto le poesie e curato questo volume, quale è stata, qualora ci sia stata, la difficoltà più grande?

Penso che due siano state le difficoltà maggiori, in qualche modo inseparabili.
Mi sono avvicinato ai testi, tentando di renderne insieme il senso e qualcosa dell’originaria poesia – tentazione suprema, credo, di chiunque s’impegni in questo lavoro. Per mesi ho elaborato una traduzione che, pur non potendo rispettare le rime dell’originale o certi suoi costrutti, data anche una certa distanza tra le lingue, restituisse però al lettore un corpo di poesia. Non volevo, insomma, fare solo un’accurata “parafrasi” dei versi. Ho incontrato in ciò due ostacoli (al di là di quello meramente linguistico): la differenza di età tra la bambina che aveva scritto quelle parole e l’uomo che ora provava a ri-pronunciarle e, non da meno, il mio stile in poesia. Per non riprodurre nessuna struttura o espediente formale che fosse in qualche modo a me riconducibile, ho cercato anzitutto un’intonazione diversa, innocente eppure matura. Se, da un lato, la maturità di quella bambina colmava un po’ della nostra differenza anagrafica, dall’altro la sua parola acuta, ma innocente, chiedeva ascolto e purezza. Ho provato insomma a ricordare com’ero in cuore da bambino.

 

 

Come mai il titolo “Sono pesi queste mie poesie”?

Si tratta del primo verso della prima poesia (senza titolo) nel libretto, una delle più note di Nika e, insieme, vera e propria dichiarazione di poetica. Mi sarebbe anche piaciuto un conciso ed enigmatico “Кто Я?” (“Chi sono io?”), i cui caratteri cirillici costituissero ammonimento e misteriosa interrogazione d’apertura. Alla fine però, anche per rispetto dell’identità di collana, si è concordato con l’editore di lasciare tutto in italiano, titolo compreso, ricadendo così la scelta su “Sono pesi queste mie poesie”.

 

 

Nika Turbina compose le sue prime poesie a tre anni, una bambina prodigio?

L’unicità di Nika sta soprattutto nella precoce lucidità dei suoi versi. Non si tratta solamente di riconoscere un’inconsueta maturità di stile, quanto di accettare una precoce ma profonda coscienza del mondo, della vita, come se dagli occhi degli adulti si sporgessero il dolore, i fallimenti, l’intima vulnerabilità d’intere generazioni, e si ritraducessero per lei in parola, facendone esperienza propria. In questo io ravviso il vero miracolo.
Ci fu molto scetticismo all’inizio. Lo stesso Yevtushenko confessa di essersi completamente ricreduto solo dopo l’incontro di persona nel 1983, a Peredelkino, nella casa di Pasternak. A convincerlo fu il modo in cui Nika recitò per lui alcuni versi: la voce, l’intonazione, scuotevano le parole dal loro profondo, le afferravano dal testo e le porgevano o scagliavano di fuori, nel modo in cui solo può un poeta.
In seguito, specialmente dopo la morte, ci sono stati alcuni tentativi di spiegare il prodigio del poeta-bambino, attingendo a risvolti biografici non sempre documentati con precisione, oppure travisando con malizia aspetti abbastanza comuni nell’Unione Sovietica del tempo, legati soprattutto alla vicenda familiare. Si tratta – secondo me – di tentativi a vuoto, buoni ad alimentare mistificazioni letterarie spesso contrastanti, laddove si sarebbe potuto invece spiegare molto con le stesse parole di Nika: “Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna.”

 

 

Dalle poesie della Turbina emerge un forte senso del dolore, a chi sono rivolti questi scritti?

Come ho detto, l’acuta coscienza del dolore ne presuppone una conoscenza che non è esprimibile da una bambina di quell’età, se non per via di una sensibilità che permetta di raccoglierlo come perpetuo, invisibile pianto negli occhi di tutti.
Spesso le parole si rivolgono affettuosamente ai familiari più vicini (la mamma, la nonna soprattutto), oppure amici, persone conosciute appena, nascoste dietro le iniziali dei loro nomi, ma frequenti slanci abbracciano l’umanità intera, la Natura, secondo quell’amore che nei bambini è dono senza condizione, perché proprio nel dono si nasconde la richiesta dell’unico amore.
Altre volte Nika interroga se stessa: qui è la voce di una bambina, un grido mai udito così alto, che tenta di sciogliere la tragica fatalità cui tutto sembra da subito consegnato. L’infanzia è quel giardino ogni momento più intricato che portiamo dentro. Adulti e bambini insieme sono chiamati a un unico destino. Si incontrano così brevi invocazioni, richieste di un abbraccio, una carezza, formulate però da una distanza, quasi voluta, cercata affinché la scrittura si compia prima della vita, dica quello che sarà. Una distanza da colmare poi, rimarginare, perché giunga la parola nel culmine della dolcezza, prima della fine.
In un inedito degli anni Novanta che ho tradotto tempo fa, Nika scrive: “Mi hanno tormentata le parole nuove./ Ora qui tralascio qualche lettera,/ ora lì un accento manca./ Mi sono vantata a lungo/ di quella che ho scordato./ Così facile da dire./ Mi regala il suo valore il tempo/ – che è l’Amore –/ nel presentimento della quiete.”

 

 

settembre 16, 2009

L’opera racchiusa – pt 3

Federico Federici (testi, lettura, montaggio)

settembre 4, 2009

Lettera: Finale Ligure, 7 Agosto 2009

 

cara *,

perché ti defili così in merito alla lettura? Leggere non è vezzo da vecchi, né mai un dispetto alla propria originalità, anzi, l’attenzione verso la poesia si impara proprio leggendo (prima di tutto), poi ascoltando, infine scrivendo. L’ispirazione è un elaborare continuo e segreto che chiede pazienza e di essere nutrita, accudita, nella zona scura dove nessun altro guarda, in un perimetro di figure e suoni circondati da alfabeti. Il testo è un’asportazione successiva di ciò che non è più accostabile a niente, giunto al suo realismo.
Bisogna arrivare a riconoscere in pochi segni le tracce delle parole, che chiedono di essere esaudite, scritte, e stanno lì, impresse nel vivo della memoria, della terra, per essere seguite nel fitto dell’oscurità, acrobatiche impronte di strani animali.
Pronunciare la propria parola ha spesso poco a che vedere con il parlare, lo scrivere di mestiere o d’esercizio. Bisogna coltivare a lungo un’alleanza silenziosa, paziente, perché essa abbia ritmo e respiro, tra tentativi e varianti. Altro è retorica, baratto di segni e cifre convenzionali, conteggio di sillabe a incastri, un po’ come imparare a mente quali chiavi aprono quali porte, senza tagliare muri e varchi nuovi, forgiarne altre.
Perciò non credo affatto a chi scrive trascurando la lettura. In ogni singolo verso andrebbe riportata la forza di una moltitudine di versi, che altri hanno scritto al posto nostro, prima di noi, e in ogni filo d’erba dovrebbe essere la radice del prato, il suo nome, e via dicendo, in una vera catena di affetti. Mai rompere questa alleanza.
Leggendo si prende una lunghissima rincorsa, che dà forza e, insieme, esattezza all’atto, al colpo centrato contro il silenzio. Stagioni intere e generazioni lontane si toccano in questo.

Con un abbraccio
Federico