
L'opera racchiusa, di Federico Federici, Collana Festival diretta da Valentino Ronchi, Lampi di stampa, Milano, 2009, ISBN 978-88-488-0799-9
«Se c’è un io che parla, esiste accanto a una figura (la si percepisce femminile), che partecipa di esperienze misteriose e significanti, fino alla nominazione asciutta, e immersa in una luce d’eternità, dei fenomeni dell’universo: una coscienza che abbraccia i vivi e si rivolge ai morti, nella stupefacente realtà della loro presenza assente».
dalla nota critica di Giancarlo Rossi, in “Atelier”, n. 49, 2008
Reperibile su ordinazione in tutte le librerie, su IBS e altri siti specializzati.
Su Facebook si può parlare del libro QUI
Chi mi conosce sa che ho spesso più idee di quelle che avrò il tempo di realizzare negli anni che mi restano da vivere. Per questo tendo ad annotare tutto, nella speranza che qualcuno (un figlio? un amico? uno sconosciuto?) prenda domani spunto e faccia proprio ciò che non ho fatto. Forse è l’unico modo possibile per accettare serenamente di vivere.
Con questo stato d’animo medito da settimane di chiudere tutte le mie finestre in rete, uscirne un po’ o per sempre, perché sento meno l’esigenza di questa forma di comunicazione, troppo rapida e superficiale a volte. Non di meno scrivo, però, anzi avrei abbastanza inediti da programmare un post al giorno da qui all’anno prossimo. Non è questo il punto. Di contro, sto registrando parecchie letture, non solo per l’ultimo cortometraggio che ho in mente. Ecco, forse potrei cessare questa forma silenziosa di scrittura e trasformare questo spazio in un ambiente sonoro, incidere solamente, raccogliere i versi insieme a suoni e voci, senza neppure dichiarare se si tratti di poesia, prosa o conversazioni raccolte in strada. Se qualcuno tra coloro che mi leggono volesse esprimersi in tal senso sarei felice di ascoltarlo, anche via mail.
Un’ultima annotazione: ho dovuto mettere la moderazione ai commenti per evitare recenti, spiacevoli inconvenienti.
Un abbraccio
F.
Al centro della casa è una stanza vuota, dove non arriva di altre stanze l’aria, si disperde prima anche la luce. Quando in piedi, al centro, discutiamo, sembra avere solo muri intorno, su di sé richiusa come un muscolo contratto all’ansia. Agitati, noi facciamo ombre grandi, lunghe con le braccia, ostinati ci affrontiamo a scatti, duri, senza mai toccarci. Il soffitto, le pareti, tutto è fermo e in apparenza trema.
Alzo a un tratto allora gli occhi dalle mani basse ora mentre parlo, a dirti che ci sono io dopo la voce. Tu non mi vedi, come fosse la prima volta. Ti ho afferrata, certo, dove sei ferita – non volevo farlo, tu non stavi ferma. Dài su me la pena, forte, come un marchio che a toccarlo si deforma, sanguina la carne.
Due per volta poi scendiamo giù le scale, svelti verso strada, senza più parlarci. Fuori proseguiamo fianco a fianco, guardando avanti l’ombra che si intreccia dai lampioni. Il fumo, il fiato forma intorno il foro della bocca. Lì davanti l’eco, tutto è più indeciso. E via via sentirli bui dal centro della casa i corridoi verso le altre stanze, vene in corpo al proprio posto, traversati sempre lì da un filo d’aria, mentre noi due fuori non sappiamo.
Ti ho portato le mie case di cartone, un pomeriggio le barchette colorate da bambino, rinate tra le mani ritirate all’acqua.
Ti ho portato il disegno della testa del pupazzo, le sue estremità sottili che non hanno specie. Ho tagliato carta e fiori dai giardini, per te prima che non fossi più bambina.
Tra i binari il fischio, come allora alla stazione, divideva in due la folla al marciapiedi: altra, che era scesa, dileguava come un’acqua che non ha di sé memoria, e per gravità ritorna nei minuti sotterranei del mondo. È la sparizione certa della voci alla distanza a farci più paura, come un lento piangere di stelle. Mai nessun passaggio, bocca a bocca, nessun nome o sguardo dato sui ricordi. Ci lasciavano quei giochi fatti con le mani, i biglietti cestinati, disegnati o ritagliati male lungo il viaggio, i soldatini senza viso in fila pronti per la lotta, tanti.
in fossette d’adipe sul viso
ridarella si risalta, sfila,
grida, si stropiccia guance,
si sgualcisce i fazzoletti
agli occhi asciugando fard
e lacrime, tra i singhiozzi
ride volta al cielo la ragazza
mentre tira baci all’uomo
che si sbraccia, fischia,
tra gli scoppi acuti delle voci,
sporge in aria la natura
morta dei suoi fiori rotti,
spesi tra le dita dove intrica
quei lucenti fili, per disperderli
alla terra assolata dei balconi
Bisognerà rifare il conto ai giorni, un giorno battere sui denti al tempo perché si spalanchi, in gola inghiotta i perimetri dei fiumi, le vene ai laghi. È la via contorta dei ritorni a trattenerci poco più alla vita.
Stavo prima al centro di quest’acqua ferma tra i residui della terra, a riguardarmi gli occhi, come un foro intorno a un cerchio di parole, come un volto bello nel silenzio dello specchio.

Le cose che non ricordo, di Federico Federici, con illustrazioni di Alice Socal, nel catalogo Blog e Nuvole a cura di Lucia Saetta e Cristina Vannini Parenti (Comma22, 2009, 289 p., Euro 14,00, ISBN 9788888960692).
Tutto verrà sul finire di un’estate di addii, dov’è iniziata quella debolezza che ora disunisce e slega la radice tenera alla terra. Palmi aperti all’aria, bocche spalancate alle parole, a manciate semi e nomi nel disegno del mondo.
Tra i fischi delle serpi le formiche rosse ammucchieranno briciole e granelli, in cammino sugli spigoli dell’erba, scivolando piano lungo i sassi, come il bianco della pagina si cerchia alle parole, come a forza di neve il vento comprime la sua fuga sulle diagonali della casa.
La finestra apre il buio della stanza a un battesimo di luce. Non incide il tempo, mangia volti, mani, i ritratti in bella vista ai giorni. Niente è serio più della radice nuova che non cresce quando è tempo.
Non seguirmi ora che tra i nostri corpi è aperto lo spiraglio. Passa un’aria fresca e sa di prati e pietra tiepida scoperta al sole. Meglio in due dividersi le parti, non cucire più la pelle e stare tesi, chiusi, mal segnati nel rammendo di una cicatrice.

You can read here below a few excerpts from my mail correspondence with the hindi poet Rati Saxena about some topics we were talking about during my work of translation of her One window and eight bars collection of verses.
These texts have not been edited any further and will not be, with the hope of conveying the lifelike nuances of our first real conversation.
How did you get to know that you would write poems in your life?
My friendship with words is as old as my memory. There were days when I found myself very lonely in my childhood; even in those days words used to flutter within my closed fist. As soon as I opened my fist, they used to fly towards the sky shining like glowworms. I used to sadly watch them go far away, They had some colors on their black bodies. I was very talkative child but there was a dark shadow of loneliness enveloping me, its claws hurting my chest. It would be difficult to breathe. Then a number of words used to come to my rescue. They used to play around me like juggler’s balls, they had colors. Moreover they have wings, they could take me anywhere, where I wanted to go. Those days my eyes used to be glued to words just as ants stick to sugar. Words could attract me any time; even while sweeping if I happened to come across a torn piece of paper with words, dust was free to enter the house as my eyes would be busy reading those words. I was very good reader, but used to read only prose, fictions etc. I never used to read poetry in early days. But first time whatever I wrote was some thing like poetry. Though I was not sure, what I have written. I used to write a few lines most of the in my early days. These lines talk about my inner heart which was lonely? I could take my poetry seriously only after crossing forties. And it took time to understand for me that whatever I was writing was poetry. Once I could understand my own poetry, I stopped reading fictions and started reading poetry. I have also written a few fictions but I am not happy with them. Actually for fiction writing, one must learn to speak lies, but poetry come from heart, and one cannot speaks untrue. So I feel, this is my way of expressing.
Which are the closest interlocutors in your poems?
I have dialogue with most of the things in this world which come across me. I mostly have plenty of words, but because of poetry I learnt to convert those words in images that is why every thing around me can talk to me. I talk to tress, sea, to ants, to kite and to earthworm even. I feel that these are not images, but living souls. I remember the day, when I found a smell of sea around me, and it was so passionate that I had to go to see the beach and spend an evening, after that a very strong love poem came out. Same things happened with mountains, valley. Once it was difficult for me to hold my self from jumping in a beautiful valley. Among human beings “He” is image of a lover, which used to talk to me a lot. I could also talk to my relations like mother daughter etc. most of the time I talk to my self. Who else can talk to me except my self?
How does the themes of time and body get interleaved in your poetry?
Wow, this is a good question; I think time is pure Indian problem. Early from Vedic time we wanted to know about time. I am student of our ancient literature Vedas, and read time in a different way – I quote (from Atherveda- 19-53-1-10):
«He, who looks after this world, He who creates the entire world
He is the father and takes birth as son; nobody has greater power than him.
This space has come out of Kala only, this earth has come out of Kala only
The past, future and present also reside in Kala
The living beings have their origin in Kala, the sun shines in Kala
The whole universe sees through the eyes of Kala
Mind is in Kala, Life is in Kala, and all names live in Kala
All people get happiness through Kala
The Tapa, the Jyeshtha the Brahma are in Kala
Kala is the god of every one; he is the father of Prajapati
This universe took birth from it and stays in it
Kala becomes Brahma and takes care of Parmeshthina
People created by Kala, Kala was the first Prajapati
Supreme god and Kashyapa came out of Kala, Tap was born out of Kala»
It is possible that my thrust to know time in different manner asks me to write about time. Regarding body, it is universal problem. Body is some thing which is very close but extremely strange. It treats a soul in a very strange manner. It is not sufficient to know it by names like doctor. Is it important to understand it as a very good friend. For woman, body is very different thing. It is a very important part of her personality. But most of the women do not know a perfect treatment to their bodies. It needs freedom, but not a way we think. Woman thinks that taking out clothes is freedom for body, but this is not true. Understanding ones own body is a way to understand universe. It needs a spiritual approach. But be aware of so called spiritual gurus. One have to search this truth in her/him self.
What do you think European readers get from your verses?
I don’t ask any one to take any thing from me or my poetry. I have been editing “Kritya” for 4 years and I see very good poetry from Europe, special small countries in Europe. We had Italian issue, polish issue etc. they were very good.
Still I think, readers can take my way of handling images. They can see, that it is not necessary that one speaks out every thing directly. They can learn that every thing in this universe is as important as one herself or himself.
And one can learn that – don’t write, unless poetry force you to write. Emotions should blossom on poetry.
What’s the most difficult feature and/or most important one in your mother language to be rendered in English or into any other foreign language?
I think every language has a few correctors which are difficult to translate in other language. I use very simple language and more images. Some time it is very difficult to bring those images in other language. I could never translate my own poem in a perfect manner. I too like to use folk words and images, which are very difficult to bring in other language. Some time social issues also do not get proper impression in other languages. But what is the solution, we must try to reach to others.
In the picture: Rati Saxena and Federico Federici performing at PoesiaPresente, Teatro Binario 7, Monza, 2009. Photo courtesy of Satyapal Sehgal.
Sul bel discorrere dell’acqua, a vuoto verso l’infinità del mare, scende il filo dei pensieri arrotolato in alto, all’invisibile sorgente. Cade, verde ancora ai raggi obliqui, una foglia come un’altra e conferma la stagione morta del cielo. Sto in silenzio al canto degli stormi che riposano la terra, segni ai rami neri. Morire è un respiro d’aria.
Stavamo certe sere sopra i pochi versi di una poesia, come intorno a luce che si spegne, a illuminarci bocca e mani, scaldarci fissando il potere del fuoco che ordina le cose.
Sulle pagine dei diari ripetevi tu parole, allora io le riprendevo, a voce bassa non interrompevo il canto – «non andare incontro al buio mai tacendo», mi hanno detto da bambino.
La bocca chiusa ai morti tace nel chiarore di ogni cosa, la nasconde. Sono loro i custodi seri dati al giorno.
Gli occhi fissavano ogni tanto i quadri del soffitto, dove si incanalano le voci, l’eco dove s’annerisce il fumo.
L’ansia dei suoi anni ci racconta il volto, le sue mille grazie via via come nodi sciolte con rimpianto, le non avute, le giovinezze accanendosi col tempo.
Io di te ho quel ricordo – se ci penso –, l’universo di una casa sempre vuota. Fu neve, fu sole, fu tutto quello che sentimmo precipitarci silenziosamente intorno a venire al mondo, o vuoto fu quel batterci le ciglia, scuoterci i capelli fermi nello specchio, darci i nomi il giorno dell’addio.
Ника, a short footage about Nika Turbina’s poetry and life, has been edited by putting together archive materials with new original scenes. It focuses on one of the theme she insisted upon the most in her writings: that of asynchrony in the sometimes painful split of time – no need to become a woman, when I once was a child.
There are no proper dialogues inside, but many sorts of infinitely pleated monologues, in a maze of sounds, voices which Nika’s lines emerge from, whispers or cries, and meanwhile passers-by gather stiff loneliness.
The film ends in the late darkness of the last day. Time continues much as before, like a taboo, a compulsion splitting into further hours, minutes, seconds. No need to speak the name: whose voice is thus swallowed? All questions unanswered remain. All toys keep watching over the silent child sleep.
A short film by Federico Federici
Courtesy of Maya Turbina, Ludmila Karpova, Alexander Rather
Original texts by Nika Turbina
Music by Bardoseneticcube and Federico Federici
Translation by Federico Federici
separàti il qui, il dove,
le due parti per natura alterne
dello spazio, nella distinzione
invisibile del moto; riguardàte
nel compiuto atto le parole
intatte cedono allo sguardo
che le tocca in bilico sul dire
senza infrangere lo spazio
in cui sono immerse
se da questa parte, l’altra,
o da nessuna esistano
figura o schermo
alla sostanza
Il nuovo corto Ника sarà presentato in anteprima il 23 Maggio dalle ore 14:30 al Teatro Binario 7 di Monza.
Si tratta di un lavoro psichedelico, costruito a partire da materiale d’archivio e altre riprese originali, che si sofferma simbolicamente su alcuni tratti caratteristici della poesia di Nika Turbina, sfiorandone gli intrecci biografici più oscuri.
Testi originali: Nika Turbina
Voce: Nika Turbina
Traduzione dal russo e adattamento: Federico Federici
Musica: Bardoseneticcube (tracce 1-2), e Federico Federici (traccia 3)
Sceneggiatura e montaggio: Federico Federici
Si ringraziano Maya Turbina, Ludmila Karpova, Alexander Rather per il supporto e la disponibilità, Igor Potsukaylo e Vladimir Manevtsov per la parte musicale.
In serata, sempre al Teatro Binario 7, a partire dalle 21:00, incontro con Rati Saxena e reading da One window and eight bars.
Voci: Rati Saxena e Federico Federici
Non si può scrivere col pensiero di essere giudicati sempre degni o indegni, presentati in questa forma o l’altra, da chi dovrebbe appena confortarci.
Forse il solo artista vero rinuncerebbe in vita già a quell’opera di cui è custode e la rifinirebbe appartato tutto il tempo, per la consegna il giorno della morte.
Dove ha fine il corpo, iniziano le parole.
Forse così – e allora solo – si direbbe che ha vissuto senza costrizioni, la pienezza, l’arte.
Mi spaventa in certi giorni scorgere dall’alto la mano mentre scrive, come invecchia nella luce e spinge avanti, ripiegando la parola con uno sforzo invisibile, e vedere come quella invece si fa giovane, più tenera e flessibile, ché ogni volta sembra rubi il tempo a me che muoio, per non morire.
segue l’eco della pietra
il fiume cade nel buco
di foglie, punte e spine
la sua chiusa gola perde
voce in terra, spinta
contro ghiaia e rovi
in gorghi secca arremba
sulla patina degli argini
in solchi aperti scopre
i nodi che fa l’erba
vacilla il bosco alle radici
guarda muto rifiorire muffe
e muschi, le cortecce molli,
putride, le croste rosse
di conifere e di lecci
tracciano caduti i rami
cerchi limpidi sui prati
in buchi d’acqua l’orma
segna l’unghia fessa, forte
al peso del bestiame; lingua,
fiato, umide narici d’animali
bagnano la terra
vivi, li sentiamo lenti
a passi brevi dentro il mondo,
o su un pascolo più nero
docili rimuginano l’erba
appena udibili, gli occhi
liquidi da una pupilla scura
e buona con noi si sporgono
dal buio in altri giorni, soli,
fissi, scoprono una palpebra
di luce al tuono

Domani sera, alle 21:00, nel settimo anniversario della morte, prima incursione poetica presso il molo di Varigotti per parlare di Nika Turbina, delle sua arte, delle circostanze della morte, e ascoltare la voce dei suoi versi. Leggerò estratti da Sono pesi queste mie poesie e inediti. Non ci saranno palchi, luci, microfoni, moderatori. Tutto sarà come deve essere, come quando ci si incontra in strada con qualcuno e si fa passeggiando un discorso.
Da settimane rileggo con ostinazione una lettera di Gilberto Gavioli sulle difficoltà oggettive a pubblicare e diffondere gratuitamente la rivista Il foglio clandestino, un (a)periodico che coltiva l’insana aspirazione a occuparsi di poesia, prima che dei poeti.
Ho provato a informarmi per sapere cosa sia dovuto per un’attività editoriale pienamente in regola e cosa si ottenga effettivamente in concessione. Sembra che il libero accesso alla legalità sia ostruito da oggettivi ostacoli, il cui vincolo prevalente riguarda la quantità di risorse economiche a disposizione: maggiori i finanziamenti, più saldo e apparentemente inattaccabile il livello di legalità raggiunto, un po’ come in certi videogiochi in cui l’eroe acquista poteri e dotazioni varie attraverso un punteggio. In che modo, però, si accumuli questo punteggio, se sconfiggendo zombie o draghi, raccogliendo mele, organizzando carte magiche disseminate lungo un percorso, o compiendo veri e propri atti di cibernetica misericordia, incantesimi, qui non è fatta menzione. Anzi alla virtù di tale ascesa non corrispondono necessariamente i contenuti, sui quali il codice non impone che generici requisiti di legalità appunto, cosa che notoriamente è frutto assai volubile di accordi e, come ogni frutto, soggetta a naturale corruzione.
Ci deve allora essere un principio ben più fondante di quei richiami vaghi a ideali di libertà, bontà e giustizia, se è stato architettato un meccanismo simile.
Essendo per natura persona dedita al vizio di sostanza (non di forma), amo capovolgere enunciati e leggi in cerca di impreviste relazioni. Se è dunque vero che per essere nella legalità occorre denaro, mi chiedo se sia possibile ottenerne altrettanto per virtù di legge, nel qual caso basterebbe una seria ipoteca iniziale, risarcita a tempo debito, avuto finalmente accesso al virtuoso meccanismo. Nessun onesto creditore dovrebbe poi negarla, essendo in cuor suo persona buona e giusta, in quanto legalmente conosciuta. Se però – come pare – l’accumulo di risorse avviene a volte proprio a scapito di legge (o per legge, rifacendosi su chi la invoca), sono costretto ad ammettere che la legalità non sia in sé né virtuosa né remunerativa, e altrettanto deve essere il denaro allora, qui provvisoriamente assunto a garanzia e misura della stessa.
La questione appare alquanto controversa. Verrebbe maliziosamente da credere che sia stato creato tutto questo sistema per chiudere in paradigmi certi (di legge, di giustizia) chi, “in qualche modo”, aggirando ostacoli, sia riuscito a procurarsi il bene necessario, a far punteggio.
Come può allora un editore essere fino in fondo virtuoso, pur continuando a esistere?
Siccome siamo liberi almeno nel pensiero o a scrivere per sé le cose, vi racconto un sogno fatto l’altra notte, proprio nel miglior momento di un magnifico Truffaut.
Campo largo: agosto, pomeriggio, luce intensa, capannone di campagna in mezzo a un prato (fattoria o granaio). Intorno, nell’erba in fiore, animali. La camera stringe sul tetto: un alveare di silicio raccoglie silenziosa la libera irradiazione dell’universo.
Interno: a un lato della stanza alcuni uomini, altri in camicia spostano bianchissimi pacchi di carta, due ragazzi accumulano libri sui bancali. C’è un fruscio di rotative in aria, che attraversa le finestre verso il campo e uno scambio forte di profumi tra le parti, d’erba secca e colla, d’acqua ferma e inchiostro, i muri e i prati.
Gli alberi han dato corpo ad alfabeti e segni. Silenziosamente, un uomo affranca buste al tavolo di sfondo, impila e rifila carte. È la concezione teatrale del suo personaggio a imporlo. È il nesso tra la stanza e il mondo, anticipata in queste mute inquadrature. Non si deve più temer raggiro o legge: timbri, firme in ordine, contratti stipulati nei cassetti. Quasi quasi condannata al nulla che la fonda, la spietata stravaganza del potere non intacca più la storia. L’arrogante non offende giudicando l’umiltà. È il più bel sole dell’anno, perpendicolare, greco nella sua sembianza. Nella luce smaniano a venire al mondo fili d’erba e libri.
Tutte le sere in cui avrei dovuto parlarti e scrivevo invece il tuo nome in lettere agli altri, ti ho insegnato una solitudine che non dovevi amare, perché non c’era ragione che io non ci fossi, o poi tornassi curvo, affaticato dai versi visti da vicino tra le lenti, come un entomologo, contatore d’ali e zampe, quando già dormivi piena di silenzio e perché dall’inizio avevo io fermato un giorno la tua voce molto prima che parlassi, a chiederti non l’ora, ma l’amore.
On an overgrown path, olio su tela di Federico Federici, 1996, musica di Leóš Janáček
I tratti di questa poesia nel frutto: rotta la forma, raggiunta la sostanza.
cara *,
non sai quanto sia ogni volta più difficile pretendere di dire, anzi di scoprire ciò che non si sa, credendo alle parole messe lì per circondarlo, ridurlo a un punto tanto fine che dovrebbe esser chiarito tutto in quello. Scopri invece che non resta nulla proprio lì dove aspettavi la risposta. Il nulla si è richiuso sparendo la parola, negata. Ci ha lasciato l’urlo accanto al riso o al pianto. Perché in sé per gioco è fatta la parola e ad ascoltarla bene e con fantasia a guardarla, come l’aria, l’acqua, si intravede, non trattiene forma alla sua origine. Si dice sostenuta anche da nessun argomento, si dice ad interrompere un discorso o a cominciarne un altro meglio, un silenzio lungo. Si disfano le nuvole nel modo in cui finiscono a parole, nel modo in cui ricordano qualcosa certe cose messe lì nel cielo, pensate. Non è intento di memoria però, non nell’armonia scoperta al conto delle sillabe si spiega. Non è mai misura, è istinto, volontà a seguire questo passo o l’altro.
Nota l’impersonale necessario qui mentre ti scrivo o parlo.
Vedi bene allora che dare la parola (propria) a un altro è donare sé, la propria mano, l’occhio, la punta dei capelli, il preciso cerchio in cui si abbraccia al mondo il corpo. Quando si dice (per dire) che un verso, una parola ci ha toccati, vuol dire proprio questo: toccati sul corpo, perché la profondità più ardita è in superficie, non trapassa confondendosi nell’ombra.
Con ciò non voglio togliere ragioni o libertà alla vita e consegnare tutto alla parola. So anch’io la grazia senza affanni offerta da un lenzuolo fresco, steso sulla pelle se si dorme, la finestra aperta, la distanza acquietata nell’occhio obliquo del bosco. Il fiato degli animali bagna la porta, il muso, il loro fischio è notturno. Nessuno alza una voce più forte di tutti. Noi due, ancora il fiato speso ai rami, rallegrati insieme dal segreto che ci tiene, sempre che si spieghi meglio il tempo e torni in noi qualcosa, il nuovo in cui parlarsi.
Sediamo intanto qui tra l’erba, i fili e le radici mal cresciuti dalle potature dell’autunno. Non ci sono insetti in queste prime fioriture e solo una farfalla azzurra sopra il fiore bianco, come palpebra dispiega e chiude i suoi colori a scatti, e mezza aperta da una crepa una campana gialla suona vuota.
Ma è lontana, ancora poco prima dell’ombra.
Federico
gli occhi dei feti mandorle chiuse
nei reliquiari dei corpi, punti o grumi
incarniti ciechi; in labirinti e ventricoli
stretti riempiono sacche di plasma, vitrei,
cerebralmente protési e indifferenti al respiro
formano gli arti legando tendini e nervi
forse ancora non vivi, né umani,
ma uccelli, pesci, ombre sui fondali,
tramano schemi d’eco, strati di derma
schermano la voce, non ha strumenti
il pianto non ha forza, gli uni, gli altri
vinti in una alterità materna
l’elitra caduta a sciami azzurri
vola ancora dove brulicano ali
alla cruna del soffitto, frullano
all’unisono la polvere richiusi
in sé su cerchi fitti, i ventri corti
luminosi al centro, miriadi d’insetti
semi e gusci in terra alimentano la casa
danno fiori brevi agli anni, nella resina
del legno pure è ferma una farfalla: volò
un giorno solo dentro il prato, non sa
il grido della morte, il pianto che così
la colse
Molte delle poesie raccolte provvisoriamente in questi mesi sotto la sigla Canto fermo appariranno separatamente su due riviste in uscita nei primi mesi dell’estate. Si daranno qui notizia e maggiori dettagli a tempo debito. Non si tratta di una vera e propria anticipazione di un nuovo libro a stampa, ma della volontà di portare a un maggior numero di lettori ancora le ipotesi di scrittura emerse in questa forma, che al momento paiono essere quelle più direttamente riconducibili alle sperimentazioni già iniziate in Profilo minore.








