L'opera racchiusa, di Federico Federici, Collana Festival diretta da Valentino Ronchi, Lampi di stampa, Milano, 2009, ISBN 978-88-488-0799-9

«Se c’è un io che parla, esiste accanto a una figura (la si percepisce femminile), che partecipa di esperienze misteriose e significanti, fino alla nominazione asciutta, e immersa in una luce d’eternità, dei fenomeni dell’universo: una coscienza che abbraccia i vivi e si rivolge ai morti, nella stupefacente realtà della loro presenza assente».

dalla nota critica di Giancarlo Rossi, in “Atelier”, n. 49, 2008

Reperibile su ordinazione in tutte le librerie, su IBS e altri siti specializzati.

Su Facebook si può parlare del libro QUI

L'opera racchiusa è vincitrice al Premio Lorenzo Montano 2009 nella sezione "Opera edita", insieme con Le Omissioni di Ottavio Fatica (Einaudi, 2009) e La distrazione di Andrea Inglese (Luca Sossella, 2008).

2009 Ottobre 7
di federico federici

Cercasi madrelingua siciliano per collaborazione alla scrittura di testi. Contatti scrivendo all’email presente in questo sito alla pagina @ o tramite Facebook.

2009 Novembre 29
di federico federici

 

[…] sante parole / fini e operose

 

Da un controverso margine d’incerto, nell’impaziente finitezza della nuda sillaba, la poesia, fino alla fine quasi reductio ad absurdum, rinvia a un assoluto di forme, ciò che la fa qualità del linguaggio, opposizione onirica.
Quasi in lei sia un dovere compiuto storicamente, una notizia, una cosa detta una volta sola e per tutti, per gioco o per salvezza fuori del poetico. Non è battaglia di capoversi e rime, una diatriba sghemba di urla e contrassegni, un abbecedario di segni, non una scienza – è certo. E pur continuamente si teme, a scrivere, il contrario. Si teme che la parola sia incalcolabile dal silenzio, poco degna del dolore che la esprime e non attenta alla dolcezza, che lasci a noi di fuori a dentro un grido, ammutolisca.
Rifiuti o ritorni al massimo dell’ideale sono stati (e tuttora sono) i continui atti della sua modernità, del nuovo. E così procedono la distruzione della forma, le lacerazioni del parlato, del dettato, poi la sua ricostruzione ansiosa, autobiografica, sensibile alle “occasioni” e un po’ più aderente al vivere.
Tenere alle parole come si tiene agli oggetti, con un atto sensibile, usarli com’è giusto, poi riporli. Dovremmo fare le cose, fare una poesia accecante, acuta, matura, abbandonare la comica postura di fabbricanti d’orpelli, mercanti di polli, predatori d’Arcadia, predicatori di fedi e sottrarre al bardo l’arpa, al greco la cetra, ritrovare una nostalgia.
Invece, allestiti i depositi continuamente erosivi di lingue su lingue, corretti gli accenti risentiti nella sintassi, compiuta l’analisi terrificante del sacro e dell’estetico, la scarnificazione nell’impasto del ritmo e della voce, porgiamo frammenti insicuri, i dati, l’utopia sommersa che affiora.
Verso “cosa” continuamente spinti o attratti – afflitti? Verso che frontiera di addio incustodita? Verso che lettera intera e segreta occhieggiamo nel ventre del testo e, fibra da fibra, supplici o interrogativi, o sotto che assedio cade irredenta, impersonale la nostra parola?
Ci tocca proprio dal nome la parola, quella che ci legge il volto e mette giudizio, che ci basta sapere perché non è possibile trattenerla.
Non ci congeda la memoria, ma una pagina ben scritta.
Non verità.

 

2009 Novembre 28
di federico federici

Pigreco01

Giovanni Catalano, Michele Ortore, Faraòn Meteosès, Alessandra Palmigiano, Piergiorgio Viti, Marina Pizzi, Claudio Bedocchi, Andrea Amoroso, Carla Scarano D’Antonio, Maria del Mastro, voci sul numero di Novembre 2009 di “π -trimestrale di conversazioni poetiche”.

 

 

Il prossimo numero è previsto per il mese di Marzo 2010. L’invio di materiale inedito (poesia o prosa poetica) è gradito secondo le modalità indicate alla pagina Invio testi.

 

Articolo precedente

2009 Novembre 25
di federico federici

 

Francesco Bellomi: piano music inspired by L’opera racchiusa

 

A. M. L.

2009 Novembre 17
di federico federici

 

« non c’è sillaba nell’erba / non c’è altezza nella carne / eterna »

A. M. L.

 

Quanto resta nella pagina di ciò che ho scritto? Quanto nel sospeso invece, nei versi – queste sempre nuove lingue –, nel costrutto a specchio che riflette tutto in sé, su sé dall’apice di un varco imperscrutabile?
Ecco un’ansia metafisica: prender la parola – una – tolta al mondo, senza paragoni spingerla sul baratro da sola, sino a non sapere più se salva o vinta dalla sorte, metterla di fronte al suo silenzio, assoluta, abbandonarla. Aspettare con pazienza e ripronunciarla umana, più umana, e umanamente risentire la paura in lei di quel momento, di piombare nel suo buio non-significante, non più interrogata o trattenuta, anzi sfigurata nelle cose.
[…] Non so – dire, scrivere di più di quello che non scrivo, di quello che a fatica taccio ad afferrare o perché già più sottile, di quello che trattengo alla parola, perché mai non dia di più o di meno, in attrito col silenzio.
– « Sii cosa, vera! »
A tratti uno sguardo fa vibrare l’alfabeto, come a un primo incontro, un peso, tuffo al cuore per il salto in volo di un uccello, sopra il filo teso tra due margini invisibili di vuoto. […]
Sembra mano a mano manchi il tempo e che tutta la vicenda per destino resti muta – sarà un giorno abbandonata, nell’agitazione brulicante, tutta gesti osceni e segni di chi non sa nulla. Oggi però è lotta, spinta, forza opposta a tanti inutili princìpi, a nemici forti e incerti – ma in fondo innocenti – finché tutto sia compiuto.
– « Dove vai? Dove si va? »
[…] Quale nome – immagine del mondo – nella tenebra ci chiama a luce?

[…]

 

2009 Novembre 10
di federico federici

 

Gli occhi sull’inverno sembrano la perfezione del vedere. In essi la luce del campo è fitta, ferma, un fondo bianco, una speciale orizzontalità che non ha tempo, di trasfigurate apparizioni.
Come a una lastra di luce, le mani s’accostano e scoprono i bordi del vetro. Guardi nell’oscurità di baratri o scatole schiuse sciami irraggiungibili di polvere, che non approdano altrove. Ti spingi macchinalmente nel sonno.
Tutta la gente incontrata prima di partire raduna un angolo della memoria, sospinge il tempo, e l’uno all’altro dà qualcosa nelle mani, o un pezzo di qualcosa – sillaba o frammento d’inconoscibile alfabeto –, si scambiano le voci, i nomi, s’incoraggiano a libertà o ad obbedienza.
Tendi le braccia alla parete, tiri fili e tende, righe d’ombra dalle dita, a te l’increato dolore e, finto a dismisura, si forma con chiarezza, ma non cancelli la tua macchia scura, la loro, che si defila con invisibile apparenza. Ti segue al fondo del letto come un non-fiume, una mancanza di te che nasce dalla pelle, ispessendosi di schiena, oltre la barriera del materasso.
Quella tua stessa immagine, digiuni lineamenti ed occhi schiusi, di vivi zigomi, di nervi isterici allacciati nella carne, sempre è presente, ogni giorno più terrena. Sembra immagine di un altro uomo solo, lasciato al segno interminabile degli anni che lo aspetta, e con abilità sottili, algebriche o sensibili, divide i giorni, coltiva il bene del tempo nei propri fiori, sino a vederli ricadere, spargersi in terra, da sempreverdi foglie. È ciò che lo persuade del dolore.
E non ha pace nemmeno illuminata l’ombra ultima che lascia la parola, nella sua durata interrotta, battezzata al silenzio: la troveremo lì trascritta nella storia.

 

2009 Ottobre 28
di federico federici

 

Il più sottile intreccio nei miei scritti, il labirinto della forma: non versi, ma solchi, scoli dove tutto scorre a zero, a terra, in basso, nel silenzio e nell’addio, nell’atteso nome, a perdersi e inabissarsi in traiettorie lunghe come giorni, proprio sotto il tempo, la superficie del metallo o l’unghia.
Piccole tracce di alfabeto ho disseminato ovunque, abbreviazioni a puntellare una sintassi franta, muta. Un’intera vita esposto all’attimo del dire, sempre a quello teso nell’ipotesi drammatica del gesto, nello spasmo della sua perfezione, dedicato al silenzio contro ogni pur selvatica gaiezza.
Tante lingue, compie ognuna il piccolo destino d’uomo, nella sua cattività (la storia: la scrittura e il tempo) – ora in parola salvo, in attesa di un ritorno.

 

2009 Ottobre 26
di federico federici

 

Adesso riamiamo la luce, la mutazione che fa sulla pelle, che tocca sgraziata e immensa, senza distinguere queste ferite tra le fessure, mentre dormiamo, bassi, i sacchi tirati al limite degli occhi, in piccole case deragliate tra i binari morti, non più avvisati di nuove partenze.
La stazione è un giardino muto intorno, il campanello avvisa solo di un soffio di vento che passa. La galleria vicina è un sepolcrale cumulo di pietre e transenne, occulto, e di ferri annodati duri, già frantumati nei fossi.
Non so nemmeno se sian questi altri ad avermi seguito, o io rapito sia giunto appresso a loro, i miei compagni di nulla – i senza dimora? gli aridi morti?
L’orecchio teme che il canto dei grilli scacci l’intero tuono in un’afa di giorni.
Qualcuno forse tentava ancora di chiamarci: ogni tanto uno di noi aveva un nome, per lui c’erano una volontà e una voce.
Ma questo giorno dura da anni.

 

2009 Ottobre 23
di federico federici

(frammenti da un racconto non trascritto)

 

Mentre indichi fuori, qualcosa si ferma legata alla polvere: una falena rivolge su carta le ali, ronzano sempre più basse le api nel vivo dell’arnia, un peso disfa i fili in una garza.
La mano conduce altri segni sul foglio.
Il vetro si riempie di notti di nebbia e di altre ore fitte di pioggia, di neve insonne.
La stanza spegne i cortili, ravviva il buio. Le lucciole restano sole a diradarlo.
Su muri bagnati le dita avvelenate dal freddo legano la pietra. Non trova inclinazione, la posizione giusta il corpo.
L’ultimo lampo di zolfo ha tracciato i suoi segni, le ossa nel muro. È così che sostieni la casa, dalle radici, puntando i piedi.

 

2009 Ottobre 20
di federico federici

 

Forse ci rivedremo. Nessuno sarà poi nessuno nei tratti del viso. Forse daremo notizia anche agli altri e riprenderemo anche gli anni e ci toccheremo il contorno degli occhi a vicenda, senza andare lontano, come fossimo felici finalmente di esserci fermati a guardarci. I ritagli dell’ultimo biglietto non più timbrato cadranno alle mani.
I vivi, i morti si parlano gli ultimi istanti dell’anno. Mai li vedremo, meno parole diranno.
E non sapremo di tornare. Non possiamo.

 

BIENNALE ANTEREM

2009 Ottobre 18
di federico federici

SABATO 21 NOVEMBRE
ore 9:00 – Sala Farinati, Biblioteca Civica di Verona

“Gli studenti interrogano i poeti”

Premiazione dei tre libri vincitori della sezione “Opera edita – Provincia di Verona”
Ottavio Fatica, “Le omissioni”, Einaudi, Torino 2009
Federico Federici, “L’opera racchiusa”, Lampi di stampa, Milano 2009
Andrea Inglese, “La distrazione”, Luca Sossella Editore, Roma 2008

Dibattito tra gli studenti dei Licei Cotta, Fracastoro, Maffei, Medi e i tre poeti vincitori.
Gli studenti votano il Supervincitore.
Lettura e premiazione dei saggi brevi degli studenti sulle opere vincitrici.

Presentazione di Agostino Contò degli “Atti del Convegno su Lorenzo Montano” editi dalla Biblioteca Civica di Verona.

Relazione di Giorgio Barberi Squarotti: “Lorenzo Montano: l’itinerario della giovinezza”.

 

ore 16:30 – Spazio Nervi, Biblioteca Civica di Verona

“A tu per tu con la poesia”

Premiazione dei tre vincitori della sezione “Opera edita – Provincia di Verona”: Ottavio Fatica, Federico Federici, Andrea Inglese.

Presentazione delle opere vincitrici alla Giuria dei Lettori, con riflessioni critiche di Flavio Ermini e letture dei poeti.
Musiche originali: Francesco Bellomi
Spoglio dei voti espressi dalla Giuria dei lettori e dalla Giuria degli studenti. Proclamazione del Supervincitore.

 

 

DOMENICA 22 NOVEMBRE
ore 11:00 – Spazio Nervi, Biblioteca Civica di Verona

“In concerto”

Concerto a cura del Conservatorio “Bonporti” di Trento/Riva del Garda sulle poesie dei vincitori della XXIII edizione del Premio Lorenzo Montano e su altri testi proposti dalla rivista “Anterem”.
Compositori: Classi di composizione e musica elettronica dei Conservatori di Brescia, Genova, Riva del Garda, Trento, Vicenza.
Esecutori: Ensemble strumentale del conservatorio “F.A. Bonporti”
Poeti: Giacomo Bergamini, Giorgio Bonacini, Gabriela Fantato, Ottavio Fatica, Federico Federici, Alberto Folin, Andrea Inglese, Giacomo Leopardi, Rosa Pierno, Franco Rella, Stefano Salvi.

 

2009 Ottobre 18
di federico federici

 

Scrivo di un solo geranio al centro di un vaso. L’escoriazione del rosso nell’aria secca quasi un presagio. A riguardarlo da sotto sembrava lui solo fiore del mondo al riparo dal cielo.
Dentro si udivano dei movimenti di casa: piatti e bicchieri sciacquati, stoffe tirate e battute, fogli strappati, bisbigli. Ad ogni soffio di vento cadevano briciole in bilico dalla tovaglia sul filo, che sembravano stelle.
Dalla mia parte sul muro di calce segnava due piccole tacche la sedia accostata. Nessuno sapeva, ma io appoggiato vi udivo commosso, sentivo di esservi ancora più figlio.
Andava e veniva la fame, la gioia e s’intiepidivano gli occhi. L’estate sbiadiva o bruciava.
Sul dorso già arato del campo, al centro ora un albero solo, estratto dal buio, un noce coperto di muschi, di viscere d’erba, d’impronte di fango seccato. Sul tronco ha una data di nascita oggi che conta trent’anni. Spaccato da un fulmine al fianco una notte, nel buco nessuno ha mai fatto la tana. Lì la memoria è rimasta vuota.

 

L’opera racchiusa – pt 4

2009 Ottobre 16
di federico federici

 

Federico Federici (testi, lettura, montaggio)

 

si ’u vinu

2009 Ottobre 8
di federico federici

 

si cca ’u vinu ’a vita allonca
nun s’abbacca l’acqua
a tutti bbanni scurri
ppi nun accurciari u ciumi
e sula sula puoi o scuru
tutti li petri e jorni agghiutti
aunni sìnni trasi sulu ’u tempu
cu scurcia dintra ’i peddi
l’ossi, di niuru tingi l’occhi
sicchi comu pani duru

purta ’u vinu sutta ’i peri
’u drittu, ’u stortu d’ ’i trazzeri,
aunni patturiu mi matri,
chiddi a scinniri macari
’n funnu a sta pitrera,
e susu e jusu va ’npressu
’a testa senza mai cadiri,
li mani a cogghiri li ciuri,
’a bucca a cuntari petri
e cruci, lu denti jarnu
a fari n’atra vota ’u ruppu
strittu a lu filu ri vuci

lava ’u ciatu meu, beddu vinu!
iu vivu ppi accurciari ’u jornu,
’u scuru senza dannu,
ca d’agghiùttiri accussì
’u tempu, iu nun tengu scantu

 

 

se qui il vino la vita allunga/ non s’estingue l’acqua/ dappertutto scorre/ per non accorciare il fiume/ e sola sola poi al buio/ inghiotte pietre e giorni/ dove solo va a infilarsi il tempo/ che nella pelle scortica/ le ossa, tinge di nero gli occhi/ come pane duro secchi

porta il vino sotto i piedi/ lo sbilenco, il dritto dei sentieri,/ dove partorì mia madre,/ quelli che anche scendono/ in fondo alla pietraia,/ e su e giù gli va dietro/ la testa senza mai cadere,/ le mani a cogliere i fiori,/ la bocca a contare pietre/ e croci, il dente giallo/ a fare un’altra volta il nodo/ stretto al filo della voce

lava il fiato mio, amato vino!/ io bevo ad accorciare il giorno,/ il buio senza danno,/ che d’inghiottire così/ il tempo, io non mi spavento

 

 

 

Ringrazio Maurizio Catania e Natàlia Castaldi per i preziosi suggerimenti ortografici.

2009 Ottobre 7
di federico federici

 

Quella siciliana è lingua incerta, pericolante, ma perfetta. Come in nessun’altra sono stato preso spesso in un fuoco di varianti, di ortografici artifici e munizioni, secondo una variabile fonetica, che non lascia quasi mai in una parola sola afferrarsi il senso, eppure tanto luminosa al cuore sempre e calda. Toniche cadute o accentate, consonanti doppie chiudono in un attimo al respiro, invocano la punta della lingua o il silenzio. Non è indecisione a dire, ma il suo primo aprirsi, lo sbocciare che sfugge o piano piano s’addolcisce.
Come musicista a uno strumento nuovo o familiare s’applica per gioco, l’ho tentata, fatta risuonare, ho soffiato nei suffissi, nei dittonghi, pizzicato corde e consonanti, ne ho percosso sillabe e vocali, quante volte benedetto la parola, la poesia mia sposa in lingua!

 

Cinque domande di Giulia Siena a Federico Federici su Nika Turbina

2009 Settembre 30
di federico federici

 

 

Come nasce la tua attenzione per la poetessa Nika Turbina?

Nika ed io siamo stati coetanei per tutto il tempo della sua vita, ma non ci siamo mai conosciuti. Nei primi anni Ottanta, quando la sua vicenda poetica già sembrava destinata a luminoso avvenire, io non ero che un bambino un po’ vivace, che aveva forse imparato qualche filastrocca a memoria, ma ignorava tutto della poesia, cresciuto in un’anonima provincia ligure. Tra noi non c’erano solo molti chilometri, ma troppe vite, troppe generazioni. Forse mi capitò anche di sentire al telegiornale la notizia del suo viaggio in Italia, della premiazione a Venezia, ma non ho ricordi di allora.
Ci volle la sua morte, nel 2002, perché venisse di nuovo pronunciato il suo nome, perché io lo udissi finalmente alto, risuonare forte, unico, sullo sfondo di quel tragico fatto di cronaca. Fu una sensazione strana, come scoprire di aver perduto improvvisamente qualcuno, qualcuno di cui non si sapeva niente. Iniziai così un percorso verso la sua poesia, la sua vita, da tutti per molto tempo taciuta, e che di colpo dava spunto a sempre nuovi e odiosi pettegolezzi. La mia attenzione nacque dunque per caso e si alimentò via via per necessità, per l’esigenza di ricomporre, anche a livello personale, una vicinanza definitivamente mancata. Mai avrei immaginato che, nell’arco di alcuni anni, per una serie interminabile di coincidenze, sarei entrato in contatto con la famiglia, avrei parlato al telefono con la nonna, tradotto stralci del diario e altri inediti, dato fiato a una nuova scoperta della sua opera.

 

 

Hai tradotto le poesie e curato questo volume, quale è stata, qualora ci sia stata, la difficoltà più grande?

Penso che due siano state le difficoltà maggiori, in qualche modo inseparabili.
Mi sono avvicinato ai testi, tentando di renderne insieme il senso e qualcosa dell’originaria poesia – tentazione suprema, credo, di chiunque s’impegni in questo lavoro. Per mesi ho elaborato una traduzione che, pur non potendo rispettare le rime dell’originale o certi suoi costrutti, data anche una certa distanza tra le lingue, restituisse però al lettore un corpo di poesia. Non volevo, insomma, fare solo un’accurata “parafrasi” dei versi. Ho incontrato in ciò due ostacoli (al di là di quello meramente linguistico): la differenza di età tra la bambina che aveva scritto quelle parole e l’uomo che ora provava a ri-pronunciarle e, non da meno, il mio stile in poesia. Per non riprodurre nessuna struttura o espediente formale che fosse in qualche modo a me riconducibile, ho cercato anzitutto un’intonazione diversa, innocente eppure matura. Se, da un lato, la maturità di quella bambina colmava un po’ della nostra differenza anagrafica, dall’altro la sua parola acuta, ma innocente, chiedeva ascolto e purezza. Ho provato insomma a ricordare com’ero in cuore da bambino.

 

 

Come mai il titolo “Sono pesi queste mie poesie”?

Si tratta del primo verso della prima poesia (senza titolo) nel libretto, una delle più note di Nika e, insieme, vera e propria dichiarazione di poetica. Mi sarebbe anche piaciuto un conciso ed enigmatico “Кто Я?” (“Chi sono io?”), i cui caratteri cirillici costituissero ammonimento e misteriosa interrogazione d’apertura. Alla fine però, anche per rispetto dell’identità di collana, si è concordato con l’editore di lasciare tutto in italiano, titolo compreso, ricadendo così la scelta su “Sono pesi queste mie poesie”.

 

 

Nika Turbina compose le sue prime poesie a tre anni, una bambina prodigio?

L’unicità di Nika sta soprattutto nella precoce lucidità dei suoi versi. Non si tratta solamente di riconoscere un’inconsueta maturità di stile, quanto di accettare una precoce ma profonda coscienza del mondo, della vita, come se dagli occhi degli adulti si sporgessero il dolore, i fallimenti, l’intima vulnerabilità d’intere generazioni, e si ritraducessero per lei in parola, facendone esperienza propria. In questo io ravviso il vero miracolo.
Ci fu molto scetticismo all’inizio. Lo stesso Yevtushenko confessa di essersi completamente ricreduto solo dopo l’incontro di persona nel 1983, a Peredelkino, nella casa di Pasternak. A convincerlo fu il modo in cui Nika recitò per lui alcuni versi: la voce, l’intonazione, scuotevano le parole dal loro profondo, le afferravano dal testo e le porgevano o scagliavano di fuori, nel modo in cui solo può un poeta.
In seguito, specialmente dopo la morte, ci sono stati alcuni tentativi di spiegare il prodigio del poeta-bambino, attingendo a risvolti biografici non sempre documentati con precisione, oppure travisando con malizia aspetti abbastanza comuni nell’Unione Sovietica del tempo, legati soprattutto alla vicenda familiare. Si tratta – secondo me – di tentativi a vuoto, buoni ad alimentare mistificazioni letterarie spesso contrastanti, laddove si sarebbe potuto invece spiegare molto con le stesse parole di Nika: “Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna.”

 

 

Dalle poesie della Turbina emerge un forte senso del dolore, a chi sono rivolti questi scritti?

Come ho detto, l’acuta coscienza del dolore ne presuppone una conoscenza che non è esprimibile da una bambina di quell’età, se non per via di una sensibilità che permetta di raccoglierlo come perpetuo, invisibile pianto negli occhi di tutti.
Spesso le parole si rivolgono affettuosamente ai familiari più vicini (la mamma, la nonna soprattutto), oppure amici, persone conosciute appena, nascoste dietro le iniziali dei loro nomi, ma frequenti slanci abbracciano l’umanità intera, la Natura, secondo quell’amore che nei bambini è dono senza condizione, perché proprio nel dono si nasconde la richiesta dell’unico amore.
Altre volte Nika interroga se stessa: qui è la voce di una bambina, un grido mai udito così alto, che tenta di sciogliere la tragica fatalità cui tutto sembra da subito consegnato. L’infanzia è quel giardino ogni momento più intricato che portiamo dentro. Adulti e bambini insieme sono chiamati a un unico destino. Si incontrano così brevi invocazioni, richieste di un abbraccio, una carezza, formulate però da una distanza, quasi voluta, cercata affinché la scrittura si compia prima della vita, dica quello che sarà. Una distanza da colmare poi, rimarginare, perché giunga la parola nel culmine della dolcezza, prima della fine.
In un inedito degli anni Novanta che ho tradotto tempo fa, Nika scrive: “Mi hanno tormentata le parole nuove./ Ora qui tralascio qualche lettera,/ ora lì un accento manca./ Mi sono vantata a lungo/ di quella che ho scordato./ Così facile da dire./ Mi regala il suo valore il tempo/ – che è l’Amore –/ nel presentimento della quiete.”

 

 

2009 Settembre 28
di federico federici

 

Meno si scrive, meno si rischia di non dire.
(in poesia?)

 

2009 Settembre 26
di federico federici

 

La parola è certamente la più esatta cosa della mia vita, la sua intera primizia prima dei vent’anni, per talento accostabile a niente, poi demone d’insidia, o sottilissima figura buia, battesimo in un attimo di luce. Parola dell’ultimo respiro dunque, ultimo nome pronunciabile, che cerca quasi d’essere difficile, di più non lasciarsi dire.
Finendo una poesia, si deve perciò sentire che non s’è rotto nulla in quel momento, solo è sospeso il verso nel suo tema, né spezzato, né prima, durante la scrittura, dato in cronaca sommaria, o invocazione grama nell’eccesso. Basta poco infatti perché frani nell’intera costruzione, perché fondamenta solide si pieghino da sé in un sottosuolo vuoto, risonante cavità di voci senza voce. Ogni testo regge (o meno) puntellato su uno spazio di silenzi – i suoi silenzi –, di omissioni e di cancellature a sostegno dell’inaccessibile creato. Inaccessibile perché, in più e più contrapposizioni di varianti, molto è stato escluso, occultato, apparentemente cancellato dal suo corpo. È per legge di compensazione che si tace prima e dopo. Non ci sono più su carta tutte le parole, ma, ad ascoltare bene, sono ancora vivi i segni dell’impatto, gli infiniti colpi mal portati nella furia cieca dell’inizio, fonte inesauribile d’angoscia. Dura questa vibrazione oltre l’ultima variante, come dentro un solido non spenta l’eco di una sua percossa. Restano talvolta ai versi anche appesi invisibili frammenti, filamenti, suoni non rimarginati, che definiscono nulla, e sono cicatrici del lavoro di più acuta trafittura da cui tutto è nato, in un dettato acrobatico di silenzi. Ci vuole attento orecchio, però, a raccoglierne il perpetuo pianto.
Chissà – dico io – se anche gli edifici, le altre costruzioni, nella sicurezza di impianti e di strutture, hanno voce come quella, vicina al pianto, se all’equilibrio delle forze, e per giuste contrapposizioni, restano anche buchi, voragini, silenzi, invisibili ma vivi, e se è così che lì abitiamo ancora molto tempo dopo, nella nostra assenza.

 

2009 Settembre 19
di federico federici

 

Certe volte, mentre scrivo, s’impone all’attenzione qualche circostanza nuova, o già nota e per questo più adusata, sconosciuta nella furia di ripeterla a parole, gesti, doppiamente. Capita che inizi a cogliere parole, messe lì secondo quella circostanza, e voci, e suoni, insieme a tutto ciò che vi si accorda silenziosamente, quindi a raccoglierne di nuove, a ricreare in me continuamente l’occasione da rivivere.
Tutto questo non ha veramente a che fare con la scrittura ancora, ma serve a ricondurla dall’esilio, ricondurre la parola a quel troppo umano sentire che l’ha allontanata, ne è – per dire – il tratto guida, la precisa fuga lungo una linea sola.
Bisognerebbe interrogarsi su cosa spinga in una direzione o l’altra: le direzioni sono preesistenti, già tracciate a fuoco in punti all’infinito.
È allora che si avvista il verso, le sue microrecisioni mortali, si formula, prima indeducibile. Accorgersi della parola non è più un fatto singolo, privato, ma generazionale, al limite storico. Un fatto nuovo per chi non ha toccato mai lo sbalzo impietrito del silenzio, l’erta del mondo teso sino all’osso. Si è dediti alla scrittura coi pochi strumenti a disposizione, che sono quasi tutti del corpo. Si fa poesia . È così che si fa.

 

L’opera racchiusa – pt 3

2009 Settembre 16
di federico federici

 

Federico Federici (testi, lettura, montaggio)

 

Canto fermo XXXVIII

2009 Settembre 13
di federico federici

 

filano veloci gli arcolai
frusciando, i filatori
passano di mano
in mano fusi sghembi,
hanno occhiaie di sonno

orbi tra i barlumi
dicono tra loro poco,
per passione filano
un silenzio esatto
solo il filo rosso
del discorso

concitati, a turno
tirano gomitoli coi denti
fili in una cruna sola
corda ombelicale

però sembrano alla fine
mal tagliate, mutilate,
stoffe utili per nulla
più s’ammucchiano
sui lati, nell’incuria,
imbastite lunghe, linde,
solo segni di matita
punti presi di misura

 

2009 Settembre 7
di federico federici

mebimbo

 

in una pausa – di un’altra mia poesia sui fiumi

 

Torno spesso in riva a un fiume mentre scrivo e ad esso in me riporta forse quel giocare a tentativi di parole, forse tornano così anche i dopocena da mia zia, a far saltare schegge di mattoni e ciottoli sull’acqua, – oh, spassi puri di immortalità! – e la paura al buio della biscia e quella dell’ortica a scendere il dirupo, di corsa senza calze, coi sandali slacciati, i pantaloni arrotolati sopra.
Avevano i miei occhi riposto giuramenti in tutti i fiori e fatto in capo a fili duri d’erba grumi e nodi, e pianto sul cuscino i mille animaletti custoditi ovunque, nelle scatole, i cassetti, poi reliquie al cambio di stagione, ed io incapace più di suscitarli: neanche lo spavento li muoveva, miei poveri giocattoli morti! È di una crudeltà inaudita vivere al bambino e mai nessuno che si spieghi con ragione a fondo il senso o l’abbia veramente in cuore.
Oggi a modo di saltelli sono sillaba e paragone e rima. Il verso è un tiro forte, ma preciso, a scavalcare, in cui si imprime il segreto silenzio delle cose. Le pietre lisce, piatte ad arte, scelte o franate a mucchio toccandole di punta il piede, sono i rumori del mondo, le parole con dolcezza, e da una coltre più ispessita (i giorni) i nomi soppesati, resi, non ancora finalmente pronunciati.
Chi con me giocava allora nell’inintelligibile discorso con l’opposta riva? Chi sapeva viva la parola muta e districarsi allora in avanscoperta al mondo, bucando i fitti sciami degli insetti, sovrastando l’acqua scura e mai ferma, inoppugnabile, cedendo solo al compromesso di toccarla? E su di me protesi gli alberi, le reti del vento, come sopra una farfalla intrappolata, e stelle, sempre uguali stelle, miste ai fuochi nelle case, come un’infinità che non aveva paragoni.
Qualcuno mi chiamava poi dalla finestra ed era tardi da rientrare. S’increspava il fiume, l’onda si spezzava, corda nera a dismisura. Ma ora a chi do ascolto io, solo, chi mi ascolta ora?

 

Lettera: Finale Ligure, 7 Agosto 2009

2009 Settembre 4
di federico federici

 

cara *,

perché ti defili così in merito alla lettura? Leggere non è vezzo da vecchi, né mai un dispetto alla propria originalità, anzi, l’attenzione verso la poesia si impara proprio leggendo (prima di tutto), poi ascoltando, infine scrivendo. L’ispirazione è un elaborare continuo e segreto che chiede pazienza e di essere nutrita, accudita, nella zona scura dove nessun altro guarda, in un perimetro di figure e suoni circondati da alfabeti. Il testo è un’asportazione successiva di ciò che non è più accostabile a niente, giunto al suo realismo.
Bisogna arrivare a riconoscere in pochi segni le tracce delle parole, che chiedono di essere esaudite, scritte, e stanno lì, impresse nel vivo della memoria, della terra, per essere seguite nel fitto dell’oscurità, acrobatiche impronte di strani animali.
Pronunciare la propria parola ha spesso poco a che vedere con il parlare, lo scrivere di mestiere o d’esercizio. Bisogna coltivare a lungo un’alleanza silenziosa, paziente, perché essa abbia ritmo e respiro, tra tentativi e varianti. Altro è retorica, baratto di segni e cifre convenzionali, conteggio di sillabe a incastri, un po’ come imparare a mente quali chiavi aprono quali porte, senza tagliare muri e varchi nuovi, forgiarne altre.
Perciò non credo affatto a chi scrive trascurando la lettura. In ogni singolo verso andrebbe riportata la forza di una moltitudine di versi, che altri hanno scritto al posto nostro, prima di noi, e in ogni filo d’erba dovrebbe essere la radice del prato, il suo nome, e via dicendo, in una vera catena di affetti. Mai rompere questa alleanza.
Leggendo si prende una lunghissima rincorsa, che dà forza e, insieme, esattezza all’atto, al colpo centrato contro il silenzio. Stagioni intere e generazioni lontane si toccano in questo.

Con un abbraccio
Federico

 

2009 Settembre 2
di federico federici

 

Questa oscurità risplende, come un’altra oscurità di primavera che ricalca le paludi strane e i boschi asciutti, li preme controluce, inaccessibili al sole. La collina ridiventa rossa di profilo, non ha fuoco dentro e non ardono le sue terrestri calcificazioni contro il cielo. È così, scongiuro della notte o volto steso a piangere la terra.
Tengono, in una oscurità che solo appartiene a loro, le mani semi tiepidi e assolati, germogli, punte d’erba che consumano sfregandosi dai palmi.
In silenzio, in bocca, morde forte una parola, verso d’animale nuovo al mondo.

 

(seconda) Lettera all’editore, senza luogo né data

2009 Agosto 31
di federico federici

 

Gentile *,

gli esergo in tedesco sono miei, dunque nessun furto o prestito “da poeta a poeta”. Non pensavo di tradurli, un po’ per il carattere racchiuso dell’opera, un po’ perché sto cercando di esplorare l’idea stessa di opera in un senso più oggettivo, come si trattasse di una qualsiasi cosa del mondo, che pone precise le domande, ma non contiene apertamente tutte le risposte. Forse si può pensare di inserire una nota accanto all’indice, qualcosa di appartato e inatteso, quasi un segreto sottovoce.
Anche il progressivo slittamento verso il fondo di indicazioni critiche e appunti di lettura, sino alla loro completa espulsione dal corpus del testo, ha per me un significato, forse di stampo sin troppo anglosassone. Diversamente, si tratterebbe solo di ripetere qui qualcosa che ha già avuto miglior collocazione altrove, su “Atelier” ad esempio, in uno spazio cui davvero compete. Meno che mai accoglierei un ulteriore intervento critico – come suggerite –, e tanto meno a firma di chi non si sia offerto spontaneamente, interessato al mio lavoro, ma svolga solo con professionalità il proprio compito.
Pensando al libro come sorta di fenomeno naturale, sono portato ad accoglierne tutti gli interrogativi, la sua piena manifestazione scevra d’ogni intento o chiarezza didattici.
Detto questo, ho letto la vostra bozza di contratto, e, stanti le condizioni poste, non mi sento di accettare, per via del contributo economico richiesto. Conosco le difficoltà in cui versa la poesia (sembra un gioco di parole, uno sberleffo), ma pubblicare a questo modo sarebbe un male inutile. Aggiungere per forza un’altra carta incerta a un castello già pericolante è un azzardo troppo grosso. Non sono del resto in grado di procurarmi uno sponsor che garantisca per me (né sarebbe mi compito cercarlo, a ben vedere), non voglio “farmi un regalo” (non ho spirito borghese), né piangere miseria presso amici o conoscenti perché scuciano di tasca quel denaro (non ho mai avuto vocazione caritatevole). Infine – ma non meno importante – non c’è prestigiatore che sveli prima il trucco.
Vi ringrazio comunque per aver letto i miei versi e aver risposto in tempi così brevi. Spero ci sia modo in seguito di collaborare diversamente ad altri progetti.

Con i migliori auguri
Federici