Come nasce la tua attenzione per la poetessa Nika Turbina?
Nika ed io siamo stati coetanei per tutto il tempo della sua vita, ma non ci siamo mai conosciuti. Nei primi anni Ottanta, quando la sua vicenda poetica già sembrava destinata a luminoso avvenire, io non ero che un bambino un po’ vivace, che aveva forse imparato qualche filastrocca a memoria, ma ignorava tutto della poesia, cresciuto in un’anonima provincia ligure. Tra noi non c’erano solo molti chilometri, ma troppe vite, troppe generazioni. Forse mi capitò anche di sentire al telegiornale la notizia del suo viaggio in Italia, della premiazione a Venezia, ma non ho ricordi di allora.
Ci volle la sua morte, nel 2002, perché venisse di nuovo pronunciato il suo nome, perché io lo udissi finalmente alto, risuonare forte, unico, sullo sfondo di quel tragico fatto di cronaca. Fu una sensazione strana, come scoprire di aver perduto improvvisamente qualcuno, qualcuno di cui non si sapeva niente. Iniziai così un percorso verso la sua poesia, la sua vita, da tutti per molto tempo taciuta, e che di colpo dava spunto a sempre nuovi e odiosi pettegolezzi. La mia attenzione nacque dunque per caso e si alimentò via via per necessità, per l’esigenza di ricomporre, anche a livello personale, una vicinanza definitivamente mancata. Mai avrei immaginato che, nell’arco di alcuni anni, per una serie interminabile di coincidenze, sarei entrato in contatto con la famiglia, avrei parlato al telefono con la nonna, tradotto stralci del diario e altri inediti, dato fiato a una nuova scoperta della sua opera.
Hai tradotto le poesie e curato questo volume, quale è stata, qualora ci sia stata, la difficoltà più grande?
Penso che due siano state le difficoltà maggiori, in qualche modo inseparabili.
Mi sono avvicinato ai testi, tentando di renderne insieme il senso e qualcosa dell’originaria poesia – tentazione suprema, credo, di chiunque s’impegni in questo lavoro. Per mesi ho elaborato una traduzione che, pur non potendo rispettare le rime dell’originale o certi suoi costrutti, data anche una certa distanza tra le lingue, restituisse però al lettore un corpo di poesia. Non volevo, insomma, fare solo un’accurata “parafrasi” dei versi. Ho incontrato in ciò due ostacoli (al di là di quello meramente linguistico): la differenza di età tra la bambina che aveva scritto quelle parole e l’uomo che ora provava a ri-pronunciarle e, non da meno, il mio stile in poesia. Per non riprodurre nessuna struttura o espediente formale che fosse in qualche modo a me riconducibile, ho cercato anzitutto un’intonazione diversa, innocente eppure matura. Se, da un lato, la maturità di quella bambina colmava un po’ della nostra differenza anagrafica, dall’altro la sua parola acuta, ma innocente, chiedeva ascolto e purezza. Ho provato insomma a ricordare com’ero in cuore da bambino.
Come mai il titolo “Sono pesi queste mie poesie”?
Si tratta del primo verso della prima poesia (senza titolo) nel libretto, una delle più note di Nika e, insieme, vera e propria dichiarazione di poetica. Mi sarebbe anche piaciuto un conciso ed enigmatico “Кто Я?” (“Chi sono io?”), i cui caratteri cirillici costituissero ammonimento e misteriosa interrogazione d’apertura. Alla fine però, anche per rispetto dell’identità di collana, si è concordato con l’editore di lasciare tutto in italiano, titolo compreso, ricadendo così la scelta su “Sono pesi queste mie poesie”.
Nika Turbina compose le sue prime poesie a tre anni, una bambina prodigio?
L’unicità di Nika sta soprattutto nella precoce lucidità dei suoi versi. Non si tratta solamente di riconoscere un’inconsueta maturità di stile, quanto di accettare una precoce ma profonda coscienza del mondo, della vita, come se dagli occhi degli adulti si sporgessero il dolore, i fallimenti, l’intima vulnerabilità d’intere generazioni, e si ritraducessero per lei in parola, facendone esperienza propria. In questo io ravviso il vero miracolo.
Ci fu molto scetticismo all’inizio. Lo stesso Yevtushenko confessa di essersi completamente ricreduto solo dopo l’incontro di persona nel 1983, a Peredelkino, nella casa di Pasternak. A convincerlo fu il modo in cui Nika recitò per lui alcuni versi: la voce, l’intonazione, scuotevano le parole dal loro profondo, le afferravano dal testo e le porgevano o scagliavano di fuori, nel modo in cui solo può un poeta.
In seguito, specialmente dopo la morte, ci sono stati alcuni tentativi di spiegare il prodigio del poeta-bambino, attingendo a risvolti biografici non sempre documentati con precisione, oppure travisando con malizia aspetti abbastanza comuni nell’Unione Sovietica del tempo, legati soprattutto alla vicenda familiare. Si tratta – secondo me – di tentativi a vuoto, buoni ad alimentare mistificazioni letterarie spesso contrastanti, laddove si sarebbe potuto invece spiegare molto con le stesse parole di Nika: “Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna.”
Dalle poesie della Turbina emerge un forte senso del dolore, a chi sono rivolti questi scritti?
Come ho detto, l’acuta coscienza del dolore ne presuppone una conoscenza che non è esprimibile da una bambina di quell’età, se non per via di una sensibilità che permetta di raccoglierlo come perpetuo, invisibile pianto negli occhi di tutti.
Spesso le parole si rivolgono affettuosamente ai familiari più vicini (la mamma, la nonna soprattutto), oppure amici, persone conosciute appena, nascoste dietro le iniziali dei loro nomi, ma frequenti slanci abbracciano l’umanità intera, la Natura, secondo quell’amore che nei bambini è dono senza condizione, perché proprio nel dono si nasconde la richiesta dell’unico amore.
Altre volte Nika interroga se stessa: qui è la voce di una bambina, un grido mai udito così alto, che tenta di sciogliere la tragica fatalità cui tutto sembra da subito consegnato. L’infanzia è quel giardino ogni momento più intricato che portiamo dentro. Adulti e bambini insieme sono chiamati a un unico destino. Si incontrano così brevi invocazioni, richieste di un abbraccio, una carezza, formulate però da una distanza, quasi voluta, cercata affinché la scrittura si compia prima della vita, dica quello che sarà. Una distanza da colmare poi, rimarginare, perché giunga la parola nel culmine della dolcezza, prima della fine.
In un inedito degli anni Novanta che ho tradotto tempo fa, Nika scrive: “Mi hanno tormentata le parole nuove./ Ora qui tralascio qualche lettera,/ ora lì un accento manca./ Mi sono vantata a lungo/ di quella che ho scordato./ Così facile da dire./ Mi regala il suo valore il tempo/ – che è l’Amore –/ nel presentimento della quiete.”