ﷲ L'opera in bianco ﷲ

Federico Federici

ника турбина – inediti (e altri testi dimenticati)

I testi che seguono sono inediti in traduzione, presentati per la prima volta sull’ultimo numero della rivista Ulisse (n. 15, 2012). Ringrazio la famiglia di Nika Turbina e tutte le persone che le sono ancora vicine per la pazienza e il supporto al mio lavoro. Attualmente è in preparazione un’edizione trilingue (russo, inglese, italiano) che riporti in luce le parti meno esplorate del suo percorso poetico e raccolga a margine alcuni appunti dal diario.

 

Белый лес.
Белые глаза.
Люблю белое.
Хотелось снегурочкой стать –
Строка обгорелая.

Bianco, il bosco.
Bianchi, gli occhi.
Sono bianche le cose che amo.
Il mio desiderio di fanciulla di neve, [1]
ridotto a una riga bruciata.

 

 

Слышу звук свой
Надорванный,
В нем мысли и чувства
Собраны.
Строчку диких рисунков
В стихах запишу –
Почитать бы кому. Leggi il seguito di questo post »

R E Q U I E M


Requiem auf einer Stele, Canterbury (2010) – Berlin (2011)
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Post-karte: 23 Dicembre 2011, Hofbräuhaus München

caro *,
sono d’accordo con te: la differenza tra enigmista e poeta non dovrebbe farla il meccanismo, ma la poesia. In Sanguineti trovo ben vivo lo spirito di questo gioco, anche nei più cervellotici incastri di parole al limite del rebus. Sarà che anche così si appaga il mio bisogno di suoni più che di significati, di segni la cui forza eversiva pieghi la perfetta logica del testo. La lettura di quei versi richiama spesso in me emozioni della musica di Cage o Reich: l’assoluto rigore della regola e la dedizione all’improvvisazione. Nessun bambino non ispirato gioca e, se così pare, la meccanica dei movimenti (delle parole nel poeta) è essa stessa essenza dell’altrove verso cui proietta la sua mente.
Certi testi propongono descrizioni impazzite, fondono tra loro codici lontani, storpiandoli in una fucina babelica che martella senza requie gli alfabeti sino a sfinirli, creando quinte paradossali, attraverso le quali si muove un ego collettivo, inconscio, fantomatico, arlecchino, burlesco. È così che pubblicità e scienza, lingue morte e strutture algebriche, emoticon e tutto quanto fornisca pretesto per un segno o un suono viene frantumato, scagliato in aria come scheggia di uno specchio, su cui però non viene meno la volontà di rappresentare il mondo.
Non vorrei che solo in questo fosse l’equivoco: l’assenza di uno svolgimento narrativo interno a un testo (o fra i testi) non può diminuire la qualità dell’ispirazione, così come l’assenza di melodia non ha molto a che fare con l’ispirazione musicale in sé. Al lettore è fatta richiesta di abbandonare il semplice trastullo del belvedere poetico, in cui il paesaggio è luminoso e nitido sino all’orizzonte (o quasi). La poesia è uno spartito (interiore o meno) consegnato a qualcuno che lo faccia risuonare. Per questo non capisco Leggi il seguito di questo post »

Strange fruit: nuovissima poesia civile dall’Inghilterra

 

Scritto nell’arco di un anno, Adage Adagio, uscito originariamente in Inghilterra nel 2009 per The Conversation Paperpress, è un dialogo in versi tra due poeti di formazione diversa: David Nettleingham, ricercatore e insegnate di sociologia presso l’Università del Kent e Christopher Hobday, specializzatosi in Letteratura inglese e americana presso la stessa Università in Canterbury.
L’ispirazione per questo lavoro nasce dall’infittirsi delle discussioni tra i due autori sull’origine del vivere sociale, su quel nature versus nurture che separa la “naturalità” dalle sue elaborazioni o trasposizioni nella “società” degli uomini. Adage Adagio esprime il serrato confronto tra due posizioni distinte che tentano a ogni verso di misurare la propria distanza, di spiegare o confutare le rispettive ragioni. L’intera raccolta funziona sull’espediente dialettico di antitesi e tesi nel tentativo di risolvere la contrapposizione di fondo: da un lato Nettleingham, convinto di una matrice essenzialmente sociale dell’uomo, dall’altro Hobday, che non separa mai completamente i contesti da un a priori naturale, quasi una predisposizione genetica al libero arbitrio. Le due prospettive convergono su ciò che Nettleingham chiama “memoria” e Hobday “ereditarietà”, qualità innate o espressioni di una volontà che rendono però ogni individuo parte di qualcosa di radicale. Con una metafora, si potrebbe dire che ogni foglia è tale secondo la propria specie, ma vive solo se sono vive le radici dell’albero cui appartiene.
La dicitura “Appunti I-X” del sottotitolo non sia fraintesa. Non si tratta di un archivio provvisorio che rimanda a un’analisi e un’interpretazione (anche poetica) successive. La prima stesura costituisce solo lo strato più profondo, quello su cui si sono accumulati i dati veri e propri. Ne sono però rimasti sparsi affioramenti che costituiscono passaggi di un realismo tanto più crudo e vivo quanto più isolato all’interno di un’elaborazione anche complessa e raffinata.
Il linguaggio attraversa verticalmente tutti i piani della raccolta, Leggi il seguito di questo post »

L’opera racchiusa – testi n.1

 

 

[ da l'anima tema ]

si cala in silenzio, luce da cielo – sta scritto
e ci si posa per assomigliare l’uno all’altro
al termine di tutto in niente – si è scoperto

e sono più che i tentativi queste offerte
alle madonne cave e di sangue
sangue rifinire l’anima di dentro a fuori
perché di foglia e ramo e di non altro è la ragione

da terra a cielo la perfezione è nell’attesa

 

 

nella luce appena ferma il tuo volto
forse per ammonimento mi cancella
il nome sulle labbra, forse qui d’un tratto
muto sempre rinascente è di traverso
il lume dentro il vetro in una casa vuota
visto alla finestra acceso come un segno

 

 

qualcuno, che prima è venuto, è andato via lasciando
presto il suo sigillo d’acqua al centro della stanza Leggi il seguito di questo post »

Requiem auf einer Stele (fr. 11, part 1)

›1.3‹¦es schneit! es schneit! es schneit! es ist spätͺ denn was heiβt schon zeitheit? licht der wirklichkeit? ¦ · arms curving over empty holes define us · precisely nothing that nothing holds · he who was lost has not been called back yet from his warm haze of spring · how easily the inaudible grace of solitude fills the same place! · snow continues to fallͺ vowels and snowͺ atonal snow piling up on both hands in the tall grassͺ holding the world-weight downward · we never touch thingsͺ things attract us · not much else · were voices there along this black amount of waterͺ someone would hear us firstͺ muttering like a newͺ clean spring spilt among dry boulders · let us stand still with the river like the waters do · the sleepy rhyme of the dead hour calls · the word half speltͺ the word half written for fear of too much abstraction lie under the water’s haste · the real namesͺ the good ones thronged into leggy shrubs glint in their finitude · nothing else but namesͺ ideograms on thin leavesͺ namesͺ nervesͺ stems whose fine ends are not flowers but stars · it’s what we live inͺ asleep · that which was a house is dust now · a hollow stone · the inside of the house is between the trees · wood after fire keeps a tepid hope · frozen roots fed on ashes underfoot jut out · ¦hier also hältst du dich versteckt? die klarheitͺ die sternenkunst machen dir so viel angst ¦ · lonesome lilacs bleed among the wreckage · ›1.1‹ ͺ [sw]amp fernͺ no reflection in the canal dredged by the fire-black oil lamp · the sacrifice remainsͺ foundation to a new beginningͺ redeems us with old hints of ardour and birth ·
[         ¦zwei tränen [  -6.1-]   ¦das schwere¦ͺ                                                                             ›3.1‹
                             ͺ¦die beiden türen der welt ¦               ]

[             ·                -8.1-]             ·

Alexandra Antic, Daniel and Joseph Kooner (voice), Luigi Russolo, Bass Communion and Federico Federici (soundscape).
Requiem auf einer Stele, (The Conversation Paperpress, 9780956313744). Also available on Amazon or writing to claragiardini @libero.it

Sara Veltroni su “Adage Adagio” di David Nettleingham e Christopher Hobday (Polìmata, 2011)

L’incontro tra due autori inglesi di formazione diversa, David Nettleingham e Christopher Hobday, dà vita ad Adage Adagio, uscito originariamente in Inghilterra per The Conversation Paperpress (2009), ora nell’edizione bilingue curata da Federico Federici per Polìmata (2011), con una nota introduttiva sulla poesia civile.
Si tratta di un viaggio poetico a tappe attraverso la storia del secolo scorso, presa a modello della “Storia dell’Uomo”, segnata da due conflitti mondiali e continuamente scossa da una specie di febbre bellica, quasi una reazione fisiologica per superare in maniera sbrigativa qualsiasi contraddizione.
L’impianto dialogico della raccolta inquadra il problema da punti di vista speculari, che convergono «su ciò che Nettleingham chiama “memoria” e Hobday “ereditarietà”, qualità innate o espressioni di una volontà che rendono però ogni individuo parte di qualcosa di radicale» (da Strange fruit, in Adage Adagio). Il contrasto tra la matrice sociale dell’uomo (Nettleingham) e la sua naturale predisposizione al libero arbitrio (Hobday) non è definitivamente risolto a favore dell’una o dell’altra posizione. Il meccanismo di interrogazione-risposta fornisce un felice espediente stilistico per mettere a nudo le radici della Storia, deformate nella coscienza collettiva dai paradigmi dei mass media.
Dall’assassinio di Francesco Ferdinando, che precedette il primo conflitto mondiale, alla deportazione di schiavi dal Ciad, per arrivare ai giorni nostri con i conflitti di Darfur, Timor Est, Bosnia, al genocidio del Ruanda, demandare la responsabilità della violenza, che fagocita tutto, a un’astratta idea d’ingiustizia dei più forti non mette in pace la coscienza («poi toccò alla Bosnia/ tutta la paura,/ quella cosa battezzata ‘protezione’,/ non guardavi almeno altrove./ Spettatore allo sterminio/ ti muovevi piano/ invece che fissarti i piedi/ intorno a quell’intrico di radici»). Non è nella fumosa appartenenza alla collettività il riscatto della colpa: il dolore vero, la sua qualità individuale restano perennemente in bilico nella sproporzione del numero. Chi assiste indifferente, assuefatto alla violenza, partecipa, a suo modo, a un atto criminale.
Questo lavoro di Nettleingham e Hobday mostra come la parola poetica possa staccarsi felicemente dal ramo “alto” della Letteratura, senza perdere rigore estetico, collocandosi sul lato ustionante della Storia a far fronte comune con altre lotte, nelle quali riconosce la propria matrice e alle quali offre, senza retorica, la viva forza di una voce.

Sara Veltroni

The Pros and Cons of Cybook Odyssey by Bookeen

A new “hands on” video is available HERE

I do believe in the power of such devices to save both the reading and the books. A quite different aesthetics can even be developed and experienced by means of them.
Rare books or those scarcely appealing to most publishers can be made available at once and everywhere, for free or upon paying a symbolic fee of just few cents, which is more or less the standard per copy royalty to the author.
Getting rid of old bureaucracy, those writers at increased risk of extinction can again concentrate a little more on writing than on printing and the tree slaughter will have one fewer reason to be as well.
Hopefully, e-readers will be cheaper and cheaper in the future: we will then pay “the book” once for all and fill it with words.

Pros

11 Aprile ore 6:04 – da “Chiuderanno gli occhi” (Cantarena Edizioni, 2007)


Improvvisazione dal diario Chiuderanno gli occhi di Ilaria Seclì e Antonio Diavoli, (Cantarena Edizioni, 2007).

11-13 Novembre 2011, lettera a me stesso – in disparte

Quante parole hai sacrificato al bianco del foglio prima di entrare nel testo, sparire come una serpe negli interstizi, nei suoi silenzi cancellare quelle del ritorno! Quante pietre hai rimosso, sterpi battuti e strappati, sillabe tolte, solo sinonimi a tibie sepolte, piccole ciglia cadute! L’atto che unisce e confonde parola e silenzio è quello di chi va nel solco, scava e frantuma la zolla con metodo e ritmo dettati dal fiato. Mentre la vanga apre il varco e si sposta il confine del prato, frena la voce un attrito di mille scintille sonore: l’intermittente frinire è una massa intricata e compatta, un suono difforme che l’afa non placa.
Chi lavora la terra conosce la vampa del fieno, l’inciampo del sasso, il nudo del dorso scottato dal sole, il doppio fischio del nibbio che apre il giorno sul promontorio e le piene dei fiumi, le piume e le impronte nei boschi, gli uccelli dai colpi dei becchi sui tronchi, l’arsa fonetica della calura estiva e il rigore metrico dell’inverno. Gli brucia nel pugno ferito il sudore stringendo il bastone.
Chi spacca il silenzio conosce l’inerzia di ciò che è già scritto, la dura parola battuta in parole da niente, la rima fasulla, la doppia radice che si rinsalda, l’asprezza di un verso contratto, l’abisso di quello incompiuto.
Talvolta hai ripreso una frase disabitata dalla memoria tra le rovine di un discorso, un cumulo di sassi abbandonati sul pendio, che dava rifugio notturno a piccoli animali ed anime.
Ti ha fatto per anni da schermo la sagoma immobile delle betulle sul bordo del campo, ti ha cinto per sempre, in una bellezza sbiadita, nell’astrazione del paesaggio.
Ora il tuo passo va al gorgo. Nello sprofondo anche il fiume disseta la tenebra. Più si allontana la vita, più la parola si avvera e ti chiedi come sia stato possibile scrivere a lungo una sola parola in più nel luogo della vita.
Questo ti insegna il maestro: «poeta è quel cieco che addita la luce quando la palpebra trema». A lui finalmente mostrano gli occhi l’inciso del buio.

 

Emilio Fede si dimette. Il Grande Fratello sospeso. L’Istituto Luce al posto di Bruno Vespa.

Leggendo su Repubblica l’articolo di Filippo Ceccarelli Dal business spregiudicato al crepuscolo del bunga bunga: cala il sipario sulla videocrazia, scopro che, nel volgere di un giorno, l’Italia è tornata quel Paese semplice, operoso e intellettualmente onesto che doveva essere prima dell’avvento di Silvio Berlusconi. Probabilmente fra qualche ora le veline saranno disoccupate e costrette a trovarsi un lavoro inviando curriculum senza “foto ad personam”, citando precedenti esperienze qualificate, titoli di studio e pubblicazioni; non serviranno più sponsor o mance per l’assegnazione di appalti, per partecipare ai concorsi ed entrare nel “giro che conta”, perché su tutti i giri ormai conta il talento; tutti i casting dei reality disertati, le aule di Università e Licei affollate e file di famelici lettori metteranno in crisi le biblioteche; gli stadi delle grandi squadre vuoti, il calcio sarà sport senza premium, testimonial, pay per view ecc.; le classifiche dei dischi ai primi posti avranno artisti sconosciuti, non più i soliti imposti dalle major: la gente si fa forza della libertà di scelta; anche nelle librerie ci sarà rivoluzione: via quei libri tutti culi, fiche, tette (minorenni come Ruby, se possibile), via gli scribacchini servi del potere o chi ha fatto il salto da Drive in a Mondatori, dal canone della Tv spazzatura a quello della Letteratura ecc. – ad libitum
La realtà è invece un’altra (riporto testualmente dall’articolo): «[...] il pensiero va al piccolo trolley del professor Monti, che l’altro giorno è arrivato a Roma con l’aereo di linea e poi è andato a prendere la moglie alla stazione Termini; e c’è una foto di loro due al binario, gente nei pressi, ma per gli affari suoi, e si capisce che nessuno o quasi l’ha riconosciuto; e viene anche da chiedersi se l’Italia non abbia bisogno di semplicità». Ecco servito in perfetta retorica uno struggente quadretto familiare: Mario Monti uno di noi – intonerebbe la curva di uno stadio, dopo i caroselli di ieri sera.
Chissà perché mi vengono in mente le scene di certe assemblee o cortei studenteschi, pieni di inutili slogan, fantocci e trombette, luoghi comuni che uccidono il sacrosanto diritto allo studio non meno di sciagurate scelte politiche, quando un atto di forza schiacciante sarebbe invece sbattere in faccia al potere ignorante quella voglia di studiare che invece manca. La videocrazia si ingrassa e ringrazia.
Berlusconi si è dimesso – questo è un fatto. Ma sia chiaro: non è caduto perché è finito il berlusconismo con tutte le sue appendici, altrimenti sarebbe per prima cambiata la società e certa Tv non avrebbe più spettatori, certi atteggiamenti nella vita quotidiana sarebbero scomparsi. Le dimissioni sono un atto formale, l’uscita di scena di un attore che cede la maschera a un altro, che porterà avanti lo stesso copione.

 

 

6 Novembre 2011, da un gruppo di case abbandonate sull’Appennino ligure

caro *,
scrivere impegna sin dalla scelta degli alfabeti, della lingua tra le lingue. Uno spazio bianco, una riga saltata non sono nulla di incompiuto, ma un verso senza parole, un segno dello scavo o l’affioramento del taciuto. Non che ci siano parole senza poesia – mai ci sono corpi senza bellezza –, ma ciò che delimita un testo è sempre silenzio e i versi sono crepe fatte in un silenzio ancora più assoluto, nel tentativo di significarlo.
Credo ci sia tra chi scrive e lo scritto una promiscuità inseparabile, qualcosa che agita la voce e la parola ad avverarsi insieme e si scontra con un’impronunciabilità che non è senza pudore. Accostare la parola al mondo è, anzitutto, scontrarsi con l’impossibilità del suo pieno realismo. Eppure la si porta, di generazione in generazione, come fosse tutto ciò che è. Ma la parola precipita, si frantuma franando da quelle regioni di buio, sottratta all’edificio di un testo e portata in un altro, squadrata, posata a fondamento. Il capitello di una reggia sarà focolare in una capanna e ciò che qui vacilla fortificato altrove. In questo continuo fluire senza sosta che è nei secoli lo scrivere, si muovono parole come pietre, lentamente levigate in modo che non facciano rumore rotolando nell’armonia del fiume, si sottraggono in silenzio sino a che rimanga l’esile vena del verso, la sua vibrazione, come a levare le dita da una corda si scopre il suono.
Se è vero quello che ci consegna Celan («Wahr spricht, wer Schatten spricht»), sepolta nella parafrasi del testo è la sua ultima verità, la disperazione stessa del non poter dire (non saper dire abbastanza). Bisogna diffidare allora di chi racconta qualcosa che è già stato, qualcosa che già sa mentre scrive, perché non può aggiungervi altro che un po’ di stile, e bisogna diffidare di chi costruisce muri di mattoni, perché non disposto a cercare pietre nella montagna. In qualche modo la scrittura deve partecipare della scoperta, deve contenerne in sé l’intuizione, l’immagine folgorante che ha aperto il varco e il buio che lo circonda, non può limitarsi a una resa di conti. Proprio perché non si sa (non si sapeva) tutto, si torna innumerevoli volte allo stesso punto, intorno alla stessa parola nell’arco di molti anni o di una vita intera, ossessionati da quello che non si è capito dicendolo o per correggere l’errore.
Destino di ogni poeta però è farsi foglia, apparenza volatile di una stagione, di un’epoca di forme e movimenti, portare il senso della luce alle radici e nella luce il buio terrestre.
Ecco, caro *, nell’acuto della morte smette di mancarti il mondo, sorge agli occhi la bellezza immortale della notte, dalla quale non puoi distoglierli. È il solo amore che unisce entrambi, i vivi e i morti.
Con stima e affetto
Federico

 

Heisenberg’s Uncertainty Principle


video draft#1 – recorded on 11th October in my studio (Italy, 2011)

This is not my hour – Studio sulla poesia di Peter Russell

«Let art hide art, dissimulate the truth»
(s. 15)

Al di là di ogni tentazione canonica, il sonetto rappresenta per Russell la capienza esatta entro cui disporre significati e suoni secondo un criterio unificante, dando vita a quella che chiamava ‘forma-pensiero’. Non è una scelta di “maggior letterarietà”, ma è per esprimere attraverso un meccanismo funzionale la propria disciplina interiore, elaborando soluzioni metriche diverse, quasi a tentazione di un mantra occidentale. La contesa tra scrittura e forma ricalca quella tra individuo e società, richiede lo stesso carisma, la stessa dedizione all’esperienza e abitudine all’astrazione per essere risolta. Solo così la parola poetica può incarnare, nell’estenuante reinterpretazione di una delle sue forme più letterarie, la novità di una vera norma morale e la sua ambigua versatilità.
Scrivere poesia significa esprimere l’aderenza dell’essere alla parola, secondo una disposizione di sé che non può semplicemente accoglierla quale termine ultimo di paragone, limitandosi a riflettere in essa la propria interiorità, quasi fosse luce ben disposta su materia inerte, quasi fosse un “fatto letterario” inconfutabile, un’illusione beatificante e consolatoria («Poetry for me is not just what I do,/ but what I am, perpetually. Days pass.», s. 23). Se il tempo tenta di corrompere persino la parola, Leggi il seguito di questo post »

Testimonianze dal 15° Censimento Generale Della Popolazione E Delle Abitazioni

An old Italian farce

 

«Dictators always smile at children while killing their fathers:
the sons of Motherland must have one father only

 

If your catchphrase is «I’m Italian and Prime Minister Silvio Berlusconi is not speaking in my name», you should also consider the other side of it: he too is Italian and he is not acting for your sake.
Have you ever thought of what People of Freedom means? Although none seems to really care much about it, words are both cause and symptoms, especially when they’re not rationally handled or their meaning remains unchecked. Mass media fetishism makes things even simpler: messages, floating on the mounting information flood, are collected and glibly passed from one member on to another of the same community, with the intimate conviction of showing some radical interpretation of reality and of having an immediate impact on it. Conversely, the lack of awareness within the whole process keeps reality untouched.
Critical voices are often comfortably integrated in the bourgeois system and play their part perfectly, preserving the system itself from critical attacks. Reactions are often so exaggerated to be ridiculous, scandals are levelled down to jokes. Crimes may even appear to be virtues, judged from a different point of view. Truth is no longer in the facts, but in the opinion of the majority trained to interpret them correctly, thus critical thinking is run down upon facts which “do not exist”. People are driven to the right opinion under the oppressive fundamentalism of the purely rhetoric, that works out residual contradictions beyond ideological contours.
This campaign, sustained with the help of the ruthlessly bombarding media, has attained at least two goals: Berlusconi got the power almost by Fate; Berlusconi was (and still is?) the “least worst” one and only Fate can end his reign.
The name he chose for his party is highly indicative in this regard as it hinges upon a practical lie. All of his followers and everyone in the world were to be subtly informed that there’s a people of freedom in Italy, contrasting with another post-ideological people of whatever else, that reacts stirring up hatred. Does it still make sense to talk about Italian people then? How to account for this “people shift”? The Italian people of freedom shows its human face, being inspired by love, whereas the others are frustrated by old ideologies, fairly abandoned by the most significant revolutionary subject: the working class, the mass.
Ever since 1997, the Italians have been taught to believe in the necessity of a center-right wing party confronting the center-left wing one, except for the Catholic center-wing spanning them both to keep the balance right. As a consequence of this, no seat in the Parliament has any longer been assigned to someone authentically outside this frame. The Democratic Party, the allegedly main left-winged counterweight in political alternation, has often been a bogus rival, when not the perfect accomplice.
More radically even, Berlusconi was clever enough to switch politics to a reality show for every person to pick up crumbs of power, being a winner in miniature. It sufficed to insist upon the role of “personal will” in meeting with success to gain many people’s willing obedience. He has already from the beginning imposed himself as “the doer” («ghe pensi mi»), stressing the necessity of everyone to be as such on a different level, to help the common good. The entry level is to blindly trust and vote him.
The presence of a people within the people is de facto the most violent (though implicit) attempt of dividing the whole to get full hegemony over each part. Truly critical thinkers and non-followers have been ousted until they change their mind. If the two (or the many?) peoples came together into one, social classes would be abolished at once, conflicts would be soothed and a new age of prosperity would be established in the place of global disorder (and wolves would dwell with lambs, and rivers would be of milk and honey etc.).
If Italy is such a heaven close at hand how can someone be so stubborn to fight for freedom in hell?

 

The «Requiem auf einer Stele» project

People who can read German, English, Russian (or even just one of them, no matter about the accent or good/bad pronunciation) are sought for a video/audio installation in Berlin (2012).
Those who want to take part in the project are required to record an audio (or video, or both) file while reading short excerpts from the Requiem auf einer Stele book (each one will be possibly sent a different verse). The videos collected along the next months will either serve as stones to trace an electronic riverbed across an empty space in Berlin, or be just focused on a round screen within that same space, as to make the whole mankind visible through some porthole across the dark.
Audio recordings will voice the river instead, or recreate the mental buzz of Earth seen from afar, travelling across the empty space.

How to submit: videos must be focused just on one’s face (or somebody’s not reading as well) or some part of it, without any restriction about the background (landscape, sounds etc.). Each video should be either uploaded on one’s YouTube/Vimeo channel for us to link it on the Project page, or sent via mail to be uploaded on the YouTube Project Channel.
For those recording just their voice while reading, it’s enough to send an mp3 file (128 Kbps quality at least).
To get in touch, be involved or even just request further information, please feel free to contact claragiardini@libero.it

 

Fratelli d’Italia, Amici Miei, Vitelloni – 25 settembre (con cuore)

Errata
polemica ridicola
Corrige
ridicola politica

- Caproni(smo)

 

Leggendo il comunicato sul sito del MIUR in data 24 settembre 2011, e senza dovermi giustificare attraverso sofisticati strumenti di analisi linguistica, ritengo che esso sia di una tale insincerità ed arroganza da aggravare le posizioni e le affermazioni contenute in quello precedente che tenta di correggere. Espressioni quali «L’ufficio stampa del Ministero precisa che, ovviamente (etc.) [corsivo mio]», oppure «Questo è di facile intuizione per tutti (etc.) [corsivo mio]», scritte nel chiaro intento di rendere strumentale la polemica, ribaltando l’ignoranza e la menzogna (45 milioni di euro iscritti a bilancio per cosa, dunque, se il tunnel non esiste?) in malafede e ignoranza altrui, non fossero opera di adulti, parrebbero l’estrema, disperata difesa di un adolescente colto in fallo e a corto di argomenti.
Con un po’ di malizia, emerge però un altro dato sottile, certo non trascurabile per capire “l’alto profilo” di questa classe politica. Il comunicato del 23 settembre mostra il Ministro in persona rivolgere il suo plauso e le sue sentite congratulazioni alla Comunità Scientifica e, segnatamente, agli italiani in essa impegnati, validamente supportati dagli investimenti di un Governo che ha sempre creduto nell’importanza della Ricerca. Il comunicato del 24 settembre è invece genericamente a firma dell’Ufficio stampa del Ministero, sorta di bodyguard intellettuale che interviene a disperdere i sediziosi del pensiero critico, ma, non potendo rimuovere l’oggetto del contendere, sferra colpi a vuoto, appellandosi impropriamente a ragioni di evidenza ed ovvietà. Nulla di nuovo, a dire il vero. Chi è abituato a parlare da un pulpito o da una cattedra col dito alzato, ha bisogno di una platea ordinata, seduta e bendata, possibilmente sorda e con le mani legate, come in un sofisticatissimo gioco erotico, per non sentirsi minacciato, sempre sul punto di essere preso alle spalle nel contraddittorio e di passare, con forzata accondiscendenza, da master a slave. La sublimazione più autorevole di questo meccanismo si realizza attraverso la televisione, dove, a differenza della rete, è strutturalmente bandito il commento dello spettatore e l’unica possibilità di reazione, peraltro manipolabile attraverso i dati Auditel, consiste nel cambiare canale. La paura nei confronti dei social network è tutta qui e la proposta di modifica n. 50.0.100 al DDL n. 733, presentata dall’Onorevole D’Alia e approvata, fornirà potenzialmente nuovi strumenti di controllo.
I modelli culturali, comportamentali, sessuali (etc.) dominanti devono essere quelli rappresentati dall’alto, senza ulteriore verifica o contestazione. Per farli attecchire occorre però arginare o incanalare ad hoc qualsiasi idea di rinnovamento, impedire che l’inventiva (o l’invettiva) di uno o di pochi, estromessi o mai entrati nell’élite, sia contagiosa. Perciò è bene che riviste, giornali, blog, libri, forum, film (etc.) si allineino ai cliché autorizzati. L’iniziazione verso un unico status quo condiviso è prevista per tutti, ma deve essere graduale e inconsapevole. Le forme della cultura operino semplici sostituzioni di simboli e di segni per distinguersi tra loro (cito a caso: Scamarcio-Clooney, Moccia-Faletti etc.), non siano mai critiche, né problematiche, ma umili circenses. Unica eccezione alla norma deve essere l’abuso di potere che confermi la regola, mostrato quasi sempre attraverso la dialettica della burla, dello scherzo, del gesto un po’ estremo di chi non ha resistito per un attimo alla bellezza della vita. L’inaccettabile richiesta di benevolenza che ne consegue si fonda sulla tacita allusione che, un giorno, potrebbe toccare a ciascuno di noi cogliere quel frutto, con ciò rendendoci complici a priori e a oltranza, e tutti innocenti. Per questo anche il Ministro Gelmini ha, a suo modo, scherzato ed ora tenta di porre in malafede chi non è stato al gioco, ovvero mezzo mondo. Insomma, dovremmo smetterla di polemizzare e rassegnarci: ci siamo cascati tutti anche stavolta, come quella del Premier a tempo perso, o quell’altra della figlia di Mubarak, perché siamo in fondo in fondo sospettosi e pieni di rancore al limite della violenza e non sappiamo invitare gli amici nostri a cena con eleganza come ad Arcore.
Se dopo tante bastonate, colpi, umiliazioni intellettuali e morali, in un clamore di scandali e smentite continue che ci frastorna, qualcuno osasse mai dire una parola di buon senso, sarebbe colta? Ci sarebbe ancora tempo per farla propria? La mia paura è che a coro risponda coro, come tra le curve di uno stadio e che ciò faccia parte del gioco.
Ma la gara che continua giova a turno solo a chi la gioca.

 

Aggiornamento del 30 settembre 2011

Come risulta chiaramente da questa foto, o come si può facilmente constatare visitando l’archivio sulla pagina del MIUR, il comunicato del 23 settembre è stato rimosso. Un tentativo maldestro di disinnescare la polemica? O un’implicita ammissione dell’errore? Il comunicato del 24 resta quindi ufficialmente isolato, a precisare l’imprecisabile. La cosa mi ha colpito soprattutto in relazione a un altro aspetto buffo, che non avevo notato prima. Su YouTube, il Ministro ha registrato come proprio Paese gli Stati Uniti. Non è chiaro però chi sia in fuga da chi: se lei o il cervello.

 

CERN neutrinos faster than light. Italian Ministry of Instruction, University and Research explains why. Finanziamenti al CERN: il Ministro Gelmini spiega il piano di rilancio della Ricerca in Italia.

 

This is Physics: CERN neutrinos to Gran Sasso, a long-baseline neutrino experiment to measure oscillation…
This is (italian) Politics: CERN Neutrinos to Gran Sasso, a pipeline in which Italy invested over 45000000 Euro…

Do you think I am kidding? Do you think this is a fake? Then have a look at this.

The strait of Messina bridge already exists: it’s the largest suspension bridge in the world for neutrinos to travel back and forth bewteen Sicily and mainland Italy.

Italian public debt grows faster than light. If only Albert Einstein had been italian, his theory wouldn’t have been challenged yet.

If Politicians looked after Nature
Laws would be limited contracts,
there would be billions of unemployed stars
about the Universe, the moon would be
blogged down in debt with the Sun,
black holes would run safe offshore banks
like usurers, God would actually exist
and possibly be the richest one.

This is the way the world ends
not with a bang but a bank.
[Eliotism]

 

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Flitting away through the amnesia of distant space – Neutrinos at CERN

 

мир ‒ камни и снег · things cast shadowsͺ perpendicular to the nowhere of papers upon which homes are builtͺ found cities on the ruins of namesͺ damp with sticky inks · words de-text themselvesͺ collideͺ ride to the gap of a breathͺ prostrate under the line of the last tongue · ¦so spricht das gedicht wort für wort · der zweifel sitzt im wort¦ · speaking at silent turns the speech becomes invisibleͺ a wisp of air scattering consonants and vowelsͺ soundless quantaͺ shortest figures of matterͺ in which this world waves · all is restless subtractionͺ open circles and holes from the breathͺ heat out of the dark measure of throats · ¦und aus den augen äußert sich die welt · das licht wächst¦ · massless light travels alone inscribed with millions of unthinkable yearsͺ flitting away through the amnesia of distant space on a tape of starsͺ on the sleep of an empty fieldͺ with its load of buried petalsͺ swallowed either side in the stones and the grassy smell of trees on the unheard marching of ants ‒ across the withering annunciation of winds and all shabby equipment ‒ as sailors cut the biting fish’s guts with no gaze of ecstasy · ¦so frisst sich die zeit in den raum¦ · ›1.4‹ bright windows past and futureͺ we sit before themͺ behind wetͺ flimsy curtainsͺ awaiting the end of day to take notes in a journal under lamplight by the sole strength of devotionͺ hoarding new words from old despair ¦wenn dir das tageslicht egal ist¦ · burning · burn[ing] · pushing lives above lightͺ above whiteness · a topmost branch sprays pollen and leaves from the centre of darkness ·

from Requiem auf einer Stele, Federico Federici, The Conversation Paperpress, 2010.

 

archivio apocalittico farsesco (lascivo, semiserio, chimerico ecc.) (lùmina, 7)

le terze pagine e le prime

crollano giù titoli e mercati
ribattono caratteri inchiostrati
i rulli delle rotative, nomi,
altisonanti numeri, figuri
e scartabelli i cubitali stralci:

l’oro nero e gli oli e le materie
prime in euro-dollari il barile
decantano Leggi il seguito di questo post »

Pena Capitale (Grecia: darsi fuoco davanti a una banca per la rinegoziazione del mutuo negata)


Non le persone dovrebbero darsi fuoco, ma il denaro, che vale molto meno della carta su cui è stampato, andrebbe ripulito tra le fiamme di ogni escrescenza di interesse, per ogni offesa fatta a un uomo.
Dicono che il sistema sia legittimo, eppure non è legge di Natura. Nessuna legge di Natura è criminale, perché nessuna legge di Natura è scritta da un uomo per altri uomini.
Nessun cataclisma ha la barbarie di una guerra tra uomini.
Quindi nessuna fine del mondo sarà maledetta come l’agonia di un solo giorno consegnata da uomo a uomo.

Nella foto: darsi fuoco davanti a una banca per la rinegoziazione del mutuo negata, Grecia, anno 2011.

L’opera racchiusa – 21 Luglio 2011, Berlino

miei cari (altri) corpi

Libri che mi sono cari, perché dati dagli autori nel dono della poesia, o scambiati, perché la poesia torna da dove viene. Non occorre che il tratto di strada percorso insieme sia lungo, conta la profondità del passo e la direzione. Oggi, spostando i volumi da un ripiano all’altro, sentivo nelle mani proprio un palpito e un peso di corpi. A ciascuno, che nomino solo nel pensiero, un abbraccio e un ringraziamento dal cuore.

su certe (non) invisibili morti

Forse appena questo è morire: non dover più trattenere all’unisono i pensieri e lasciare agli altri la nostra parte di colpa, andandosene dove più nessuno può il ricatto del dolore.
Per questo non tornano a saldare il conto i morti, ma nuotano nell’acqua allontanandosi da riva, appoggiano la bocca di nascosto al vento: le dita frullano la schiuma, gli occhi, incastonati in corpi dai profili uguali, galleggiano recisi come fiori. Oppure, non lontani ancora dalle cose, si coprono di polvere senza rifiorire, soffiano asciugando il fuoco nei camini, perché a loro cura è posto il freddo e l’ombra. Gli ultimi, su certi vetri scuri stanno come rampicanti, attorcigliano le vertebre in radici, i palmi delle mani in foglioline verdi, tese ad ogni bava d’aria. Seminati appena nella luce e destinati al buio, hanno addosso ancora l’insonnia della vita.
Poi felici finalmente nella loro inconsistenza, nel nulla che li dimora, neppure di nascosto osserveranno più chi siamo. Hanno perso nei vestiti la forma e l’odore dei vivi, né il pensiero di qui li sfiora, né più l’anima dal resto li separa.

A personal wake between Finnegans’ and Bohr’s (One not-so-easy piece)

This paper was originally meant to be my private, personal response to a letter by David Nettleingham upon a certain relationship between Dirac’s symbolism and poetry. It has actually spread out on a far more complex trip. Though quite a lot of time is required to read it through, I hope someone will find it enjoyable.

 

«Three quarks for Muster Mark!
Sure he has not got much of a bark
And sure any he has it’s all beside the mark.
»
James Joyce, 1939

«In our description of nature
the purpose is not to disclose
the real essence of phenomena
but only to track down
as far as possible relations
between the multifold aspects
of our experience

Niels Bohr, 1934

 

 

The idea of visualising “things” by means of symbols is one of the main point in physics. What makes this different from any purely mathematical notation is that those “things” are, at least in principle, “measurable” and are referred to as “quantities”, “observables”. On the one hand, experimental investigation consists of gathering numbers within the model under study, on the other of eventually discovering new observables, thus widening the available amount of knowledge. The former approach is rather pertaining to the verification of a well established theory, the latter to the extension to/formulation of a new one. Any symbol is accepted as real if and only if it refers to a measurable quantity, that is if it is possible to assign numbers to it. Fingers are to hands like numbers are to physics, therefore the whole Universe must be seized in a finest net of numbers. In this regard, experimental physics is drastically different from experimental literature, being blind symbols (alias invented words) unacceptable for the mere sake of conveying the playful, maybe unconscious, attitude of some universal mind. I personally agree with what Dirac wrote in 1939: «The research worker, in his effort to express the fundamental laws of Nature in mathematical form, should strive mainly for mathematical beauty. It often happens that the requirements of simplicity and beauty are the same, but where they clash the latter must take precedence». This does not seem to fit to some kind of writing actually. Whether God plays dice or not, Finnegans won’t easily be his prophet, and this by no ways infringes the beauty of questioning Nature by either physics or poetry itself. It is thus quite curious that what was first a funny crasis (question mark) in Joyce’s Finnegans wake was brilliantly chosen as the name for one particular class of subatomic particles (quark) by Murray Gell-Mann in 1963. In most recent times, we read in a poem: «He, pondered on the nature of infinity./ She, tried to paint infinity on a large canvas./ He dwelt in a singular world of quarks and mesons./ She lived in a physical world of paints and colour./ When he started speaking of ‘charm’ and ‘beauty’/ she thought they’d found at last a common interest,/ until he explained they were ever smaller particles of matter.» (Kate Edwards, Parallel universe)
Physicists often deal with objective correlatives of some abstract schemes, as well as poets do with emotion. Let it suffice to quote the well celebrated case of the elusive wave-particle dualism. In his essay Hamlet and his problems (1919), T. S. Eliot writes: «The only way of expressing emotion Leggi il seguito di questo post »

soon the moon, always the moon will appear

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soon the moon, always the moon will appear, Federico Federici, oil, glue, paper, fire and other materials on canvas, 41×51 cm, (Universitätsstadt Tübingen, 2003).

 

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